Massimo Piermarini. Il lavoro come costruzione sociale

Massimo Piermarini. Il lavoro come costruzione sociale

La società moderna ha conosciuto un assetto dell’esistenza che vedeva separati il tempo di lavoro e il tempo di vita. Il tempo di lavoro era considerato non-vita, ma un mezzo di vita. Ma era un mezzo di quale vita? Non della vita dei produttori. Di una vita qualunque. Perché il lavoratore non consuma quello che produce e non produce quello che consuma. Così da Adam Smith a noi. Sappiamo che questa è la virtù della divisione del lavoro, che genera però nel XX secolo anche il suo vizio, il godimento solitario, il consumo reificato. Il lavoratore, in quanto consumatore si è spostato nella sfera del tempo libero, che è, per definizione, dedicato al consumo di prodotti. Diciamo che in quanto consumatore seriale, in quanto mero consumatore mercantile la sua attività è omologa a quella che svolge nel lavoro produttivo. L’astrazione del consumo, il consumo segmentato, distribuito nello spazio e nel tempo è governato dalla coazione a ripetere, dalla pulsione cieca e dal costituire la figura economica della domanda di beni, è equipollente al lavoro astratto. Restano alcune domande di fondo.

Che cos’è il lavoro astratto? Non è soltanto il lavoro spogliato delle sue qualità, ridotto ad una misura omogenea, creatore del valore in senso economico (cioè il valore di scambio). Il lavoro astratto è molto di più, è una modalità di lavoro diversa dal lavoro concreto, con cui è unito soltanto nel processo di produzione. È un’astrazione reale, cioè una potenza feticistica che governa e domina la vita degli uomini, è il lavoro come variabile interna al capitalismo, cioè strutturato a sua immagine e somiglianza.

Il lavoro astratto costituisce il valore e rende possibile lo scambio di equivalenti sul mercato, ma è anche il mezzo con cui si media la vita del singolo produttore-consumatore con quella dell’universo sociale. Il protagonismo del “lavoro astratto” non cessa infatti fuori della fabbrica. Nel mercato esso è il cuore degli scambi e delle mediazioni sociali.

L’oggettivazione del lavoro astratto in realtà non si compie con la realizzazione del prodotto finito, al termine del processo produttivo. La sua oggettivazione del lavoro vivente prosegue il suo processo nel mercato e nella totalità sociale, che consta di un insieme di mediazioni di cui il lavoro astratto (e il valore) rappresentano il mezzo. Il lavoro astratto, cuore del valore di scambio, svolge così un ruolo di mediazione per il valore e per il plusvalore e, più in generale, per il sistema sociale. Completamente pubblico, disindividualizzato, astratto dalle sue specificazioni e dalle sue connotazioni materiali, il lavoro astratto ha un ruolo di mediazione necessario, essenziale per identificare la struttura della società capitalistica. La duplicità di lavoro astratto e lavoro concreto è la base del capitalismo (M. Postone). La rimozione di questa funzione duale potrebbe significare la messa in discussione del capitalismo. Essa si presenterebbe come riassunzione del lavoro astratto nel lavoro concreto, vivente. Aggiungiamo che si presenterebbe come la fine della riduzione del lavoro a variabile dipendente del sistema dell’economia, che è il gioco delle astrazioni.

In ogni caso il lavoro funziona come figura centrale nella mediazione sociale. Ma questo non significa che il lavoro si riduca al suo aspetto strumentale.  Una nuova sintesi sociale comporta una nuova teoria della mediazione sociale, in cui il valore (concrezione di lavoro astratto) sia disgiunto dalla ricchezza materiale e sociale. Il problema è come operare un superamento delle astrazioni sociali, cioè far funzionare lo scambio e il lavoro non come mediatori sociali ma mezzi di integrazione della ricchezza sociale (beni, capacità, conoscenze). Questo compito resta affidato non tanto alla divisione del lavoro (che assume e applica per principio le astrazioni reali dello scambio e del valore) quanto alla cooperazione sociale, che moltiplica le possibilità, cioè lo sviluppo delle facoltà personali.

Lo sviluppo delle capacità e delle facoltà della conoscenza significa un aumento di potenza dell’individuo sociale, che può diventare il nuovo soggetto della scena sociale.

Il lavoro concreto non sarà più soltanto relativo alla produzione di valori d’uso intesi come beni di consumo, ma sarà lavoro espressivo, costruttivo, che crea valori in termini di ricchezza, arricchimento sociale. In questo senso il lavoro concreto non corrisponde ai bisogni umani, come spesso si dice, in quanto produce beni da consumare, ma soprattutto in quanto l’attività umana in esso trova espressione e grazie ad esso  costruisce il mondo sociale. La stessa creazione di nuovi mezzi di produzione diventa non un evento economico ma una manifestazione del lavoro costruttivo del lavoratore collettivo, di una forma espressiva in cui si realizzano nel lavoro.

