Massimo Piermarini. Valore, ricchezza, lavoro. Percorsi di lettura da Moishe Postone a Oskar Negt alla riscoperta della teoria critica di Marx

Massimo Piermarini. Valore, ricchezza, lavoro. Percorsi di lettura da Moishe Postone a Oskar Negt alla riscoperta della teoria critica di Marx

Il valore come astrazione del lavoro

Il valore è legato alla medietà, alla quantità di lavoro medio necessaria a produrre una merce. Quindi il valore, pur essendo a tutti gli effetti un’astrazione, non è un’astrazione indeterminata: esso si presenta formalmente all’analisi come sottoposto alle condizioni storiche di un livello raggiunto di condizioni tecnologiche che garantiscono la produttività del lavoro. Soltanto all’interno di queste condizioni, che costituiscono anche i suoi limiti, il lavoro astratto, materializzato nel prodotto del lavoro, può diventare la misura del valore. Esso è astratto in quanto misura media, ma è misura media in quanto risponde alle condizioni capitalistiche del dominio sulla forza-lavoro.

In seconda istanza il lavoro è astratto rispetto all’esistenza del lavoratore. È astratto dalla sua vita in quanto è, nel corso del processo produttivo, estratto dalla sua forza lavoro, dal flusso della sua attività vitale operante. La dissociazione tra lavoro astratto e vita individuale risulta in tal caso essere la conseguenza dell’astrazione del lavoro come quantità di tempo misurabile e oggettivabile.

Al problema del valore, cioè la sua funzione nella teoria economica, per cui esso che non è affatto, come spesso si è creduto, la categoria centrale della teoria marxista, è connesso il concetto di lavoro. Per affrontarlo bisogna ritornare un momento a riflettere sulle condizioni capitalistiche del dominio.

Gli individui sono dominati perché il loro lavoro è dominato. Ma perché è dominato? Perché è lavoro astratto. Cioè è sottoposto ad un sistema di dominazione impersonale che fa apparire la subordinazione del lavoro al capitale non come tale, nel suo rapporto reale, ma come qualcosa di oggettivo. In altre parole gli uomini sono dominati dalla produzione, in quanto sono sussunti sotto la vigenza delle norme che regolano la produzione sociale. Essa si mostra come una fatalità, uno stato oggettivo delle cose inalterabile, al di fuori di essi.

Il capitale distrae la produzione sociale dal controllo degli individui viventi che potrebbero realizzarla come il loro potere comune, come l’estrinsecazione del potere dell’individuo sociale. Il lavoro astratto viene scambiato per lavoro sociale, ma di sociale esso non ha che l’astrazione rispetto agli individui. Soltanto grazie all’universalità della sua sostanza gli è possibile essere fonte di valore. Di questa astrazione la produzione sociale è permeata perché essa poggia sulla scissione tra il lavoro individuale e la società i cui rapporti sono mediati dal lavoro astratto e dal potere di direzione e sussunzione sotto di sé del lavoro vivo.

A questa astrazione fondamentale se ne aggiungono molte altre che insieme formano la collezione delle reificazioni presenti nelle nostre società. Ma soltanto nel caso del lavoro ci troviamo di fronte ad una scissione che svia il lavoro sociale dal controllo dei produttori. Si tratta di un passaggio cruciale.

L’identificazione delle astrazioni dell’epoca capitalistica con i processi di reificazione pone un problema. Come rimuovere questa astrazione della produzione sociale rispetto al lavoro vivente? È chiaro che essa svolge un ruolo fondamentale nella genesi del dominio in epoca borghese ed è la radice di molte manifestazioni che la riflettono sul piano della coscienza e delle idee. La conseguenza di tale assunto è importante.

Il lavoro salariato è l’astrazione delle astrazioni

 Non è vero che il capitalismo possa essere compreso a partire dal mercato, cioè attraverso lo scambio delle merci. Esso costituisce la mediazione dei valori delle merci o il regno del valore di scambio delle merci, ma in nessun caso questa si può considerare la caratteristica fondamentale del modo di produzione borghese.

La caratteristica peculiare di questo modo di produzione è invece la libertà personale e giuridica del lavoratore, che è posta sotto il dominio oggettivo della produzione capitalistica. In altre parole lo sfruttamento è il risultato non di una iniqua distribuzione del valore e della ricchezza, ma della modalità di lavoro, tipicamente capitalistica, che prende il nome di “lavoro astratto”.

Come giustamente rileva Moishe Postone (nel IV capitolo del suo saggio Time, labor, and social domination. A reinterpretation of Marx’s critical theory, Cambridge University Press, 1993) non si può assimilare la dominazione astratta che il capitalismo esercita sul lavoro al funzionamento del mercato. Il lavoro sotto il capitalismo è una figura speciale del lavoro, precisamente il lavoro astratto, non il lavoro in senso generico, in senso trans-storico, come attività generica rivolta ad un fine.

Il lavoro astratto ha delle caratteristiche peculiari: è il lavoro reificato, scisso dalla soggettività vivente e dal suo vissuto. Chi stabilisce le condizioni? Si tratta di un’astrazione reale, non teorica, né intenzionale da parte dei padroni. La critica di Marx è dunque una critica del lavoro sotto il capitalismo. Marx non considera affatto il processo lavorativo come neutro (o semplicemente governato dalla ragione tecnica) e dunque indipendente dai rapporti di produzione.

