Alfonso Gianni. La Conferenza sul futuro dell’Europa

Alfonso Gianni. La Conferenza sul futuro dell’Europa

Dopo i rinvii dovuti alla pandemia, il 10 marzo è stato dato il via alla Conferenza sul futuro dell’Europa, sulla base di una dichiarazione comune del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, del Consiglio europeo, Antonio Costa, della presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Che di tale Conferenza ci sia bisogno lo dimostrano anche problemi e potenzialità che sono emersi in particolare negli ultimi tempi. Qui ne sottolineo solo alcuni.

L’ormai celebre sofagate di Ankara non è stato solo un incidente diplomatico o uno strappo alle regole più comuni del galateo, ma ha assunto un significato ben più profondo. Ha rappresentato, con la plastica evidenza del posizionamento dei corpi – quelli di Ursula Von der Leyen, che sta a capo della Commissione europea, e di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo – una domanda di per sé non nuova, ma aggravata dalla durezza dei tempi: che cosa è l’Unione europea? Semplicemente, come in effetti la intendono la maggior parte delle élite nazionali, un’organizzazione internazionale votata alla soddisfazione di obiettivi e interessi economici? O qualcosa di più, meglio di diverso, almeno in nuce, ovvero un soggetto politico e istituzionale capace di agire in modo unitario e riconoscibile a livello internazionale? E in ogni caso funziona o no il sistema di governance che lungo gli anni la Ue è andata costruendosi?

Sappiamo da tempo che l’idea della costruzione dell’Europa fondata su una convergenza economica, che poi avrebbe partorito strada facendo le sue strutture politiche ha avuto fin dai suoi primi passi la netta prevalenza sugli ideali di Ventotene, sia dal punto di vista teorico (si pensi alle elaborazioni e ai modelli funzionalisti di Jean Monnet o di David Mitrany) che pratico. Tuttavia il volgere del secolo ha messo in fibrillazione l’intero impianto che su quei principi era fondato. In particolare il non semplice rapporto fra il Consiglio europeo, formato dai capi di governo nazionali, e la Commissione europea, i cui membri devono singolarmente ottenere il gradimento da parte del Parlamento europeo ed essere formalmente indipendenti dallo Stato da cui provengono. Il Trattato di Lisbona ha cercato in qualche modo di aggiustare questo implicito dualismo facendo del Consiglio europeo un organo esecutivo collegiale con un presidente eletto dai suoi membri per un mandato della durata di due anni e mezzo, eventualmente rinnovabile per una sola volta. E gli ha attribuito il compito di fornire “la rappresentanza esterna dell’Unione per le materie relative alla politica estera e di sicurezza comune”. Al contempo però il Trattato ha ribadito il ruolo di organo esecutivo per quanto riguarda la Commissione, attribuendole l’onere della gestione delle politiche commerciali e degli aiuti internazionali. Gli stessi governi nazionali si rivolgono alla Commissione quando devono affrontare tematiche presumibilmente divisive, quale è certamente il tema del ruolo della Turchia sulla questione dei migranti e dei rifugiati siriani in particolare. Nel caso dell’incontro di Ankara i ruoli dei due presidenti dei due organi venivano inevitabilmente a sovrapporsi e a confondersi. Peraltro all’interno di una scelta del tutto sbagliata, quale quella di affidare alla Turchia addirittura la “protezione” delle frontiere europee. Si potrebbe osservare che un simile pasticcio si sarebbe potuto evitare in base al semplice buon senso. Ad esempio attraverso un accordo preventivo fra Michel e la Von der Leyen, che avrebbe potuto evitare a uno dei due il viaggio, avendo peraltro parecchio da fare a Bruxelles per raddrizzare una campagna vaccinale nata storta, e ad entrambi mortificazioni e figuracce. Ma proprio quando una soluzione così semplice non si realizza è segno che il contrasto e la confusione istituzionale sono arrivati a un punto insostenibile.

