Vincenzo Vita. Il miracolo televisivo del venerdì santo

Vincenzo Vita. Il miracolo televisivo del venerdì santo

Lo scorso venerdì 15 aprile abbiamo assistito ad un miracolo televisivo. In serata su Rai uno il Rito della Via Crucis ha ottenuto un ascolto elevatissimo: 4.307.000 spettatori (20,4% di share), che superano i 5 milioni considerando la cosiddetta Total Audience. Quest’ultima comprende pure le piattaforme diffusive diverse dallo schermo classico. Per ordine di grandezza, siamo al livello (e più) delle fiction di successo. In generale, possiamo osservare la crescita esponenziale del gradimento di papa Francesco.

Purtroppo, non altrettanto bene è andata la serata-evento di Pasqua con Monica Maggioni. Ma la stessa presenza papale patisce dell’inserimento in una logica troppo simile ai talk.

Indubbiamente, il successo della Via Crucis (speriamo di non andare all’inferno per simili considerazioni) è stato incrementato dalla straordinaria immagine delle due donne – Irina ucraina e Albina russa –  presenti insieme alla tredicesima stazione, quella che ricorda la morte di Gesù sulla Croce. Tuttavia, va detto che il vescovo di Roma ha sempre avuto una naturale empatia mediale, fin dal suo presentarsi appena eletto al soglio di Pietro come l’uomo arrivato dalla fine del mondo. E numerose occasioni hanno svelato una felice capacità comunicativa, che già raggiunse una vetta notevole con la camminata solitaria in piazza San Pietro sotto la pioggia il 27 marzo 2020 in piena pandemia.  E non sarà un caso se a Pasquetta l’incontro del pontefice con migliaia di giovani sia stato preceduto dal recente vincitore – in coppia con Mahmood – del festival di Sanremo Blanco. Una scelta controcorrente, che ha suscitato qualche malumore nella curia.

Si può sostenere che il papa abbia per lo meno eguagliato l’efficacissimo Giovanni Paolo II, che riempiva con estrema autorevolezza la scena. Qui non c’entrano i giudizi di merito. Si tratta di aggiornare l’analisi sui rapporti tra il Vaticano e il sistema dell’informazione.

Neppure Karol Wojtyla immaginò – però – un’intervista con Fabio Fazio, benché la festa della gioventù a Tor Vergata di Roma nell’agosto del 2000 sembrasse qualcosa di simile ad un concerto rock, per presenza e passione.

Forse, in cima alla top ten rimane ben saldo (ma senza la prova degli indici di ascolto, che ancora non esistevano) il discorso della luna pronunciato nel 1962 da Giovanni XXIII dalla finestra del palazzo Apostolico all’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II. E un cenno a parte, per la straordinaria innovazione nelle tecniche di collegamento (cassette e aerei, senza satellite), merita il viaggio di Paolo VI in Terra Santa all’inizio del 1964. Fu allora che la Rai acquisì peso e prestigio internazionali. Del resto, Giovanni Battista Montini aveva guardato con estrema apertura all’ingresso dell’elettronica nell’analisi della Bibbia e degli scritti teologici di San Tommaso.

Torniamo a Francesco. Che emozione l’intervista rilasciata a Lorena Bianchetti su RaiUno sempre lo scorso venerdì. In particolare, rimarrà una pagina della grande cerimonia televisiva il finale della conversazione. Erano le 15, l’ora della passione di Cristo. Alla domanda della giornalista sull’argomento della crocifissione, il papa ha risposto con un lunghissimo silenzio. Un silenzio così ricorda la conclusione della nona sinfonia di Gustav Mahler soprattutto nella versione diretta da Claudio Abbado. O l’opera di John Cage. Il silenzio è meditazione struggente, pianto senza lacrime, invocazione della meta-fisica: credenti o meno che si sia,  dio (ciò che ci sovrasta, al di là delle fedi) si manifesta nella sua assenza, ci dice Ingmar Bergman ne Il settimo sigillo.

Ma qual è il sugo della storia, per evocare Alessandro Manzoni? Dietro la popolarità di Bergoglio si cela, al netto delle indubbie qualità carismatiche, la voglia di pace. Francesco è esattamente, nell’odierno inquietante villaggio globale delle guerre e della violenza, il simbolo dell’esigenza sentita e condivisa nella società (pure nei sondaggi, com’è noto) di chiudere subito le ostilità aperte dalla Russia contro l’Ucraina.

Ma in quei confini maledetti vincono le armi e dio sembra morto. Per ora, almeno.

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