I rapporti di produzione operano in ogni momento all’interno del processo produttivo, nel corso stesso della giornata lavorativa, come è chiaro dal cap. 8 della Terza Sezione del Capitale dedicata ad essa. L’impersonalità del dominio oggettivo della produzione e dei rapporti interpersonali sugli individui apparentemente indipendenti che partecipano al processo di produzione del plusvalore discende dal carattere astratto del lavoro sociale, dal dominio delle astrazioni sulla vita degli individui, a partire dal lavoro, proseguendo con il valore, il mercato etc. Come Postone chiarisce la comprensione del dominio astratto è strettamente legata all’interpretazione della categoria del valore, come forma di ricchezza. Ciò apre la possibilità di pensare ad altre forme di ricchezza diverse dal valore si scambio.

Per decenni nel dibattito teorico si è identificato il capitalismo con il mercato, con l’economia mercantile sottoposta al feticismo delle merci. Se il feticismo spiega la fenomenologia della falsa coscienza dei soggetti sociali, incapaci di comprendere il loro ruolo e i loro rapporti, mascherati dietro rapporti tra merci, esso non sembra rappresentare l’elemento chiave della totalità sociale capitalistica.

La vita ridotta in frammenti, l’alienazione dell’organico, cioè del vivente, in meccanico, quantità omogenea, è la chiave principale per comprendere il modo di produzione capitalistico. L’alienazione politica tra universale e individuale, quella tra Stato e individui e le contraddizioni tra governanti e governati nascono tutte dalla frammentazione dell’organico nell’astratto, nel parcellizzato. La nozione di lavoro astratto sembra assumere una posizione chiave e giocare qui la parte dell’”astuzia della ragione” hegeliana. Manipola gli individui, paralizza ogni azione che non si qualifichi come produttiva di valore di scambio, distrugge il senso della realtà in cui sono immessi. Infine, esso rende gli uomini dipendenti dalle cose e impedisce la coscienza del loro ruolo aprendo la strada allo scambio cose-persone.

 La ricchezza possibile

Liberarsi dal lavoro astratto significa prendere un’altra direzione rispetto al capitalismo, iniziare a riconoscere e valutare la ricchezza possibile di una società, non soltanto il valore misurabile, e aprire alla possibilità di nuovi mondi di esperienza nel rapporto con la natura e con gli altri uomini.

Marx è esplicito e chiaro nell’uso della terminologia: non bisogna considerare il lavoro come sinonimo di lavoro salariato. In quanto agente generale della produzione il lavoro non è lavoro salariato. (K. Marx, Il Capitale, Ed. Riuniti, Roma 1973, III, 3, p.135). Il lavoro, perciò, non è connaturato con la nozione di salario. Questo aspetto incide sulla teoria del valore-lavoro, la cui enunciazione, spesso, è una determinazione vuota ed astratta che indica semplicemente l’uguaglianza tra valore e lavoro.

Ma il lavoro è molto più del lavoro salariato dal punto di vista del valore, non soltanto perché esso produce il plusvalore e nel prodotto, anche le parti del plusvalore che corrispondono alla rendita e al profitto. Marx in realtà denuncia come irrazionale l’identificazione di lavoro e salario.  Nel lavoro si cela un principio che non è destinato a contenersi nella forma concreta delle condizioni capitalistiche di produzione, ma oltrepassa la figura del lavoro salariato. Soltanto così esso può essere realmente la fonte del valore:

“E in generale, se fissiamo il lavoro come creatore di valore, lo consideriamo non nella sua forma concreta di condizione di produzione, ma in una determinazione sociale che è diversa dal lavoro salariato” (K. Marx, Il Capitale, ed. cit., III, 3, p.235).

Questa precisazione è importante perché Marx si oppone alla formula ricardiana dei tre fattori della produzione, ma ancora di più perché è connessa con il passaggio dal regno della necessitò al regno della libertà, cioè al socialismo avanzato e perché è la radice della spiegazione della reificazione presente in epoca capitalistica.

Il lavoro, nella sua definizione generale, è attività finalistica che consente il ricambio organico con la natura, attraverso il procacciarsi dei beni necessari per la soddisfazione dei bisogni umani, che si sviluppano e si espandono con la civiltà. Quindi gli stessi bisogni umani non costituiscono più una finalità esterna, ma vengono progressivamente resi interni all’attività finalistica del lavoro complessivo. Il compimento del processo dell’uomo socializzato, cioè la comunità dei “produttori associati” che “regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca” (K. Marx, Il Capitale, cit., III,3, p.232).

Oltre questo limite del regno della necessità c’è lo sviluppo onnilaterale dell’uomo, fine a sé stesso, il regno della libertà, che può “fiorire” soltanto sulle basi del regno della necessità, a partire dalla “riduzione della giornata lavorativa” (ibidem).

Alla riscoperta della teoria critica di Marx

 Di altro ordine è il bisogno di ricchezza, che in ultima istanza non può ridursi soltanto al possesso delle merci, cioè dei valori d’uso, ma come segnalava Oskar Negt, si estende al valore d’uso degli stessi rapporti sociali. Si definisce in questo ambito un campo estraneo al valore di scambio e alla condizione salariata della forza-lavoro, in cui la ricchezza sociale equivalga allo sviluppo qualitativo delle forze produttive della società e all’incremento delle qualità e delle disposizioni cooperative, socievoli, creative del genere umano. Si pone il problema di un valore di uso dei rapporti sociali che apra la possibilità di produrre una ricchezza sociale “alla quale tutto il mondo possa partecipare” (Oskar Negt, L’espace public oppositionnel, Payot, 2007, p. 126).

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