Naturalmente il sofagate e quello che ha significato e rappresentato è solo la classica punta dell’iceberg che segnala tematiche e problemi ben più grossi a drammatici. Le decisioni assunte nel luglio del 2020, quali la messa in mora del Patto di stabilità e crescita, poi allungata a tutto il 2022, la formazione di un debito comune, l’alimentazione del bilancio non solo attraverso le contribuzioni pro quota di ogni singolo stato membro, ma attraverso una tassazione sovrannazionale, l’emissione di titoli di credito europei, sono stati certamente un passo in avanti, forse una vera svolta, che hanno fatto crollare alcuni mantra quali quello dell’austerità e del freno all’indebitamento. Ma tali indispensabili cambiamenti sono ben lungi dall’essere stati effettivamente realizzati e gli assetti politico istituzionali della costruzione europea sono rimasti inalterati, se non addirittura ribaditi e rafforzati, come la dimensione intergovernativa. Gli stessi prestiti e sovvenzioni da erogare nell’ambito della Next Generation Eu devono in ultima analisi essere approvati dal Consiglio europeo, avendo la Commissione solo un diritto di proposta. Inoltre i contrasti con i Paesi “frugali” e quelli del gruppo di Visegrad si sono intensificati anziché smorzarsi.

A questo si è aggiunto l’inciampo, per ora superato, della Corte costituzionale tedesca. Ad essa si erano rivolti 2280 cittadini, capeggiati dall’ex leader dell’Afd Bernd Lucke sostenendo che i 750 miliardi della Ng-Eu avrebbero comportato una “condivisione del debito” a livello comunitario da essi considerato estraneo alle norme dei Trattati e portatore del rischio di esporre la Germania a “rischi finanziari incalcolabili”. Conseguentemente la Corte di Karlsruhe aveva bloccato il Recovery Fund ordinando al presidente federale Frank-Walter Steinmeier di non ratificare la legge che era stata appena approvata dai due rami del Parlamento tedesco sulle nuove “risorse proprie”, indispensabili per il finanziamento del bilancio europeo, in attesa di un pronunciamento sui ricorsi presentati. Una seria battuta d’arresto lungo un processo che aveva visto 16 sui 27 paesi della Ue ratificare la decisione sulle “risorse proprie” (Ord). Senza il via libera di tutti i parlamenti nessun aiuto potrà giungere da Bruxelles.

Non è la prima volta che Karlsruhe si mette di mezzo, anche se le decisioni della Corte non hanno finora raggiunto conseguenze concrete. L’esempio più famoso fu quando i giudici dichiararono illegali gli stimoli monetari messi in campo per fronteggiare la crisi da parte della Bce, allora guidata da Mario Draghi, intimando alla Bundesbank di ritirarsi dal programma di acquisto di titoli pubblici dei Paesi dell’Eurozona, il che però non è avvenuto. In questo caso la Corte ha per ora respinto il ricorso, in quanto “un esame sommario non rivela una forte probabilità di violazione della legge costituzionale”, come si può leggere nel suo sito Internet. La Corte, quindi, proseguirà il suo esame, ma ha respinto la richiesta di sospensione di urgenza avanzata dai ricorrenti. Ciò non ha impedito a Paolo Gentiloni di salutare questa decisione come “un grande passo in avanti sulla strada del piano europeo di Recovery”, ma sta di fatto che in questo modo i tempi di approvazione di Ng-Eu vengono ulteriormente ritardati, mentre sono premiate le tattiche dilatorie di quei Paesi che ancora non hanno espresso un assenso. Questo rischia di fare slittare la conclusione delle approvazioni da parte dei parlamenti nazionali alla seconda metà dell’anno in corso. Successivamente la Commissione europea potrà muoversi per raccogliere le risorse nei mercati finanziari e per introdurre le nuove eventuali tassazioni a livello europeo, avanzando una proposta che dovrà essere sottoposta e approvata sia dal Consiglio europeo che dal Parlamento. Intanto la crisi pandemico-economica avanza con il suo carico di morti e di nuovi poveri. Anche questo “inciampo” dimostra che i vincoli degli attuali Trattati vanno rimossi e va rivisto l’impianto della governance su cui poggia la struttura europea.

