Massimo Piermarini. “Istruire è educare”, con la lezione magistrale di Carlo Sini si apre il ciclo di 4 seminari della Flc Cgil

Massimo Piermarini. “Istruire è educare”, con la lezione magistrale di Carlo Sini si apre il ciclo di 4 seminari della Flc Cgil

Giovedì 29 aprile 2021 si è celebrato il primo degli eventi organizzati dalla FLC-CGIL sul tema “Istruire è educare”. Si tratta di un’iniziativa importante, in un momento critico, di difficoltà della scuola italiana, imputabile alla ridefinizione dei ruoli e della funzione dell’insegnamento nella fase di transizione ad una fisionomia dell’attività didattica sempre più digitale e a distanza. Relatore di eccellenza una figura storica della cultura filosofica italiana, Carlo Sini, già docente di Filosofia Teoretica all’Università di Milano, uno studioso rappresentativo di una parte consistente del panorama filosofico contemporanea, all’incrocio tra fenomenologia, semiotica, ermeneutica, pragmatismo che ha sempre accompagnato le sue ricerche scientifiche e gli studi accademici con una forte passione civile, ad una viva partecipazione al nesso natura-cultura e alla vicenda dell’umanizzazione degli uomini, cioè alla loro educazione. La lectio magistralis “Alla ricerca del senso perduto”, ha confermato tale impostazione, riuscendo a comunicare un forte pathos educativo e una forte preoccupazione per il futuro della scuola, che vive nel rapporto didattico e nel perseguimento dei fini educativi.

I punti ritenuti dal relatore indispensabili perché necessari e a fondamento dell’educazione riguardano la centralità dell’educazione, cioè del passaggio dell’individuo dalla condizione naturale alla comunità umana, una comunità costituita, non data, in cui si fa ingresso appunto con l’educazione. La relazione si è svolta con un riferimento costante al concetto di uomo come essere sociale e al suo diritto all’istruzione, sancito dalla nostra Costituzione, nonché al nesso che stringe l’educazione all’agire politico degli uomini, che passano ad una visione sempre più critica e organica del mondo sociale, nel quale si svolge la loro attività, secondo un’ispirazione gramsciana. Nel disegno in cui si è svolta la lezione la finalità primaria dell’educazione, grazie alla quale la comunità umana crea gli uomini, non rappresenta un’istanza pacificamente acquisita, ma la mèta cui orientare ogni attività di istruzione.  La comunità umana assume un ruolo valoriale che è impossibile disattendere onde scongiurare lo scadimento in una comunità umana degenerante e degenerata. In questo ambito fondativo l’identità di istruzione ed educazione diventa possibile attraverso gli strumenti tecnici, prodotti della conoscenza che è sempre lavoro sociale. Una più stringente configurazione dell’educazione deve tener conto della tecnica necessaria per operare nell’individuo la transizione dalla naturalità all’educazione. Ma si tratta di una tecnica a misura dell’uomo, in quanto l’uomo per sua stessa natura è tecnico. Così la parola come tecnica verbale costituisce un passaggio importante nell’acquisizione di abiti sociali in cui siano riconosciute le parole nel loro significato. Non si tratta quindi soltanto si acquisire abilità e competenze, ma soprattutto valori, cioè i nuclei significativi di un’identità storica che si trasmette.

Nel processo educativo si istruiscono gli individui all’uso speciale degli strumenti e dei fini comuni. La nostra comunità, ha sottolineato Sini, richiamandosi agli articoli della Costituzione, rappresenta qualcosa di non negoziabile. Ciò posto, l’educazione si pone il compito di fondare la democrazia su cittadini coscientemente e attivamente democratici. Utilizzando un termine della metafisica di Campanella il relatore chiama questa finalità una “primalità”. Al di là dell’organizzazione burocratica e dell’insegnamento di un mestiere il fine dell’educazione è allora la cittadinanza, la democrazia reale, che realizza lo scopo di essere storicamente umani e democratici.

La lezione del prof. Sini si è a questo punto approcciata ad un classico della pedagogia attivistica novecentesca, Educazione e democrazia di J. Dewey (1916) per sondare il rapporto tra l’istruzione-educazione e i suoi valori e fini sociali. Esponendo in sintesi le tesi di Dewey e proponendole come un modello di filosofia dell’educazione ha toccato diversi punti caldi del territorio dell’educazione: la necessità di creare quelle disposizioni che incrementino il progresso della società, attraverso un ambiente educativo, realizzabile soltanto in presenza, inteso come l’insieme delle condizioni necessarie per l’attività dell’individuo che si sta mutando in un essere umano,  e che deve  acquisire gli abiti corporei e mentali conformi a tale finalità; la realizzazione da parte di ognuno della comunità scolastica, in una situazione di partecipazione nei gruppi cui si appartiene e in cui, al di là delle strutture amministrative-burocratiche, l’individuo è la scuola e il ruolo del docente è connotato dall’etica dell’insegnamento; la socialità dell’educazione come lavoro sociale in cui ognuno tira la corda per lo sforzo comune, attraverso il controllo indiretto ed emotivo e l’interesse che sorge da motivazioni inconsce. Così si ristabilisce, riprendendo le riflessioni di Dewey, il rapporto tra mezzi e fini per la produzione di abiti nei quali si realizza l’educazione. Nell’analisi di Sini il ruolo del docente viene magnificato: se lo scopo dell’educazione è creare abiti, abitudini, il professore è un fine in uno spazio educativo con l’allievo. Resta vincolante l’ascolto e la condivisione come caratteristica della scuola che si pone il compito di creare parità di condizioni per tutti e consenta agli individui di partecipare alla vita sociale a pari condizioni e che faccia della democrazia un interesse degli individui.

In sintesi possiamo dire che la lezione ha inteso aprire una prospettiva di educazione alla democrazia attraverso la democrazia, il cui scopo non sia il lavoro immediato ma la trasmissione del contenuto del passato nel futuro. L’auspicio è che la scuola, in tale contesto, non si limiti a conservare i valori culturali del passato e non adatti il futuro al passato ma usi i valori del passato per il futuro, in una prospettiva universalistica. Questo passaggio può compiersi soltanto quando l’educazione si ponga come scopo la partecipazione libera e piena ad un lavoro comune e produca il bene di tutti cooperando insieme.  Un’educazione che presenti questi requisiti non si limiterà a porre al centro la cultura, come apertura alle relazioni infinite del mondo umano e conquista da parte dell’individuo di un ambito sempre più universale di attività ma si spenderà in una pedagogia dell’ascolto relazionale e dell’insegnare imparando salvaguardando la libertà d’insegnamento e il senso più autentico dell’educare, minacciato spesso dalla subordinazione alla burocrazia. Educazione, democrazia e lavoro diventano così i punti salienti di un impegno culturale in cui la riflessione teorica e la partecipazione attiva concorrono a ridefinire il ruolo propulsivo della scuola per la comunità.

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