Pensioni. Il governo prende tempo, i soliti annunci di riforma. Ma in Parlamento ci sono già proposte

Pensioni. Il governo prende tempo, i soliti annunci di riforma. Ma in Parlamento ci sono già proposte

La riforma delle pensioni sembrerebbe  non rinviabile. Usiamo il condizionale perché il governo prende tempo. Ci sono progetti depositati da tempo ma Renzi e il ministro Poletti, prendono tempo. Sembrano ignorare i testi già presentati alle Camere, annunciano un testo dell’esecutivo ma ancora non mettono nero su bianco i dettagli di questa operazione che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, rafforzare il passaggio lavoro-pensione. A Palazzo Chigi si punta ad una riforma che avrebbe come cardine l’uscita anticipata dei pensionati dal sistema produttivo, ma con penalizzazioni all’assegno pensionistico, Si tratta di una vera e propria flessibilità in uscita nel tentativo di rimuovere l’ostacolo delle assunzioni di nuove forze fresche, i giovani, che non riescono ad inserirsi a causa dell’età lavorativa prolungata. Tutto è comunque in discussione, anche perché il Capitolo pensioni è un capitolo di bilancio del Paese tra i più sostanziosi. Il ministro Poletti, sul punto, è stato, a parte le intenzioni e le linee guida renziane da rispettare, estremamente e volutamente nebuloso.

Furlan (Cisl). Il governo convochi subito le parti sociali

Con ogni probabilità la proposta del governo arriverà non prima del mese di settembre, ma la Cisl, con Anna Maria Furlan, si porta avanti e chiede la convocazione immediata delle parti sociali, proprio sul nodo ‘flessibilità. “La cosa importante emersa sulle pensioni – fa sapere Furlan- è come mettiamo mano alla peggior riforma pensionistica degli ultimi anni, che è la legge Fornero. In tal senso è positiva l’apertura del Premier Renzi e del ministro Poletti sull’introduzione di forme di flessibilità in uscita. È una cosa che la Cisl chiede da tempo e per questo abbiamo indicato la necessità di aprire subito un confronto per modificare la legge”. Contemporaneamente il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Ap), presentava un nuovo disegno di legge delega sul tema che ricalca quello presentato alla Camera da Damiano, Gnecchi e Baretta. Il disegno di legge ipotizza la possibilità di pensionamento anticipato sulla base di due requisiti minimi, 62 anni di età e 35 anni di contributi, con una penalizzazione annua del 2% fino a un massimo dell’8%.

Damiano (Pd): La “Quota 100”, età minima per lasciare il lavoro

Rispetto a Sacconi, diversa la proposta di Cesare Damiano (Pd): “La nostra proposta, è quella di dare la possibilità ai lavoratori di lasciare il lavoro a 62 anni con 35 anni di contribuzione con una penalità dell’8 percento”. Lo stesso Damiano ha messo in risalto un’altra proposta, la cosiddetta ‘Quota 100’ con un’età minima per la pensione di 62 anni e 38 anni di anzianità contributiva. Anche la Lega Nord è favorevole alla Quota 100, quale somma tra età anagrafica, in questo caso 58 anni, e anni di contributi, 42 anni. Sul capitolo pensioni, o meglio sulla rivalutazione di quelle già versate e oggetto di una sentenza della Consulta, da registrare la presa di posizione, decisamente inopportuna, tanto da costringere il premier Renzi a correggere il ministro, del titolare delle Finanze Padoan, che in una lunga intervista al quotidiano la Repubblica, tira per la giacchetta i supremi giudici: “Abbiamo provveduto a tamponare la falla, e gli arretrati da corrispondere ci costano 2,2 miliardi. Poi gradualmente a regime l’intervento sui trattamenti di medio livello ci costerà 500 milioni l’anno, a partire dal 2016”.

Pesante attacco del ministro Padoan alla Consulta per le rivalutazioni. Renzi lo stoppa

Poi l’affondo del ministro che si dice perplesso per l’aspetto che riguarda il fatto che “la Corte Costituzionale sostiene di non dover fare valutazioni economiche sulle conseguenze dei suoi provvedimenti e che non c’era una stima dell’impatto. Non so chi avrebbe dovuto quantificare il costo ma rilevo che in un dialogo di cooperazione tra organi dello Stato indipendenti, come governo, Corte, ministri e Avvocatura sarebbe stata opportuna la massima condivisione dell’informazione. Se ci sono sentenze che hanno un’implicazione di finanza pubblica, deve esserci una valutazione dell’impatto. Anche perché serve a formare il giudizio sui principi dell’equità. Questo è mancato e auspico che in futuro l’interazione sia più fruttuosa”. Come detto, però, Renzi ha immediatamente stoppato il suo ministro con una dichiarazione che cerca di gettare acqua sul fuoco di una possibile polemica: “La Corte Costituzionale ha fatto una sentenza, noi l’abbiamo rispettata, lavoriamo nel massimo rispetto e raccordo istituzionale. Adesso si tratta di lavorare insieme perché nel corso dei prossimi mesi i segnali di ripesa che ci sono possano irrobustirsi e consolidarsi”.

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