Massimo Piermarini. Il lavoro vivo nella produzione di senso

Massimo Piermarini. Il lavoro vivo nella produzione di senso

La scena del presente è inquietante. Difficilmente si riconosce l’immagine del padrone della Fenomenologia dello spirito hegeliana nell’imprenditore contemporaneo. Questi non si limita a svolgere il ruolo di consumatore unilaterale di beni prodotti dal Servo, ma distribuisce su vasta scala i beni di consumo e induce il bisogno di molti beni fittizi e inutili. Non lascia alcuna autonomia al lavoratore nella sua attività: plasma il processo produttivo e ridefinisce continuamente le condizioni di produzione. Esercita un dominio tranquillo e sicuro di sé, non vuole la morte o la pena del servo, ma il prolungamento all’infinito del suo servizio di produttore-consumatore di beni e servizi. È la società interpretata da André Gorz, nel libro Metamorfosi del lavoro. Il padrone è un ideologo fine, crea nel dipendente una falsa coscienza, tale che il servo non veda altra possibilità nella sua esistenza che la servitù stessa. Il lavoro non si integra nell’esperienza di formazione del soggetto. In esso come nella sua vita individuale il Servo non riesce ad acquistare una consapevolezza di sé, ma perde ogni connessione interna, stretto e come assediato dall’incertezza del presente. Lo stesso lavoro sembra aver perso ogni carattere di sintesi, di processo unitario, diventa precario, mobile, fluido, sempre più flessibile, ma anche più esigente: divora gli spazi del tempo libero e l’attività dell’immaginazione e degli affetti. È il paradosso del lavoro oggi: quello di essere diventato un’appendice del sistema di cui continua ad essere il motore. Sembra che il contributo del lavoro alla società non trovi una contropartita, né economica, né simbolica, neppure sul piano emozionale-relazionale. Non si configura un rafforzamento dell’identità personale per il titolare del lavoro, ma un’inevitabile diminuzione che giunge sino alla perdita di sé. Spesso il lavoro, nella sua assenza o nella sua presenza, non riesce a sanare le ferite e le scissure del soggetto, ma le moltiplica. Divenuto una peste sia per gli occupati che per i disoccupati, segna uno scacco delle loro possibilità di vita, la fonte del loro disagio e l’origine del loro senso di impotenza, l’origine della sofferenza, dello smarrimento del senso di sé, il segno della loro alienazione sociale e mentale. L’origine di tutto questo ha un nome: la mancanza di riconoscimento. Nella società del capitalismo digitale o bio-digitale gli individui e le loro qualità umane, sono diventati oggetto di un’appropriazione da parte del processo di accumulazione capitalistica che investe non soltanto la forza-lavoro ma la loro intelligenza sociale e la loro sfera emotiva, relazionale e sociale. L’istallazione produttiva, quella che si chiamava la fabbrica, è ovunque, e il lavoro è ormai qualsiasi attività, retribuita o gratuita. I termini del conflitto tra lavoro e capitale si sono dilatati, ma la sua intensità risulta aumentata. I personaggi in azione sono la specie (Gattungswesen) e il capitale (Kapital), come indicava già Marx nei Manoscritti economico-filosofici, nei Grundrisse e nel Capitolo sesto inedito del I Libro del Capitale. Guardiamo in modo disincantato il presente: non soltanto il lavoro in senso stretto è reificato, ma ogni manifestazione dell’umanità sociale, comprese anche quelle più sublimi, come l’arte e la religione, la letteratura, sono sottoposte al rischio della sussunzione alla valorizzazione capitalistica. La perdita del potere di interpretazione della realtà da parte del soggetto è netta. All’individuo sfugge la comprensione dell’insieme, cioè il funzionamento della totalità sociale, in quanto vi è comunque implicato in ogni attività quotidiana. Quello che Marx chiamava, nel Capitale, il carattere concreto del lavoro, che produce cose qualitative e materiali e trasforma gli oggetti, si è liquefatto nell’immateriale mentre la mistificazione della coscienza, in questo processo di volatilizzazione delle cose, ha raggiunto livelli patologici a livello di sistema. È lecito chiedersi cosa possa significare in questo contesto la contromossa di un esercizio di critica, come riappropriazione da parte dell’individuo dell’essenza di specie, in una situazione in cui la vocazione finalistica del lavoro sembra diventata insussistente in quanto obiettivo irrealizzabile, paralizzata davanti al flusso dei simulacri del feticismo nel quale l’esperienza del singolo e della collettività viene sommersa.

