Vincenzo Vita. La Gazzetta del mezzogiorno ha chiuso i battenti. Che ne pensa chi governa l’Italia e la Puglia?

Vincenzo Vita. La Gazzetta del mezzogiorno ha chiuso i battenti. Che ne pensa chi governa l’Italia e la Puglia?

La Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano fondato nel 1887, ha chiuso i battenti alla fine di luglio, pubblicando il primo agosto un’edizione di commiato firmata dal direttore Michele Partipilo. Scadeva il contratto di affitto intestato alla società Ledi srl dei fratelli Ladisa attivi nella ristorazione, che a loro volta avevano rilevato le società Mediterranea ed Edisud, in stato fallimentare dopo la scelta dell’editore siciliano Ciancio Sanfilippo di mettere in liquidazione l’azienda, di cui era divenuto proprietario. Ma la storia è lunga 134 anni e, ora che siamo al finale di partita, è utile capire se la morte è inesorabile, ovvero se è lecito sperare in una resurrezione.

A tal fine, innanzitutto per tutelare coloro che lavorano nel giornale e – ovviamente – per garantire il pluralismo dell’informazione, è doveroso passare in rassegna ipotesi e soluzioni utili. La Federazione nazionale della stampa e l’Associazione pugliese dei giornalisti, con il supporto delle organizzazioni sindacali nonché degli ordini professionali, hanno proposto l’emanazione di un decreto di urgenza del tribunale, che permetta di proseguire senza pasticci le pubblicazioni e di accelerare la valutazione delle proposte di acquisto presentate. Le istituzioni locali hanno mostrato interesse e disponibilità. Del resto, il quotidiano, assai articolato nei territori e presente con capillarità in Basilicata, è una delle non molte voci del sud. Anzi. Per tanti anni ha condiviso con il Mattino la proprietà del Banco di Napoli, fino all’avvento di privati rampanti, rappresentativi di un ceto medio voglioso di lanciare nei mercati la regione da sempre votata a diventare l’ala capitalistica del mezzogiorno.

Eravamo a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta del secolo scorso, quando il settore ancora era forte e veniva varata nel 1981 l’unica vera riforma del settore, la legge 416. Le vendite toccarono con i mondiali di calcio del 1982 la cifra record di sette milioni di copie al giorno (oggi non si arriva a uno e mezzo) e la carta stampata assolveva il ruolo di formazione dell’opinione pubblica, utilizzando a piene mani la funzione pressoché esclusiva assolta dai notiziari delle varie province spinti fino a paesi e borghi. In questo si caratterizzava fortemente proprio La Gazzetta del Mezzogiorno, capace di rendersi diffusa e capillare in una realtà assai variegata e geograficamente complessa. Fu l’epopea del proprietario-direttore Giuseppe Gorjux, espressione proprio del vecchio modello pugliese. Non mancavano firme di punta, come quella di Giuseppe Giacovazzo, che fu anche direttore. Al patron siciliano Ciancio Sanfilippo simile dimensione forse interessava poco, avendo rilevato la società per ricondurla al suo piccolo-grande impero siciliano.

Arriviamo, saltando molti passaggi, ai drammi odierni.

La crisi di un giornale non è mai solo economica. Probabilmente quel tipo di Gazzetta, in una Puglia tanto diversa e di fronte alla caduta verticale delle vendite dei quotidiani, non reggeva. E va rilevato che in un caso come questo l’assenza di veri editori puri pesa enormemente. Tuttavia, e non sembri un paradosso, una testata non deve morire, perché dopo un tempo così lungo appartiene alla comunità. Diventa una sorta di particolare bene comune. Se è vero che la crisi (dei quotidiani) è strutturale e irreversibile, come scrive a pag. 79 la relazione annuale tenuta recentemente dal presidente Lasorella dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, lo stato democratico non può rimanere inerte. E se si introducesse nel nostro ordinamento un fondo di garanzia per i giornali in  crisi, finalizzato a permetterne la transizione verso altro assetti proprietari o a creative forme di autogestione? Non bastano le solite lamentazioni retoriche, peraltro alquanto farisaiche.

Stiamo parlando di piccole cifre per dare senso – però – ad un grande diritto, previsto dall’articolo 21 della Costituzione. Che ne pensa il sottosegretario con delega Giuseppe Moles, troppo silenzioso in un universo pieno di grida e appelli disperati? E il presidente Emiliano o il sindaco Decaro?

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