Massimo Piermarini. La ricetta di Piketty per ridurre le disuguaglianze, luci e ombre

Massimo Piermarini. La ricetta di Piketty per ridurre le disuguaglianze, luci e ombre

Piketty ritorna nelle librerie italiane con un nuovo testo, Una breve storia dell’uguaglianza che integra con nuove analisi i risultati delle sue ricerche precedenti, consegnate specialmente nei volumi “Il Capitale nel XXI secolo” (2014) e “Capitalismo e ideologia” (2020). Nelle intenzioni dell’autore si tratta di una storia comparativa delle disuguaglianze tra classi sociali e popoli nelle società umane o meglio di una storia dell’uguaglianza, perché nel corso della storia si verifica un processo di lungo termine finalizzato a una maggiore uguaglianza giuridica, sociale, economica e politica.

Piketty considera indicatori significativi di questo processo l’accesso all’istruzione e alla salute, per poi passare alle condizioni di vita, agli indicatori sociali e ambientali e agli indicatori socio-economici.

I cambiamenti positivi nella storia degli ultimi trecento anni hanno però generato nuove disuguaglianze ad un grado più elevato. L’incremento degli indicatori socioeconomici quali il reddito medio, infatti, deve tener conto della ripartizione effettiva tra classi sociali e tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo, quest’ultima eredità dell’epoca schiavista e coloniale. A livello globale insomma “il colonialismo e il dominio militare hanno permesso ai paesi occidentali di organizzare a loro profitto l’economia-mondo e di porre il resto del pianeta in una posizione periferica destinata a durare a lungo”. Le società schiaviste atlantiche gestite da Stati come la Francia e gli USA hanno garantito agli Stati occidentali una situazione di privilegio per lunghissimo tempo.

Le ricostruzioni del testo indagano, in modo molto efficace, le concentrazioni della proprietà, la spesa per l’istruzione, significativamente distribuita per classe di reddito, la disuguaglianza estrema vigente nell’epoca della Belle Époque. Il denaro ha indubbiamente influenzato in maniera consistente i sistemi democratici in Occidente, con sopravvivenze di posizioni censitarie. Soltanto con la crescita dello Stato sociale nel periodo 1914-1980 le differenze sociali si sono ridotte, anche grazie all’applicazione dell’imposta progressiva (uno strumento riformatore importante cui è dedicato in particolare il cap. 6).

Esaurita la ricostruzione del ciclo storico dell’uguaglianza i capitoli da 7 a 10 sono propositivi, nella convinzione che lo Stato sociale e l’imposta progressiva “sono strumenti molto efficaci, talmente efficaci da trasformare il capitalismo”. Come nei suoi saggi precedenti Piketty è molto critico nei confronti del liberismo finanziario e della libera circolazione di capitali. La sua analisi è confortata da una metodologia scientifica di ricognizione dei dati statistici, cioè da una trattazione sociologica ed economica delle condizioni storiche e sociali, per quanto l’autore riconosca come esse siano “costruzioni imperfette, provvisorie e fragili”, e ammetta che le valutazioni intorno alla ricchezza e alla sua redistribuzione dipendano essenzialmente da giudizi politici.

Piketty mette il dito nella piaga, quando parla di un tempo, il nostro, in cui le disuguaglianze, non soltanto in termini di reddito ma anche di regime proprietario, nelle società occidentali capitalistiche, aumentano anziché diminuire. Volge lo sguardo al passato e compie un bilancio dei progressi compiuti dal XVIII secolo ad oggi.

La concezione tipicamente francese del progresso lo conforta nel comparare le condizioni del passato a quelle attuali. Gli incrementi positivi sono indubbiamente notevoli, ma ottenuti a caro prezzo, non pacificamente per effetto di un progresso cumulativo inarrestabile e garantito universalmente. Il risultato del bilancio storico è evidente: si sono ottenute conquiste e si sono raggiunti traguardi importanti nell’incremento dell’uguaglianza, ma soltanto attraverso aspre lotte e rivoluzioni di vasta portata. Resta il fatto che esiste, almeno dalla fine del XVIII secolo, un processo storico che si orienta verso l’uguaglianza. Il mondo dei primi anni del XXI secolo, per quanto ingiusto possa sembrare, è più egualitario di quello del 1950 o di quello del 1900, i quali, di per sé, erano già per molti aspetti più egualitari di quelli del 1850 o del 1780.

Ma, potremmo chiederci, il più e il meno possono essere applicati ad un’idea che vuole tradursi in una condizione sociale, come quella di uguaglianza? Certamente la tendenza verso l’uguaglianza appartiene all’ordine del dinamismo storico sociale. Il che significa che sono possibili interruzioni e svolte tortuose sul cammino dell’emancipazione degli uomini da vari tipi di oppressione che perpetuano vecchie disuguaglianze e ne creano di nuove.

Piketty si affida ad un pacchetto di diritti e di misure riformiste per il futuro, cioè a misure di politica economica che operino una perequazione dei redditi e si affianchino a dispositivi giuridici e a riforme istituzionali volte a garantire l’esercizio e il godimento dei diritti agli esclusi e ai discriminati. Bisogna dunque ridurre ancor più le disuguaglianze senza eliminarle del tutto. Il punto è se questa marcia verso l’uguaglianza possa riavviarsi e continuare al di fuori del campo dei conflitti di classe e dei conflitti internazionali.

