Alfiero Grandi. Contro la crisi della politica, e della democrazia, subito una legge elettorale proporzionale

Alfiero Grandi. Contro la crisi della politica, e della democrazia, subito una legge elettorale proporzionale

Approvare una nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni politiche è obiettivo centrale e imprescindibile per sbloccare una grave paralisi politica e istituzionale, che in occasione della rielezione del Presidente della Repubblica ha trovato, per fortuna, soluzione nel secondo mandato di Mattarella. Anche se questa esperienza pone il problema di chiarire in Costituzione se la rielezione del Presidente sia possibile oppure no, c’è al Senato un ddl costituzionale che potrebbe essere l’occasione per chiarire una volta per tutte. Questa volta la crisi democratica è stata evitata, ma occorre evitare di ritrovarsi in una situazione senza via d’uscita.

Non solo per la prossima legislatura ma anche per quello che resta di questa.

Ci sono segni di tempesta sul versante dell’inflazione, che a torto è stata sottovalutata. È passeggera, è stato detto. Ora, nessuno azzarda più questa valutazione. Il rincaro dell’energia e delle materie prime hanno un potenziale di spinta su tutta l’economia, sia pure con diversa potenza tra i settori produttivi e i consumi. È in pieno dispiegamento un effetto annuncio che può estendere l’aumento anche oltre le conseguenze prevedibili. Una sorta di effetto mandria impazzita. Il mercato non si autoregola ma ha bisogno di regole. Per ora il governo sta cercando di tamponare le falle, ma forse si sta rendendo conto che rischia di essere un inseguimento senza fine, con effetti devastanti sui conti pubblici.

Altrimenti perché Draghi, che solo qualche settimana fa affermava che questo è il momento di dare soldi al paese non di chiederli, ora cerca di evitare ulteriori scostamenti di bilancio, con il risultato di spostare risorse da una voce all’altra del bilancio pubblico?

Il percorso del governo nei prossimi mesi non sarà agevole e dovrà dare prova di fantasia e capacità di innovare, evitando di farsi catturare dal vecchio, dalla conservazione, dalla sottovalutazione delle divaricazioni sociali che sono destinate ad ampliarsi ogni volta che i cambiamenti sono repentini e non regolati. In poche parole, dovrà fare politica. Il governo dovrebbe chiamare subito le forze sociali a discutere di questo pericolo, ricordando che Ciampi affrontò una fase, certo diversa, mettendo sul tavolo anzitutto gli impegni del governo per contrastare l’inflazione e proponendo comportamenti conseguenti a tutti i soggetti sociali. Per questo occorre pensare a forme di controllo severo dell’aumento dei prezzi, per evitare di fare come dopo il cambio lira-euro, con lamenti postumi. I lavoratori non possono rinunciare a garantire il loro potere d’acquisto che negli ultimi 20 anni è addirittura diminuito, unico caso in Europa, per non parlare della crescente precarietà, del lavoro povero, ecc. Questo è un punto importante. Ce ne sono altri da affrontare che richiedono confronto politico, chiarezza di proposte e di obiettivi. Non è un compito che può essere delegato al solo governo, che andrebbe rapidamente in sofferenza.

La legge elettorale è un simbolo.

Approvare una nuova, buona legge elettorale può aiutare sia per il segnale politico, perché tenderebbe a superare la stallo registrato solo una settimana fa, sia perché indicherebbe la consapevolezza dell’importanza che ha ridefinire le regole con cui i diversi partiti si confronteranno nella prossima legislatura. Confronto non è rissa continua ma mettere in primo piano le diverse letture e soluzioni dei problemi per sottoporle al giudizio degli elettori. Gli schieramenti politici che qualcuno ha cercato di ibernare ipotecando il futuro non esistono più. Ora si tratta di stimolare i singoli partiti a compiere un passo avanti, a darsi un profilo e andare al confronto politico tra proposte, anziché puntare al potere per il potere. Dopo il risultato elettorale verrà la fase in cui le diverse posizioni si confronteranno e proveranno a costruire programma e governo, quello possibile, come in Germania. È evidente che per arrivare a questo risultato occorre una legge elettorale proporzionale. Il maggioritario non ha risolto l’instabilità, non ha portato fortuna né a destra né a sinistra, è una distorsione che ha prodotto i suoi effetti negativi. Vengono obiezioni, si dice: occorre evitare la dispersione, quindi vengono avanzate proposte come soglie più alte per eleggere un parlamentare o premi di maggioranza.

Si trascura, volutamente o meno, che il taglio dei parlamentari ha creato una sorta di “accisa” sul livello attuale di soglia del 3%. Con il risultato di portare la soglia di accesso reale verso il 4,5 % e addirittura al Senato, nelle piccole regioni, al 30%.

La soglia è già in sé un premio di maggioranza, andare oltre vuol dire distorcere la parità di voto dei cittadini, imponendo di fatto alla maggioranza degli elettori una maggioranza drogata dal meccanismo elettorale che in realtà è una minoranza. Questo non ha conseguenze solo sulle singole misure, che pure non è poca cosa, ma porta ad una contraddizione con la nostra Costituzione. È vero che la nostra Costituzione non prevede con nettezza il meccanismo elettorale, tuttavia i suoi principi fondamentali, ad esempio la parità di voto, creano dei criteri che hanno consentito alla Corte costituzionale di cassare leggi elettorali o parti di esse, perché incompatibili.

