I 300 miliardi di euro di cui parla Renzi non ci sono. Tutta fuffa. Lo ammette Juncker

I 300 miliardi di euro di cui parla Renzi non ci sono. Tutta fuffa. Lo ammette Juncker

La Commissione Europea ha varato martedì sera a Strasburgo il cosiddetto Piano di investimenti, più volte annunciato dal neopresidente Jean-Claude Juncker, e del quale parlano spesso, quasi fosse un mantra, Renzi e molti renziani, sui giornali e nei talk show. Ora che il Piano Juncker è stato ufficialmente varato sappiamo finalmente che si tratta di un trucco contabile e di una scommessa, come recitano Le Monde e il Financial Times. Per intenderci, e per farlo intendere ad eurodeputati come Simona Bonafè, che ancora martedì sera si affannavano a cantare le lodi del piano, non si tratta di denaro pubblico da investire in produzione. Dunque, per il momento, è solo fuffa. Intanto, i 300 miliardi di fondi aggiuntivi, di cui tanto si blatera in Italia, in realtà non esistono. Dovrebbero essere il risultato, appunto, di una scommessa, o di un trucco contabile, secondo il quale i circa 21 miliardi di fondi pubblici disponibili dovrebbero esercitare, negli anni, un effetto moltiplicatore pari a 15 volte, attraverso investimenti in settori quali trasporto, infrastrutture energetiche e reti informatiche. La finalità resta quella di creare alcuni milioni di posti di lavoro, in una Europa affetta da mal di crescita, e in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli elevatissimi un po’ ovunque.

Su questo Piano, Juncker e l’intera Commissione, nonché il Consiglio europeo, e il Parlamento, se l’approveranno, si giocano la faccia. L’operazione alchemica di trasformazione di parole in denaro sonante parte dalla costituzione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS, o EFSI in inglese), gestito dalla BEI, la Banca europea degli investimenti, banca pubblica, la cui missione, da 50 anni, è proprio quella di finanziare i progetti di infrastrutture di lungo periodo. Tuttavia, il FEIS non sarà praticamente dotato di capitali iniziali: appena 5 miliardi di euro. Altri 16 miliardi saranno garantiti dai Fondi europei, dei quali 3.3 dal programma Connecting Europe Facility e 2.2 da Horizon 2020. Secondo il Financial Times, “il trucco risiede nel fatto che questi 21 miliardi sono garanzie che consentiranno alla BEI di attrarre nuovi fondi sui mercati di capitali privati, che possano poi essere investiti in progetti del passato non ancora finanziati”. Tuttavia, ricorda il Financial Times, con qualche ironia, che “schemi analoghi del passato, come il ‘compact for growth’ del 2012, che avrebbe dovuto portare 120 miliardi di euro, non hanno funzionato. Però i burocrati della Commissione sono convinti che questa volta funzioneranno”. Ancora, secondo il Piano elaborato da Juncker, la mobilitazione dei 21 miliardi metterà in condizione la BEI di prestare 60 miliardi di euro, operando su nuovi bonds, nuovi titoli. L’effetto moltiplicatore di questo piano alchemico porterà, nei prossimi tre anni ad avere nel portafoglio degli investimenti 315 miliardi, 270 dei quali provenienti da finanziamenti privati e da cofinanziamenti pubblici (ad esempio, dalle banche pubbliche nazionali).

Quali progetti saranno finanziati? Gli Stati membri hanno inviato le proprie liste nei giorni scorsi (tranne Germania e Olanda, che per il momento si sono astenuti). “A tutt’oggi, ci sono 800 progetti. Ma non tutti saranno finanziati”, ha precisato una fonte della Commissione a Le Monde. Si darà priorità ai settori del trasporto, dell’energia, delle reti informatiche e della formazione. Altra priorità sarà concessa a quei progetti che non abbiano ottenuto finanziamenti in passato, ma che presentino una dimensione europea, e che possano essere rapidamente realizzati. La BEI valuterà i progetti caso per caso, per poterne misurare il rischio. Un comitato indipendente di esperti, “senza politici o tecnocrati”, precisa la fonte a Le Monde, darà il giudizio finale.

Il punto è che, come sottolinea il Financial Times, Juncker sarà “costretto a vendere” il suo Piano di investimenti agli investitori, agli eurodeputati, agli Stati membri, forte solo della tripla A conquistata dalla BEI (la tripla A manifesta e segnala il grado di fiducia della Banca sui mercati), che deve piazzare titoli sovrani per 60 miliardi. Jirki Katainen, commissario alla crescita, è stato a Londra la scorsa settimana, in un “road show” per saggiare la disponibilità della City. Ora, tutti i commissari saranno chiamati a fare lo stesso.

Infine, il presidente della Commissione avrà bisogno dell’accordo del Parlamento europeo e degli Stati membri, perché, per poter disporre del denaro del bilancio europeo a garanzia dei fondi, occorre emendare la legislazione europea. Una proposta di legislazione deve dunque essere presentata contestualmente al Piano sia al Consiglio europeo che al Parlamento di Strasburgo, che dovranno adottarla con maggioranza qualificata dei due terzi.

Il Financial Times chiude irridendo a questo piano: “questi progetti, un giorno, potranno essere la testimonianza di un piano UE di investimenti che ha ottenuto successo – oppure di un’altra rovinosa caduta delle attese dei leader politici”. Questa volta, siamo d’accordo anche noi.

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