Le ricette keynesiane che il libro propone sembrano nuove più nella forma che nella sostanza. L’ottimismo può derivare soltanto dal superamento delle chiusure disciplinari e da una visione che oltrepassi le barriere nazionali. Ma il risultato della ricognizione sul presente è pesante: presenta una situazione che di fatto registra una iperconcentrazione della proprietà. In Europa “nel 2020 il 50% più povero continua a non possedere nulla di tangibile (il 5% del totale), mentre il 10% più ricco ne possiede il 55%”, mentre negli Stati Uniti il 10 % più ricco controlla addirittura il 72% della proprietà. Gli Stati uniti raggiungono così il vertice della disuguaglianza sociale.

La deregulation economica e finanziaria degli anni Ottanta ha segnato un punto di arresto nel processo verso l’uguaglianza erodendo in profondità la posizione economica della classe media patrimoniale, cioè titolare di quote di proprietà. Il processo verso l’uguaglianza, in battuta d’arresto, può riprendere soltanto con il rilancio delle lotte politiche e sindacali ed elaborando un progetto alternativo al liberismo. A detta dell’autore lo Stato sociale e l’imposta progressiva, che appartiene al patrimonio storico di una certa sinistra, possono costituire il punto di partenza di un movimento che abbandoni la piattaforma della proprietà e della pianificazione centralizzata dello Stato per un’ipotesi di socialismo democratico, autogestionario ed ecologico, basato sul decentramento. Esso può agire sul sistema delle disuguaglianze patrimoniali e di proprietà, attraverso lo strumento dell’imposta progressiva radicale sulla proprietà e sul reddito e attraverso i provvedimenti dello Stato sociale, ivi compresa l’eredità per tutti, il reddito di base e la garanzia del posto di lavoro nella direzione di uno “smantellamento graduale dell’economia di mercato”.

Il socialismo gradualista e democratico proposto da Piketty si pone in termini alternativi rispetto al “socialismo di Stato, centralizzato e autoritario sperimentato nel XX secolo nel blocco sovietico”, cui Piketty aveva riconosciuto nella terza parte di Capitale e ideologia, pur nella critica del suo carattere repressivo e autoritario, il merito di aver raggiunto il massimo di uguaglianza sociale possibile nelle condizioni di allora rispetto all’epoca zarista e alla stessa situazione reddituale e patrimoniale dell’Europa occidentale e degli USA.

Oltre ciò, riconosceva che “la Russia post-comunista è passata dall’essere un paese che aveva ridotto le disuguaglianze monetarie a un livello tra i più bassi della storia, a uno dei paesi con la maggiore disuguaglianza al mondo”. In questo testo l’autore sembra invece dare una diversa valutazione delle esperienze socialdemocratiche, già dichiarate incapaci di opporsi alla deriva liberista degli anni Ottanta e rivalutate invece in questo saggio, almeno come possibile paradigma di un socialismo democratico.

Accanto agli strumenti di politica economica necessari per la ridistribuzione della ricchezza e della proprietà secondo un processo virtuoso di democratizzazione e di progresso dell’uguaglianza Piketty considera l’istruzione una risorsa strategica nella lotta per l’uguaglianza, che richiede anche la giustizia fiscale e una effettiva parità di genere contro il patriarcalismo, le discriminazioni razziali e gli effetti dell’eredità del colonialismo nei rapporti tra i paesi, che andrebbero stabiliti su base federalista.

“La vera alternativa – scrive Piketty – è il socialismo democratico, partecipativo e federale, ecologico e meticcio, il quale, in fondo, non è che un logico prolungamento di un movimento a lungo termine verso l’uguaglianza iniziato alla fine del XVIII secolo. E perché ciascun paese possa contribuirvi in modo decentralizzato, andranno sviluppate nuove forme di sovranismo a vocazione universale” (Cap. 10).

L’autore nutre forti riserve verso il socialismo cinese, definito un “modello statalista centralizzato e autoritario completamente opposto al socialismo democratico e decentralizzato difeso in questo libro” (ibidem). La Cina si presenta, secondo questa analisi, come un sistema misto in cui comunque il controllo del capitale pubblico sul sistema produttivo appare saldamente assicurato da una quota del 55-60 per cento del capitale totale delle imprese. La competizione futura avverrà, secondo l’autore, tra socialismo autoritario cinese e socialismo democratico e partecipativo, che rappresenterebbe a suo avviso l’opzione del futuro, raggiunta attraverso il ricorso alle lotte e ai grandi movimenti di mobilitazione sociale e ad un nuovo sovranismo universalista, internazionalista e cooperativo, che tenda al federalismo socialista e democratico.

Naturalmente l’evidenza storica smentisce questa propensione e conferma i limiti della socialdemocrazia inglese, svedese e tedesca responsabili di un’uguaglianza incompiuta che ha aperto la strada ad Occidente alla vittoria del liberismo. La realizzazione di questa prospettiva viene affidata a potenti mobilitazioni collettive, con l’appoggio dei movimenti e delle organizzazioni sociali che definiranno gli obiettivi comuni e la trasformazione dei rapporti di forza.

In conclusione lo schema di questa piattaforma potrà divenire un movimento in direzione dell’uguaglianza soltanto attraverso la cittadinanza attiva e la valorizzazione dell’iniziativa democratica delle masse per i diritti e contro le diseguaglianze. L’invito, condivisibile, rinvia però alla questione del soggetto della trasformazione e soprattutto ai soggetti statuali che ne sarebbero i protagonisti sulla scena internazionale, di cui appare difficile oggi identificare il profilo.

Thomas Piketty, Breve storia dell’uguaglianza, La nave di Teseo, Milano 2021, 400 pp., 20,00 euro.

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