I prodromi della Conferenza sul futuro dell’Europa vanno ricercati nel tentativo di Valery Giscard d’Estaing, nella sua qualità di presidente della Convenzione europea (2002-2003) di elaborare una Costituzione europea che venne però affossata dal no al referendum in Francia e in Olanda. Si giunse poi alla firma del Trattato di Lisbona (2007) che puntualizzando le competenze fra Stati membri e la Ue, si metteva di traverso a un cammino verso un’unione di tipo federale. La Conferenza prende di nuovo le mosse dalla sponda francese e si presenta con una metodologia di discussione aperta al dialogo con i cittadini europei. Sembra quindi sia stata compresa la lezione della Costituzione fallita, anche perché partorita nel chiuso di una congregazione di esperti – molti dei quali peraltro ottimi – senza un coinvolgimento “sentimentale” e una partecipazione attiva da parte dei cittadini europei. Già il titolo della dichiarazione comune “Dialogo con i cittadini per la democrazia – Costruire un’Europa più resiliente” evidenzia l’enfasi posta su una partecipazione attiva diffusa, in particolare dei giovani. Ognuno potrà esprimere delle proposte attraverso una piattaforma digitale multilingue e “un meccanismo di feedback garantirà che le idee formulate durante gli eventi connessi alla conferenza si traducano in raccomandazioni concrete per le future azioni dell’Ue”. La Conferenza, che si riunirà in sessione plenaria ogni sei mesi, dovrebbe concludere i suoi lavori sotto la presidenza francese della Ue, nella primavera del 2022, pandemia permettendo.

Un impianto ambizioso, come si vede, cui però non corrisponde una unanime prospettiva sugli obiettivi da raggiungere. L’oggetto del contendere può essere riassunto nella questione della modificazione dei Trattati. Il testo della dichiarazione non ne parla, al contrario dei suoi stessi firmatari che si esprimono apertamente in questa direzione, come David Sassoli: “Siamo oggi fermamente impegnati a garantire il seguito concreto delle raccomandazioni e delle conclusioni che la Conferenza produrrà. È essenziale che questo esercizio porti ad azioni concrete, cambiamenti legislativi, cambiamenti di trattati, se questo è desiderato e auspicabile. Ci impegniamo a non avere tabù e a fare in modo che i risultati possano offrire una visione reale del nostro progetto europeo. È in gioco la nostra credibilità come rappresentanti eletti, è in gioco il nostro futuro e il futuro delle nostre democrazie”. Parole impegnative che sono state ribadite da Sassoli anche in altre occasioni. Naturalmente non manca il controcanto. Dodici Paesi (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Slovacchia e Svezia) in un loro documento hanno subito chiarito che bisogna salvaguardare l’attuale “equilibrio inter-istituzionale, compresa la divisione delle competenze”.

Lo scontro interno alle classi dominanti dell’Europa è quindi aperto fra chi vuole modificare gli stessi trattati, non più considerati intoccabili, per adattarli alla nuova situazione economica e politica e chi vi si aggrappa con tutte le forze per mantenere lo status quo ante l’attuale crisi. Intanto si moltiplicano le dichiarazioni di economisti che vogliono mettere in soffitta i famosi parametri di Maastricht, come ad esempio Philippe Martin, Jean Pisani Ferry e Xavier Ragot autori di uno studio per conto del Conseil d’analyse économique (Cae), un centro-studi che procede ad analisi sulle questioni economiche di interesse del governo francese, assai attivo in questa fase in tema d’Europa, visto anche l’incipiente venir meno del protagonismo di Angela Merkel. Lo studio propone di rinunciare all’obiettivo di un rapporto deficit/Pil al 3% e sostituire la soglia del rapporto debito/Pil del 60% con un plafond diverso per ogni singolo paese. Sulla base della convinzione che: “La crisi del Covid ha reso ancora più evidente il decalage tra questo quadro di regole e la realtà. Il consensus intellettuale su questo tema è che le regole non hanno più niente a che vedere con il mondo di Maastricht”

Bisognerebbe evitare che questo scontro veda quali unici protagonisti settori comunque interni alle élite di potere e al sistema capitalistico e che invece la sinistra europea ne approfitti per qualificare e avanzare le sue proposte per un altro modello di società. Funzionando da terzo incomodo. Per intenderci, con un esempio solo, il Green New Deal non può diventare un green washing o una impact economy, per usare neologismi inglesi che si riferiscono ad ecologismi di facciata o al tentativo della finanza privata di darsi obiettivi etici, sociali e ambientali. Altrimenti assisteremo all’ennesima impresa camaleontica del moderno capitalismo.

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