Patrizio Paolinelli. L’eredità dell’autunno caldo per il cambiamento della società

Patrizio Paolinelli. L’eredità dell’autunno caldo per il cambiamento della società

Da tempo non si leggono più libri veri scritti da esponenti politici. Laddove per libri veri si intendono testi di riflessione teorica e scritti senza l’intervento di ghostwriter. Riprende questa sana abitudine Paolo Ferrero con un volume intitolato “1969: quando gli operai hanno rovesciato il mondo. Sull’attualità dell’autunno caldo” (DeriveApprodi, Roma, 2019, pagg. 284, 14,00 euro).

Il libro osserva in chiave politica una pagina fondamentale della storia del movimento operaio, guarda al passato senza nostalgia e interpreta l’autunno caldo come una lezione pratico-teorica per agire sul presente. Cinquant’anni fa i lavoratori lottarono contro l’arbitrio di industriali, capi e capetti, contro le discriminazioni, il caro vita e i bassi salari. Lottarono e vinsero. Gli effetti di quella vittoria durarono una dozzina d’anni. Poi, a partire dagli anni ’80, prese il via la controffensiva neoliberista e in nome del mercato si è assistito alla progressiva erosione delle conquiste operaie.

Qual è la situazione oggi dopo decenni di neoliberismo? Così la sintetizza Ferrero: “Ieri stavi alla catena di montaggio e oggi la catena te la devi mettere da solo per intrecciare i tre lavori precari che devi fare per vivere. Ieri eri obbligato a lavorare molto per avere uno stipendio da fame e adesso i giovani – e non solo – devono lavorare molto per uno stipendio da fame. Ieri il problema della casa era enorme e oggi il problema della casa è enorme. Ieri la nocività la subivano i lavoratori in fabbrica, oggi subiamo tutti il disastro ambientale. Ieri i reietti erano gli immigrati del Sud Italia, oggi sono gli immigrati del Sud del mondo”.

1969” è un libro ben progettato. Si apre con una rapida carrellata sulla dimensione internazionale delle lotte operaie. Dimensione di cui colpiscono alcuni elementi: 1) la contemporaneità della protesta in ogni angolo del mondo; 2) la determinazione dei lavoratori; 3) la loro capacità di organizzazione; 4) la spontaneità delle lotte. Elementi che fanno intuire quanto il ’69 non sia stato una fiammata improvvisa, ma abbia costituito il culmine di un ciclo di lotte cominciato agli inizi degli anni Sessanta contro lo sfruttamento, la mancanza di diritti, il dispotismo padronale.

Il secondo capitolo guarda all’Italia e si concentra per l’appunto sull’autunno caldo. Evento definito da Ferrero un processo rivoluzionario. Limitandoci a qualche cenno, nel ‘69 decollò un ciclo di lotte che condusse al superamento delle gabbie salariali, alla fine del collocamento a chiamata nominativa e alla figura del cottimista in edilizia. Non solo: un’ondata di scioperi percorse l’Italia intera e la domanda di dignità si intrecciò con le richieste di aumenti in busta paga. I lavoratori del Nord e del Sud Italia e dei più diversi comparti si ritrovarono uniti in una stagione di protesta che nel 1970 condurrà allo Statuto dei lavoratori. In estrema sintesi, il 1969 fu l’anno in cui prese coscienza di sé un soggetto collettivo che metteva in discussione gli assetti di potere all’interno del mondo del lavoro e, di conseguenza, anche all’esterno. Furono i giovani operai il motore della rivolta al clima da caserma che si respirava nelle fabbriche, così come giovani erano gli studenti che già dal 1966 occupavano le università e scendevano in piazza.

Il terzo capitolo illustra alcune significative esperienze di lotta alla Zoppas, la Marzotto, la Pirelli e la Fiat Mirafiori. Per ognuna di queste realtà Ferrero racconta in maniera asciutta e coinvolgente le rivendicazioni, le trattative sindacali, le modalità di sciopero, la coesione e la partecipazione dei lavoratori. Il padronato e le classi dirigenti reagirono utilizzando sia la violenza poliziesca per reprimere le proteste sia politiche finalizzate a dividere i sindacati. Per parecchio tempo non l’ebbero vinta. Il movimento operaio era forte, fortissimo, i giovani contestavano in tutto il mondo e gli intellettuali si impegnavano in politica. Conclusione: in una società conservatrice qual era quella italiana dell’epoca entrarono in crisi i rapporti di forza tra le classi. Le masse tornavano a fare irruzione nella storia e pretendevano di decidere del loro presente e del loro futuro.

Giungiamo così al quarto capitolo del libro, il più consistente per numero di pagine. Raccoglie una serie di testimonianze, tra le quali la dettagliata memoria di Luciano Parlanti, un operaio entrato alla Fiat nel 1959. Parlanti racconta il sistema repressivo della forza-lavoro instaurato da Vittorio Valletta nella fabbrica torinese. È una lettura molto istruttiva perché in poche pagine descrive la microfisica del potere padronale in fabbrica. Un ferreo sistema disciplinare che non lascia nulla al caso, finalizzato a sfruttare fino allo spasimo gli operai, a dividerli tra loro, a controllare la loro vita dentro e fuori il luogo di lavoro. Il lavoratore è considerato un oggetto da usare finché regge o torna utile, per poi liberarsene quando non serve più. È la visione dell’Altro da sé dei capitalisti di ieri e di oggi. E per molti versi la tecnologia del potere applicata in fabbrica dalla Fiat la ritroviamo impiegata oggi su larga scala. Un esempio. Così come ieri si imponevano mille regole per impedire la formazione di legami di solidarietà tra gli operai, oggi il neoliberismo ha messo in moto una serie di meccanismi economici e culturali finalizzati a recidere il più possibile i legami sociali tra le persone. La differenza tra ieri e oggi consiste nel fatto che nel ’69 il tentativo di atomizzare gli operai non riuscì, mentre ai giorni nostri la società atomizzata è una realtà.  Sotto questo profilo va riconosciuto al capitalismo la capacità di apprendere dalle proprie sconfitte. Non altrettanto si può dire della sinistra.

Gli ultimi tre capitoli del libro si soffermano rispettivamente: sulla strategia della tensione, ossia la violenta reazione delle classi dominanti italiane e d’oltreoceano all’idea di realizzare nel nostro Paese una società più democratica; la durata nel tempo del ’69, determinata dalla diffusa consapevolezza tra i cittadini di avere diritto a una vita degna di essere vissuta; le prospettive del ’69 oggi e domani, ossia la necessità dell’intero genere umano di liberarsi dalla barbarie del neoliberismo. Su quest’ultimo punto Ferrero non è affatto pessimista, tutt’altro. A suo parere si può ribaltare il paradigma neoliberista facendo leva sul movimento giovanile di protesta contro i cambiamenti climatici, sul movimento delle donne che lottano contro il dominio maschile e sulle prese di posizione di Papa Francesco per una maggiore giustizia sociale e il rispetto della natura. Movimenti e prese di posizione che con tutta probabilità non andranno al potere così come non ci andarono gli operai nel 1969. Ma che come allora possono cambiare la politica e la società.

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