La legge attualmente in vigore (Rosatellum rivisto su ispirazione di Calderoli nel maggio 2019) è giustamente oggetto di ricorsi per incostituzionalità. In particolare due aspetti gridano vendetta, anche se non sono gli unici. Il primo è la scheda “coatta” che obbliga a dare un voto unico per i collegi uninominali e per le circoscrizioni proporzionali, voto per uno e di conseguenza tutta la filiera, il secondo è la disparità del valore, del peso dei voti dei cittadini. In Trentino Alto Adige un voto vale il doppio che in altre regioni con gli stessi abitanti e questo è stato possibile parificando con legge ma non in Costituzione Regioni e Provincie autonome. Purtroppo i ricorsi rischiano di essere esaminati dopo le elezioni come altre volte e a quel punto tutto diventerebbe pressoché inutile o destabilizzante.

Per questo la legge elettorale è urgente.

La legge elettorale deve “ricordarsi” i meccanismi istituzionali previsti dalla nostra Costituzione, che prevede contrappesi tra i poteri e regole adatte per una legge elettorale sostanzialmente proporzionale. L’elezione di Mattarella ha riproposto la questione, perché il Presidente della Repubblica è una figura di garanzia costituzionale, non di parte come sarebbe se fosse eletto direttamente, quindi capo di una parte, e lo conferma che per eleggerlo dopo 3 votazioni andate a vuoto occorre comunque il voto della maggioranza assoluta dei parlamentari integrati dai delegati regionali. Sono tanti gli aspetti analoghi nella Costituzione.

La prima questione che la nuova legge elettorale deve garantire è che il paese reale sia rappresentato il più possibile attraverso i parlamentari, oggi invece da due decenni abbiamo deputati e senatori che non hanno come riferimento i cittadini che votano ma i capi partito che fanno le liste e il posto in esse è la vera garanzia di elezione. Per questo i parlamentari sono fedeli ai capi e questo spiega perché il parlamento abbia raggiunto il punto storico più basso di credibilità. Ho già ricordato che un tornante storico negativo è avvenuto quando Berlusconi ha imposto alla sua maggioranza parlamentare di approvare un odg che afferma che Ruby era la nipote di Mubarak. Ascoltare l’ex ministro Martino giustificare imbarazzato questo voto
conferma che è stato un tornante negativo potente. Questa bugia un parlamentare non può e non deve mai, per nessuna ragione, approvarla perché colpisce al cuore la credibilità dell’organo di cui fa parte.

Altro tornante storico negativo è l’approvazione del taglio dei parlamentari voluto dal Movimento5Stelle ed approvato da tutti gli altri partiti subendone il condizionamento.

Zingaretti, all’epoca segretario del Pd, forse consapevole dell’errore, lanciò, appena approvato definitivamente il taglio, la proposta di passare ad una Camera sola di 600 persone. Proposta in sé da esaminare, insieme a tanto altro, ma lanciata dopo l’approvazione definitiva del taglio alle due Camere, del tutto estemporanea. Anche le ulteriori modifiche costituzionali tanto decantate si sono perse per strada, tranne il voto ai 18enni per il Senato. Questi ed altri aspetti hanno fatto precipitare la credibilità del parlamento. Del resto, se i parlamentari stessi hanno accettato o subito la loro stessa riduzione hanno dato al paese il segnale che il lavoro di tanti di loro è superfluo.

A questo si sono aggiunti nel tempo meccanismi di lavoro parlamentare che hanno portato la legge approvata per la parità retributiva tra i sessi ad essere l’unica iniziativa degna di nota del parlamento in questa legislatura; altre, come il ddl Zan, sono finite, purtroppo, su un binario morto.

Tra voti di fiducia a raffica, decreti legge del governo, maxiemendamenti il parlamento è stato ridotto ad essere subalterno agli atti del governo, ribaltando nei fatti quanto prevede la Costituzione, mentre dovrebbe essere il contrario. Per questo troppi omaggi al ruolo del parlamento sono solo formali. Solo nell’elezione di Mattarella il parlamento ha finito con l’indicare la strada ai leader incapaci di trovare una soluzione di livello.

Occorre ridare al parlamento il ruolo che deve avere, per farlo occorre che i parlamentari rispondano agli elettori che li eleggono, non ai capi partito.

Gli elettori debbono poter scegliere i loro rappresentanti. Continua ad essere sottovalutata la scissione di Renzi che si è portato via buona parte di quelli che ha fatto eleggere e che evidentemente gli sono rimasti fedeli. La fedeltà al capo è il criterio principale, non la competenza, la qualità, l’autonomia personale. Tranne casi lodevoli che confermano la regola. Altrimenti finiremo in una impasse da cui riemergerà la proposta di una revisione costituzionale complessiva. Eppure esperienze come quella del Titolo V dovrebbero dissuadere dall’approvare modifiche costituzionali improvvide.

Certo, per affrontare la crisi della politica, che rischia di diventare crisi della democrazia, occorre anche molto altro. Rivedere il funzionamento dei partiti come recita l’articolo 49, riproporre forme di finanziamento pubblico dell’attività politica che è stata limitata al punto tale che la partecipazione politica oggi è riservata al censo come in altre epoche precedenti, e altro ancora. Tutto vero, ma da qualche parte occorre iniziare e la legge elettorale è certamente il primo decisivo appuntamento che, se venisse mancato, condizionerebbe tutti gli altri.

Quando l’astensionismo raggiunge i livelli attuali la democrazia stessa rischia di entrare in grave sofferenza. Nel collegio a Roma in cui è stata eletta Cecilia D’Elia ha votato l’11% degli elettori e il suo 59% va quindi ricalcolato su quella base. L’astensionismo dovrebbe togliere il sonno ai dirigenti politici, invece da troppe parti questo viene acquisito come un dato di fatto. Le scelte che ci aspettano hanno bisogno di confronto, di partecipazione, di mobilitazione e questa crescente astensione non può che essere fonte di grande preoccupazione.

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