Laura Damiola. 75 esimo Festival di Cannes: il Cinema arma d’emozione contro la guerra?

Laura Damiola. 75 esimo Festival di Cannes: il Cinema arma d’emozione contro la guerra?

Dalla nostra corrispondente a Cannes.

Cannes, primo giorno, scena prima del 75° Festival del Cinema. File di affamati di cinema si formano davanti alle biglietterie digitali e alle sale di proiezione. Non solo per l’effetto di una lunga astinenza a causa del Covid. Un attacco informatico ha minato il sistema di biglietteria digitale. La sera stessa, scena seconda e colpo di scena. Il Presidente ucraino Zelensky, ex attore e produttore, appare sullo schermo in uniforme militare per chiedere che il cinema “non rimanga muto di fronte al destino del suo paese”. Cita il celebre discorso di Charlie Chaplin nel suo film “Il dittatore” (1940): “L’avidità ha avvelenato le menti degli uomini, ha imprigionato il mondo con l’odio, ci ha fatto sprofondare nella miseria e nello spargimento di sangue… La nostra conoscenza ci ha reso cinici, la nostra intelligenza disumani”. Pochi giorni dopo, un produttore ucraino più radicale chiede, dal padiglione degli Stati Uniti, un’esclusione totale della Russia, rappresentata dal regista Kirill Srebennikov, in concorso per la Palma d’Oro con il suo ultimo lavoro “La Moglie di Tchaikovsky”. Il regista russo noto per essere “il dissidente” odiato dal Cremlino aveva subito due anni fa l’ostilità putiniana. Gli era stato negato di accompagnare il suo Film al Festival di Cannes. Terzo giorno del Festival, sugli schermi viene proiettato Mariupol 2, una testimonianza postuma del regista lituano Mantas Kvedaravicius, ucciso in Ucraina, che ci ha immersi nel martirio dei sopravvissuti della città portuale del Mar d’Azov.

Nel frattempo, Tom Cruise, l’iconico “Top Gun”, scende dal suo elicottero sulla Croisette, come l’ambasciatore del “soft power” americano al servizio dell’iperpotenza, che fornisce le migliori armi digitali all’Ucraina. Gli aerei della “Patrouille de France” salutano “Top Tom”, in estasi come un bambino, con un tricolore, come per la parata parigina del 14 luglio (festa nazionale francese). Un saluto amichevole che non potrebbe essere più atlantista. Va sottolineato che la star americana è venuta a presentare, 36 anni dopo, il seguito di Top Gun (Top Gun: Maverick) e a ricevere la Palma d’Oro d’onore.

Certamente l’ombra proiettata dall’attuale crisi internazionale non oscura totalmente il glamour di un’edizione di ritorno del Festival, dove chi indossa maschere anti-Covid si fa sempre più raro sotto il caldo sole della Costa Azzurra. Il red carpet brilla per il sorriso di Julia Roberts, tra gli altri ospiti d’onore e per le numerose star sul red carpet

Certamente, non siamo tornati, si spera, ai tempi pre-seconda guerra mondiale quando un ministro dell’Istruzione del Fronte Popolare Jean Zay inventò (1938) l’idea di un Festival popolare del Cinema, che sarebbe diventato, dopo il suo assassinio da parte dei fan francesi della Germania nazista (1944), la manifestazione mediatica più importante del mondo. L’idea di questo coerente umanista e massone ebreo, era quella di fare del cinema uno strumento di educazione popolare volto a “rendere l’uomo più degno di se stesso” e di contrasto alla strumentazione propagandistica creata dal totalitarismo dell’epoca. In altre parole, “un’arma di enorme emozione per risvegliare le coscienze e scuotere l’indifferenza”, come ha brillantemente affermato l’attore francese Vincent Lindon, presidente della Giuria del 75° Festival nella Cerimonia d’apertura. Certamente, non siamo ancora alla vigilia di una guerra mondiale. E poi, come ci ha ricordato Marx (Karl non Groucho), la storia non è un cerchio, ma una spirale. Tuttavia, a 83 anni dalla nascita del Festival (nel 1939) il pesante eco della situazione attuale segna questa edizione dell’evento cinematografico francese, anche se ha visto altre situazioni difficili, come la sua cancellazione durante la rivolta del maggio 1968. Il più sensibile dei cinefili potrebbe essersi pentito di aver sorriso all’anteprima del film francese “Coupez!”, di Michel Hazanavicius in apertura. Cosa puoi dire di un film di zombie in omaggio al cinema della serie Z, quando ti ritrovi due giorni dopo ad affrontare i morti viventi di Mariupol?

