Valter Vecellio. Capaci, 23 maggio 1992. Giovanni Falcone, le cose da ricordare

Valter Vecellio. Capaci, 23 maggio 1992. Giovanni Falcone, le cose da ricordare

Un sabato sonnacchioso come sono quelli di fine maggio, non più primavera, non ancora estate. Il sabato di 29 anni fa è diverso: è il sabato della strage a Capaci. La telefonata, in redazione, arriva nel pomeriggio tardi. Lo ricordo bene: concitati ci urlano che Giovanni Falcone vittima di un attentato mentre torna a Palermo, lungo la superstrada che collega l’aeroporto alla città. In redazione al “Tg2” siamo in tre, Rita Mattei, Ulderico Piernoli, chi scrive: tutti e tre spediti a Palermo come siamo: il tempo per allestire il testo per la straordinaria che poi una collega chiamata da casa “coprirà” con le prime immagini, e si viene imbarcati in fretta e furia su un aereo privato per Palermo; altri colleghi di altre testate, con noi. È l’ennesimo delitto eccellente, si rinnova quel senso di sgomento, di smarrimento, rabbia, impotenza, frustrazione; alla fine si viene presi come da una nausea: troppo sangue, troppi morti, troppo orrore, come quando, la mattina dopo l’eccidio a via D’Amelio vedi i vigili del fuoco recuperare pietosamente e penosamente qualche brandello di corpo “volato” a metri di distanza dall’esplosione, finito sui rami di un albero…

All’altezza di Capaci dove vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta: Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani; 23 feriti, tra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo, e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Che la Cosa Nostra corleonese gliel’avesse giurata, Falcone lo sa da tempo; Tommaso Buscetta, il mafioso diventato collaboratore di giustizia gli fornisce le chiavi per entrare dentro il mondo mafioso, lo avverte: abbiamo aperto un conto che si chiuderà solo con la nostra morte. Probabilmente non immaginava in quel modo, “colombiano”, anche se qualche precedente c’era pur stato…

S’arriva nel pomeriggio tardi. La superstrada a un certo punto è finita, un cumulo informe di lamiere, terra, cemento; tante persone che si aggirano con sguardo smarrito. Lì, l’esplosione, la strage. Un caldo umido ti spezza le gambe, c’è una gran confusione, tutti dicono tutto… L’unica cosa certa sono quei morti. Di quella strage a Capaci le indagini hanno individuato mandanti (i boss corleonesi da Totò Riina a Bernardo Provenzano e i vari componenti della cosiddetta cupola) e gli esecutori. Resta tuttavia un qualcosa che ancora non risulta ben definito, di evanescente e di cui tuttavia si percepisce la presenza.

Vocazioni dietrologiche non ne coltiviamo; sono sufficienti i fatti come man mano si dipanano, senza che ci sia bisogno di acchiappare farfalle, anche se già il “circo” si mette in moto. E comunque ci sono dei conti che non tornano. Allora; e ora, ancora.

Quelle che ora si elencano sono “coincidenze”; che legittimano inquietanti sospetti. Veri e propri “buchi” neri.

Giovanni Falcone ha cura di redigere una sorta di diario. Una parte l’affida a una giornalista amica: saggia precauzione col senno di poi; alla sua morte viene pubblicato, ed è il fraterno amico Paolo Borsellino a certificarne l’autenticità. Tuttavia, il documento nella sua integrità, a quanto mi è dato sapere, risulta tuttora irreperibile. Irreperibili alcuni file del computer trovato nell’abitazione di Palermo. Irreperibili i file nel computer nell’ufficio al ministero di Giustizia: cancellato il disco rigido del computer trovato nell’abitazione romana. Una vera e propria “bonifica” che non può essere stata fatta da Totò Riina e dai suoi tagliagole. Sono tanti, a pensarci bene, i documenti spariti, intere biblioteche. Scomparsi gli appunti scritti dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sul vorticoso giro di appalti palermitani e siciliani. L’inseparabile borsa da cui il generale mai si separa, “sparisce” per lungo tempo. La ritrovano in uno scantinato del tribunale di Palermo. Vuota. Il generale si portava a spasso, senza mai abbandonarla, una borsa vuota? Scomparso il foglio della relazione di servizio redatta dall’agente Calogero Zucchetto, il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio Dalla Chiesa. Anche Zucchetto è ucciso dalla mafia. Scomparsa l’agenda del capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo Ninni Cassarà, ucciso dalla mafia. Scomparsa l’agenda che Cassarà sequestra a casa di Ignazio Salvo. Scomparsi gli appunti del poliziotto Nino Agostino, ucciso dalla mafia assieme alla moglie. È anche grazie ad Agostino se il misterioso attentato all’Addaura, sempre contro Falcone, fallisce. Di lui Falcone dice: quel ragazzo mi ha salvato la vita.

Dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sappiamo tutti. Il magistrato l’ha con sé, molti l’hanno vista, a via D’Amelio; dopo l’attentato, qualcuno la fa sparire. Scomparsi anche gli appunti del maresciallo Antonino Lombardo, che svolge un ruolo non secondario nella cattura di Riina, e misteriosamente si suicida all’interno della caserma Bonsignore di Palermo.

Come si dice: un indizio è un indizio; due indizi sono una coincidenza; ma tre indizi sono una prova. Qui gli indizi sono un’infinità.

Falcone viene ucciso alle 17 e 57 del 23 maggio 1992. Sembra ieri: gli stessi interrogativi, gli stessi sospetti, gli stessi misteri. Lo ricorderanno in tanti, Falcone; e dopo di lui, tra qualche mese, accadrà per Borsellino. Tanti che lo piangono e lo piangeranno devono ancora dare qualche spiegazione per i loro comportamenti e le loro accuse, quando erano in vita. Tanti parleranno da “testimoni” senza neppure aver messo piede, a Capaci o via D’Amelio. Sono, come diceva amaro Leonardo Sciascia, “gli eroi della sesta giornata”. Ci sono sempre stati, sempre ci saranno.

Per quello che mi riguarda, ricordare Falcone significa anche non smarrire la memoria che:

  1. a) è il Consiglio Superiore della Magistratura a maggioranza (compresi due su tre aderenti a Magistratura Democratica) a preferire Antonino Meli a Falcone;
  2. b) sono i suoi colleghi magistrati, a maggioranza, a bocciarlo quando si candida al CSM;
  3. c) sono Leoluca Orlando, Carmine Mancuso e Alfredo Galasso, rappresentanti dell’allora “Rete”, a denunciarlo al Consiglio Superiore della Magistratura, accusandolo di tener chiusi nei suoi cassetti le verità sui delitti eccellenti a Palermo;
  4. d) Falcone al giornalista Luca Rossi, che poi lo pubblica nel libro I disarmati (mai smentito), dice: “… Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. In questo condivido una critica dei conservatori. L’antimafia è stata più parlata che agita. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera, poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio; se lavorassero, sarebbe meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello che è passato al PCI e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…”.

Sono davvero tante le cose che andrebbero ricordate per ricordare Falcone. Non saranno invece ricordate.

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