Vincenzo Vita. L’universo digitale si è annesso mente, sensi, corpi. Servono limiti, regole, norme adeguate

Vincenzo Vita. L’universo digitale si è annesso mente, sensi, corpi. Servono limiti, regole, norme adeguate

Si è tenuta la relazione annuale dell’autorità garante dei dati personali (GPDP), con una interessante relazione del presidente Pasquale Stanzione.

Insediatosi poco più di un anno fa il collegio si è immediatamente trovato nel vivo di un terremoto. Niente a che fare, ormai, con l’antica visione della riservatezza come una sorta di cono d’ombra dentro cui nascondere la nostra riposta soggettività.

Fu il fondatore dell’istituzione Stefano Rodotà con il suo segretario generale Giovanni Buttarelli a immaginare un percorso affatto inedito, congiungendo il doveroso rispetto delle persone con l’interazione con i nuovi mondi tecnologici. Questi ultimi, capaci di dare forma e sostanza al capitalismo delle piattaforme, hanno fatto un’irruzione virulenta nei meandri della vita quotidiana.

Software sofisticatissimi, robot e lo tsumani dell’intelligenza artificiale hanno occupato l’ambiente cognitivo. Così come i media classici presero possesso dell’immaginario, così oggi l’universo digitale si è annesso mente, sensi, corpi. Noi medesimi, sotto il miraggio della gratuità dei vari click siamo spesso incoscienti fornitori di dati e meta-dati. Il riconoscimento facciale e le analisi predittive operate attraverso lo studio analitico dei social sono alcuni dei passaggi del triplice salto mortale in corso.

Mentre le culture cristiane, dedite a rapportare la macchina al primato dell’essere umano, stanno sviluppando discorsi assai rilevanti, gli approcci laici – ivi compresa, eccome, la sinistra – balbettano. Rimane, pur ingiallita, la logora contrapposizione dialettica tra l’inno alla scienza e il luddismo.

Ecco, l’ufficio del garante è uno dei pochi punti di riferimento nell’attuale dibattito.

Ne è conferma anche l’impostazione della relazione tenutasi alla camera dei deputati, avviata da una non banale prefazione della vicepresidente Spadoni. La privacy non è un mero rifugio privatistico, bensì un evidente fenomeno pubblico. Diritto mite, diritto antropocentrico. Per l’intanto si assiste, però, ad un conflitto asperrimo, reso persino clamoroso nel periodo della pandemia.

Il ricorso massivo alle pratiche on line (nel lavoro, nella scuola, nella giustizia e nell’amministrazione, in primo luogo) ha reso evidenti i rischi connaturati all’infosfera. Dalla frequenza degli attacchi di hacker espertissimi e intrusivi, alla piaga del revenge porn, al cyberbullismo e ai discorsi di odio, alla pedopornografia, a vicende scandalose come il licenziamento di un operaio a Taranto per un post su Facebook, al caporalato digitale, alla vicenda dei minori su Tik ToK, alla barbarica usanza del telemarketing selvaggio.

Servono limiti, regole, norme adeguate. E autodeterminazione. I dati appartengono alle persone, non ai grandi aggregatori. Va riconosciuta la facoltà di disconnettersi, gli strumenti di maggiore invasività come il trojan richiedono confini netti. L’oblio va considerato tra le opportunità da perseguire.

Non solo. Guai a scambiare lo scambio dei dati personali con qualche presunto utile economica. La privacy non si monetizza.

Dopo il regolamento europeo 679 del 2016 sulla materia, vera spina dorsale del sistema, ripreso dal dibattito in corso nel congresso degli Stati uniti, da Bruxelles stanno arrivando direttive e nuovi articolati, dal Digital Services Act, al Digital Markets Act, al testo sull’intelligenza artificiale.

La proposta emersa dalle parole di Stanzione riguarda pure il piano di ripresa e resilienza (PNRR), da declinare con il metro di giudizio del ruolo che assume la produzione dei dati.

Insomma, c’è materia di riflessione nell’ampia relazione, che riprende temi cari all’ex garante Soro.

Un’annotazione di contesto. Era lecito attendersi, nel dramma del Covid-19, un puntuale se non definitivo approccio attorno alla contrapposizione inesorabile tra due cardini della cittadinanza democratica: la salute e la privatezza.

In un recente volume (Caccia al virus, 2021) il virologo Andrea Crisanti e il giornalista Michele Mezza hanno sottolineato la necessità assoluta del tracciamento del virus, in vista di ulteriori perniciose ondate.

Trovare un giusto equilibrio tra privacy e salute è un imperativo, questa volta categorico.

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