Come è possibile commuoversi per la favola con una morale inossidabile sul potere attrattivo della natura di “Otto Montagne”, film in concorso per l’Italia e tratto dall’omonima opera dello scrittore italiano Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega nel 2017? Certo la montagna della Valle d’Aosta è sublimemente bella e il libro formidabile. Come possiamo avere paura, guardando il film “I Crimini del Futuro” del canadese David Cronenberg, regista di “Crash”, un punto di riferimento d’altri tempi, ma indiscusso dell’horror?

Nel contesto geopolitico teso, c’è un’altra crisi. Questa crisi è quella del cinema in generale, che fa buon viso a cattivo gioco. Ingressi nei teatri in caduta libera (-60%), banchieri e investitori specializzati preoccupati. La pandemia probabilmente non ha aiutato. “Se il cinema, quello del grande schermo e delle sale, non vuole morire, deve rivivere”, ammette Tierry Frémaux a questo proposito in un momento in cui il Festival si appresta a cambiare presidenza con la partenza di Pierre Lescure.

Reinventarsi? Ricominciare tutto da capo? Quest’anno il Festival ha siglato una partnership con la piattaforma internet preferita dalle giovani generazioni, Tik Tok. Ne è scaturito, per la prima volta, un premio speciale assegnato a giovani creatori che armeggiano in sala con mini-cortometraggi di meno di tre minuti trasmessi sul web. Certo non è Cinema, ma il successo fa impallidire di invidia le maggiori compagnie hollywoodiane.

Khaby Lame, il nuovo fenomeno del genere, giovane milanese di origine senegalese, capitalizza 130 milioni di follower su Tik Tok. Il suo segreto? Prende degli estratti dei film e fa una parodia in versione del cinema muto, che gli è valso il soprannome di Buster Keaton del Web. Un ritorno forse alle sorgenti di un cinema originale, che prima di diventare la settima arte era un polo di attrazione popolare.

Ma il cinema sul grande schermo, quello che ha accompagnato le nostre generazioni, “l’arma dell’emozione di massa” cara a Vincent Lindon, si è fermato? Certamente no. “Tirailleurs” del regista Mathieu Vadepied, in apertura in anteprima mondiale nella sezione un Certain Regard, una coproduzione franco-senegalese con l’attore protagonista Omar Sy, ne è un esempio. La standing ovation di 10 minuti che saluta un film interamente interpretato in lingua fulani, una delle lingue nazionali del Senegal e che rende giustizia ai soldati africani arruolati con la forza nelle trincee del 1914-18 dal colonizzatore francese, non era scontata e l’emozione c’era. Anche un altro film africano, nella selezione ufficiale il thriller politico-religioso “Boys from Heaven” dell’egiziano Tarik Saleh, incentrato sulle lotte per l’influenza ai vertici del potere islamico, è molto intrigante e interessante . E un’onda di emozioni non manca nel primo film francese in concorso d’Arnaud Desplichin, “Frère et soeur”, anch’esso in corsa per la Palma d’oro e come il regista afferma, “la vita è un’illusione, mostrare l’incantesimo del mondo è il ruolo del Cinema”. E il Cinema inoltre ha sempre il merito di spazzar via pregiudizi e scetticismi e questi primi giorni di Festival lo confermano.

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