Il lavoro che acquisti questa capacità costruttiva, progettuale, che si proietti nel futuro creandone la fisionomia sociale cessa di essere un lavoro che “intristisce la vita” (K. Marx, Ideologia tedesca, p. 127, 121) per assumere le caratteristiche prometeiche di un’attività, una praxis che non produce soltanto valori d’uso (i prodotti che entrano di nuovo nel processo produttivo in qualità di mezzi di produzione funzionano, dice Marx, “come fattori oggettivi del lavoro vivente” (K. Marx, Il Capitale, 1.1, p. 201). Gli aspetti materiali delle macchine e dei prodotti rientrano come mezzi di produzione nel processo produttivo. Sono le materie che “lambite dal fuoco del lavoro” diventano “parte di esso come corpi, animate per le funzioni che hanno” nel processo lavorativo, che rimane “attività finalistica per la produzione di valori d’uso” (Marx, op.cit., cit., p.202) e che quindi sfugge alla definizione di lavoro astratto, assumendo quella di lavoro generale, indipendente da ogni forma di società della vita umana e “condizione naturale eterna della vita umana” (op.cit. p. 202). Non dunque il lavoro astratto, fonte del valore, ma il lavoro generale che realizza il processo di ricambio organico tra uomo e natura è  l’espressione della natura umana che il lavoro stesso trasforma trasformando la natura (Marx, op. cit., p.195). Questa straordinaria prerogativa del lavoro rappresenta il suo potere. Il potere del lavoro è più della forza strumentale che mette in opera, perchè è attività di costruzione. Nel processo lavorativo e nell’espansione della sua scala esso diventa un processo costruttivo dell’universo sociale, che trova nel lavoro vivo e intelligente la sua leva fondamentale. Così non si tratta di ritornare alle forme precapitalistiche del lavoro artigianale e alla proprietà individuale. Il lavoro generale, cioè il lavoro concreto che trasformando la natura cambia l’uomo stesso, rende possibile, nella concreta elaborazione del mondo degli oggetti, l’autoaffermazione dell’uomo come essere specifico (Gattungwesen), cioè individuo appartenente ad una specie, ad un’essenza comune. “L’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in una maniera onnilaterale, e quindi come un uomo totale [totaler Mensch]” (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, p.116).

Il lavoro astratto non è il lavoro della specie, in linea con le caratteristiche tipiche dell’uomo, ma al di sotto di essa. È una conseguenza della riduzione del lavoro a una funzione produttiva di valore e plusvalore, del lavoro interno al movimento del capitale, subordinato alle finalità della valorizzazione del denaro-capitale. È il risultato dell’astrazione reale operata dal capitale ai danni della soggettività vivente, cioè del lavoro vivo, chiamato con termine economico forza-lavoro.

Il lavoro astratto dunque non è da confondere con il generico lavoro semplice, con la nozione comune di lavoro, ma è il lavoro depauperato della sua specificità vivente-progettuale attraverso l’astrazione dalle sue possibilità e la sua riduzione a sua volta ad una astrazione, ad una generica erogazione di lavoro. Esso è dunque lavoro ridefinito secondo il modo di produzione capitalistico, lavoro dominato e costretto all’obbedienza ai suoi imperativi, privo di ogni carattere individualizzato e personale-soggettivo dell’agire. La porzione più importante di questa espropriazione delle capacità e delle possibilità del lavoro è data dalla separazione del lavoro dall’insieme dei  saperi che lo stesso lavoro produce.

L’emancipazione del lavoro è possibile soltanto come lavoro vivo, intelligente, costruttivo. È necessario, perché questa caratteristica possa esprimersi al meglio nella produzione, che essa si svolga all’interno di un processo lavorativo resosi indipendente dal processo di valorizzazione-estorsione del plusvalore.

Non si tratta di riproporre l’opposizione, di ascendenza romantica e idealistica, tra meccanico e organico, ma di trarre tutte le conseguenze dalle caratteristiche proprie del lavoro astratto. Da una parte è inevitabile che il lavoro si traduca in azioni regolamentate da procedure e prive di spontaneità o libertà fantastica, dall’altra nel capitalismo il lavoro viene non soltanto sottoposto ad una rigida organizzazione ma privato delle sue forme concrete di espressione ed espropriato della sua potenza costruttiva. Il risultato è la dissoluzione delle sue caratteristiche concrete e l’amputazione della sua natura espressiva.

Il lavoro astratto finisce per ridursi al semplice dispendio di lavoro umano in generale. L’astrazione dalle qualità concrete dell’attività lavorativa e la sua riduzione a movimenti universali e ripetuti all’infinito, in altri termini la sua serialità, è un processo inevitabile nell’organizzazione della produzione capitalistica, basata sul lavoro salariato.

Nelle condizioni capitalistiche il lavoro deve modellarsi con gli altri elementi del processo di produzione e diventare capitale variabile, cioè non soltanto porsi al servizio del potere dell’impresa, ma snaturarsi e diventare generico, standardizzato, intercambiabile. L’astrazione reale, imputabile al carattere reificato dell’attività lavorativa è la normalità del lavoro sotto il capitalismo, ma è una “normalità” fittizia. Consiste nel lavoro astratto che funge da modello del lavoro vivente, nella forza-lavoro che viene applicata al processo lavorativo subordinato al processo di valorizzazione del denaro-capitale. Non si tratta soltanto di una degradazione del lavoro, ma di ri-codificazione delle sue funzioni e della sua struttura operativa e funzionale in modo sistemico, cioè della trasformazione del lavoro in un’astrazione reale.

Share