Alfonso Gianni. La Bce volta pagina dalla parte sbagliata

Alfonso Gianni. La Bce volta pagina dalla parte sbagliata

La riunione del Consiglio direttivo della Bce ad Amsterdam, la capitale della nascente finanza mondiale del ‘600, e la successiva conferenza stampa sono destinati ad entrare nella storia economica e finanziaria europea. Ma non certo in modo glorioso. Sta di fatto che si chiude un’epoca. Quella cominciata con il whatever it takes e proseguita con il pompaggio di liquidità, con il denaro che praticamente non costava niente, ove la banca centrale acquistava titoli di stato a go-go, mentre i tassi erano negativi. È la prima grande conseguenza – che non riguarda solo l’Europa – della guerra sull’economia mondiale. Sulla stampa economica e negli ambienti finanziari si discute se le decisioni della Bce abbiano seguito le tappe indicate oppure vi sia stata un’accelerazione. In sostanza se le colombe hanno tenuto oppure i falchi abbiano preso nettamente il sopravvento. Discettare sulle espressioni usate dalla Lagarde è di poco sugo. Conta di più vedere la reazione dei mercati. Ed è negativa, con le borse europee in picchiata e lo spread che sale a 230. Lo è malgrado si trattasse di una svolta annunciata.

Già da qualche tempo si sapeva che con l’8 settembre si sarebbe usciti dalla fase caratterizzata da tassi negativi iniziata nel giugno del 2014. Si sapeva che essi avrebbero cominciato a salire sia a luglio che a settembre. Come pure era noto che il programma di acquisti netti sarebbe terminato il primo luglio. L’ordine degli interventi è stato rispettato, prima la stretta sulla liquidità, poi l’incremento dei tassi. Ma il margine di incertezza lasciato sul secondo aumento dei tassi da realizzarsi a settembre (sarà dello 0,25% o dello 0,50%?), e la vaghezza delle dichiarazioni della Lagarde rispetto alla individuazione e messa in opera di uno strumento anti-spread, ha prodotto qualcosa che assomiglia di più ad una diffusa paura che a un momento di incertezza. Per nulla temperata dalla possibilità annunciata di reinvestimento dei titoli acquistati con totale flessibilità, per combattere la “frammentazione” (un termine cui probabilmente si ricorrerà spesso) dei costi di finanziamento dei singoli Stati. L’onda è arrivata da lontano. Anche se la Fed americana procede in modo inverso, prima l’intervento sui tassi e poi quello sulla liquidità, la molla è la stessa: l’aumento dell’inflazione che negli Usa ha sopravanzato le previsioni – per la verità non impossibili – costringendo l’ex presidente della Banca centrale Yanet Hellen ad una pubblica autocritica e che nell’Eurozona ha superato l’8% e non intende fermarsi.

Di fronte a ciò la Bce ha rimesso in campo la priorità che deriva dalla sua scriteriata missione, ovvero la primazia della lotta all’inflazione. Il che, come è noto, contraddice il principio che quando l’economia va male i tassi vanno diminuiti per dare ossigeno al mercato, mentre una stretta può essere opportuna se l’economia si surriscalda troppo. Eppure proprio la Bce ritiene che la crescita nell’anno in corso e nel prossimo sarà scarsa lasciando qualche speranza solo per il 2024. Bankitalia ha rivisto al ribasso, di un punto abbondante, tutte le previsioni di crescita del nostro Pil rispetto a quelle formulate a gennaio. Ma la situazione di oggi fuoriesce dalla manualistica economica, dal momento che abbiamo avuto due avvenimenti giganteschi in rapida successione e congiunzione tra loro: l’entrata in scena del risparmio accumulato durante il periodo più duro della pandemia appena essa ha segnato una flessione e la guerra che ha dato un ulteriore colpo alle già rinsecchite catene del valore, complicando ogni cosa sul fronte dell’offerta e non solamente dei prodotti energetici.

Questo fa sì che assieme all’inflazione continui il declino dell’economia e quindi, malgrado le contorsioni espressive della Lagarde, il baratro della stagflazione è sempre più vicino. Ma puntare sul contenimento dell’inflazione, anziché su un diverso modello di sviluppo, non potrà che peggiorare la situazione. La guerra serve per rallentare, se non bloccare, le misure contro il cambiamento climatico. Non illudiamoci troppo sul voto europeo, peraltro così contrastato, sull’ auto elettrica. Allo stesso modo, malgrado gli orientamenti europei sul salario minimo, l’insistenza sull’inflazione è funzionale a contenere anche la più timida spinta all’aumento dei salari. Ritorna il tormentone modello anni Settanta sulla spirale prezzi-salari. Da un lato si affermano giusti principi, dall’altro si adottano misure economico-finanziarie opposte. Senza l’entrata in scena di un movimento di classe e di massa è facile prevedere chi prevarrà.

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