Festival del Cinema di Cannes, 74esima edizione. Una Palma di Titanio

Festival del Cinema di Cannes, 74esima edizione. Una Palma di Titanio

“Grazie per aver accolto questi mostri”… È con queste parole che la regista francese Julia Ducournau, 37 anni, seconda donna nella storia del Festival di Cannes a ricevere la Palma d’oro (dopo Jane Campion, nel 1993), ha ringraziato la giuria della 74a edizione presieduta da Spike Lee. Nel film, trasgressione, transessualità, transumanesimo, rivendicazioni identitarie. Tutte le basi di un’ideologia conosciuta come “Woke” in voga negli Stati Uniti come in Francia, e costituiscono gli ingredienti principali del suo film “Titanium”, ma sottolineate con punte di radicalismo estremo. Quest’opera, “geniale e folle” – secondo Spike Lee – è di un estremismo “inquietante” e genera disagio. È stata concepita e dipinta come un’allegoria “trash” delle tematiche contemporanee cosiddette “societal”.

“Titane” radicale? Militante? Finemente politico? Per non dire altro. Un thriller che canta l’orrore transgenico, con i suoi corpi in mutazione e la fusione sessuale tra l’essere umano e una macchina. Racconta la storia di una donna, Alexia, che ha subito un incidente d’auto nella sua infanzia e il cui cranio è stato rattoppato con innesti di titanio, un metallo leggero noto per essere indistruttibile. Sceglie di cambiare sesso, trasformandosi in una serial killer transgender per vendicarsi del suo trauma, non senza aver partorito dopo essersi accoppiata con un’automobile (tramite la leva del cambio!). Titanium rivendica una serie di riferimenti cinematografici, in particolare a “Crash” del canadese David Cronenberg. Appartiene al genere accettato di film horror, anche ispirandosi al  film slasher americano. Ma secondo la regista Julia Ducournau, va ben oltre le apparenze: è, dice, soprattutto, “una storia d’amore che dovrebbe favorire l’accettazione della diversità e delle differenze, abbattendo tabù e pregiudizi consolidati”. Certo, allo spettatore lascia una “strana confusione”. Questa “strana” confusione si è manifestata in chiaro e in diretta durante la cerimonia di chiusura, dallo stesso presidente della giuria in quello che può sembrare un “lapsus rivelatore”. Spike Lee, vestito per l’occasione con un abito arcobaleno, ha pronunciato il titolo del film in apertura della cerimonia, rompendo l’incantesimo dell’attesa.

Il giorno prima, i nomi dell’italiano Nanni Moretti per i suoi “Tre Piani” e del giovane maestro giapponese Ryusuke Hamaguchi per “Drive my car”, circolavano tra quelli favoriti per l’ambitissimo premio. Questi due capolavori di puro cinema e perfetti dal punto di vista stilistico – tutt’altro che “trash” –, si sono entrambi ispirati alla letteratura. Condividono come temi centrali il senso di colpa e la ricerca della resilienza attraverso il lutto. In entrambi situazioni familiari, che dietro l’apparenza d’invidiabile sicurezza, sono affettivamente tossiche. Per i giapponesi una consolazione, il Premio della miglior sceneggiatura, e a Nanni Moretti che 20 anni fa aveva ricevuto la Palma d’Oro per “La stanza del figlio”, il ​​riconoscimento degli spettatori, una standing ovation di 15 minuti alla proiezione in anteprima mondiale.

Il senso di colpa pervade anche il documentario autobiografico, presentato fuori concorso da Marco Bellocchio, “Marx può aspettare”, dedicato al suicidio del fratello gemello, Camillo, all’età di 29 anni. Il “Maestro di Bobbio” è stato insignito della Palma d’Oro alla carriera, opera che illumina spettralmente il crudele mistero della scomparsa del fratello. «Ho capito che se non si svelavano certe cose nel profondo, la mia salute mentale e la guarigione sarebbero state una chimera. Questo film è una lunga seduta con me stesso». La proiezione di “Marx può aspettare”, alla presenza del regista – la sua  prima volta all’anteprima di un suo film, come  ci ha confidato – è stato un momento di  forte di emozione di questa 74a edizione. “Se l’emozione che esce da questa casa, quella della mia famiglia, vi ha toccato, allora questo film ha un senso”, ha commentato Bellocchio. E così è stato, data la vibrante standing ovation che è valsa tutte le palme sulla Croisette. Per l’Italia, anche un riconoscimento Label Europa Cinemas Cannes, nella sezione parallela e indipendente della Quinzaine des Réalisateurs, per il giovane italoamericano Jonas Carpignano, il regista del film ‘A Chiara’. Il film girato a Gioia Tauro, racconta la storia di una ragazzina, Chiara, che scopre che il padre è coinvolto in un traffico di droga al servizio di un boss locale e decide di rompere con la sua famiglia.

Tornando ai film della competizione ufficiale, ad Annette di Léos Carax, il “musical” molto creativo e folle, è andato il premio, ampiamente meritato, della migliore regia, mentre   “Benedetta” di Paul Verhoeven è rimasto a mani vuote. Sebbene la tematica dominante, gli amori saffici di una suora dell’inizio del XVII secolo e sebbene non fosse privo di provocazioni, il modo di filmare sembrava forse troppo “commerciale” e per un pubblico globale, per attirare l’attenzione di Spike Lee. Oblio anche per il road movie nei vapori di vodka della Russia contemporanea che è “La febbre di Petrov” firmato da Kirill Serebrennikov, che non ha potuto accompagnare il suo film sulla Croisette perché agli arresti domiciliari a Mosca. Non hanno vinto niente i film africani: ilmarocchino Nabil Ayouch (“Alto e forte”), con il suo affresco sulla gioventù araba di Casablanca, tra tentazione islamista e salvezza attraverso la musica rap e ‘Lingui’ di Mahamat-Saleh Haroun.

Il Gran Prix ex-aequo è stato assegnato all’iraniano Agsfar Farhadi “Un eroe” un film emozionante sulle derive della società iraniana logorata dalla burocrazia, restrizione della libertà, la diffidenza e la manipolazione. Ci racconta  l’era dei social network nel suo paese. “Combattendo l’ignoranza, combattiamo le ingiustizie. E cerco di creare una maggior consapevolezza con i miei film”, afferma Agsar. Una motivazione che difficilmente vediamo nella parte più favorita del mondo, la nostra.

Il regista iraniano ha dovuto condividere ex aequo il premio con l’interessante, sofferto, malinconico  ‘Hytti N°6’ (Compartiment N°6) del finlandese Juho Kuosmanen. Il Premio della Giuria  (ex aequo) è stato conferito  a ‘Memoria’ di Apichatpong Weerasethakul e a ‘Ha’berech’ (Le Genou D’ahed) dell’israeliano Nadav Lapid. In questi due film estetica e etica si fondano insieme.

I premi sono stati condivisi anche fisicamente scendendo dal palco del Grand Teatre Lumière, forse l’organizzazione non era stata avvisata, gaffe scusabile per una bella e creativa 74 esima edizione, svegliatasi da due anni di letargo per la pandemia. E tra veglia e sonno le idee possono essere meno chiare. Anche un po’ “trans”?

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