La ricerca di senso nell’attività lavorativa, che ne operi la conversione in un’attività di contatto-trasformazione con gli oggetti e di presa sul mondo (naturale e sociale) capace di donare senso e di generare non soltanto sofferenza, ma anche piacere sembra destinata al fallimento. Si impone comunque il compito e la fatica dell’interpretazione del mondo che è ancora un affare che trova il suo cuore nel lavoro. Il lavoro, però, deve essere considerato espressivo dell’individualità sociale in un rapporto organico con la natura o, detto in altri termini, deve condurre alla Gemeinwesen (la comunità di genere, l’essenza comune dell’uomo). Per non essere schiacciato sotto il dominio delle tecnostrutture esso deve ridiventare un “bisogno vitale”, non soltanto un mezzo per la soddisfazione di bisogni materiali immediati. In questo contesto è ancora in gioco la questione della libertà e si pone la domanda: si può trovare la libertà nel lavoro o oltre il lavoro?

È fuor di dubbio che il lavoro in esercizio è un bisogno profondo dell’esistenza umana e affonda le sue radici nelle regioni profonde dell’inconscio e del desiderio: un territorio pericoloso che è anche fonte di gioia e di piacere, in vista della prospettiva di vita felice e non semplicemente gratificata. Pensato in positivo il lavoro risponde a tali bisogni profondi, non riducibili a mediazioni strumentali, quando, attraverso la padronanza dei mezzi e degli accorgimenti si misura con il processo di produzione-creazione e mette alla prova la nostra intelligenza pratica in azione. Ciò rende possibile la riappropriazione del contenuto e del contesto del proprio lavoro e diventa una fonte di gratificazione e realizzazione di sé, di lotta per la conquista di un’identità. La ricerca di senso, oltre la ricerca di mezzi di vita, trova nel lavoro espressivo la sua risposta. C. Dejours, dal punto di vista psicopatologico, ha individuato l’ambito della fenomenologia propria del lavoro. È quello della ricerca del soggetto che va incontro all’accrescimento di sé e accetta la prova di misurarsi con l’obiettivo. Il lavoro scopre allora la sua vocazione più profonda, lancia il suo dardo molto in alto e raggiunge l’esperienza della libertà. Nella certezza di sé, raggiunta nella propria attività gestita consapevolmente, si alimenta la speranza di un futuro della libertà e della civiltà, ragionevolmente legate alla sopravvivenza, fuori delle condizioni dell’industrializzazione dominata dalla legge de valore, della creatività del lavoro. Seguendo le riflessioni di Dejours bisogna riconoscere che solo l’esperienza del lavoro permette di mantenere questo legame con il reale. Se ne deve trarre la conclusione che il lavoro deve essere riconosciuto appieno come oggetto della politica e della filosofia e assumerne il ruolo centrale. Ma di quale lavoro stiamo parlando? Del lavoro come scoperta, invenzione, creazione in cui l’esistenza degli uomini si oggettivi e si esprima.

Alcuni grandi pensatori novecenteschi, come Simone Weil e Alexandre Kojève hanno toccato questo tasto con mano da artista. La “scoperta” della creatività del lavoro è possibile soltanto attraverso l’esperienza diretta dell’essere in comune in un collettivo di lavoro nel corso di un processo lavorativo reale. Non si tratta dunque di una gratificazione narcisistica, o del traguardo raggiunto in una prova atletica, anche se alimenta una effettiva soddisfazione nel rapporto dell’individuo con le forze del proprio corpo. Non si tratta neppure della cooperazione funzionale del lavoratore con gli altri lavoratori, come richiesto dal sistema di produzione, ma della creazione di un “valore” intersoggettivo indipendente, di un’autovalorizzazione delle qualità umane fuori dai vincoli del lavoro salariato, che spesso si manifestano in modo conflittuale con il dominio presente. Naturalmente il lavoro espressivo è incompatibile con la nozione di lavoro astratto, tipica del capitalismo della società borghese moderna, che è, come osservava G. Lukács  “… il lavoro astratto, uguale, comparabile, che può essere commisurato con crescente esattezza al tempo di lavoro socialmente necessario, il lavoro della divisione capitalistica del lavoro, [che] sorge contemporaneamente come risultato e presupposto della produzione capitalistica soltanto nel corso del suo sviluppo”.

L’esperienza diretta del lavoro di fabbrica, che Simone Weil ebbe il merito di intraprendere per squarciare il velo che nasconde la duplice valenza (astratto-concreto) del lavoro, rende dunque possibile la messa in atto dell’immanenza del lavoro al soggetto ovvero, per dirla con una formula ancor più ambiziosa, l’immanenza della specie umana all’individuo. Crediamo si tratti di un punto importante per affrontare il discorso del rapporto tra l’uomo e il lavoro senza cadere in un umanesimo retorico o nell’ideologia lavorista, cioè in una forma di religione idolatrica del lavoro. Usando la terminologia tecnica dell’ontologia filosofica per indicarne i contorni diciamo che nel modo di produzione capitalistico il processo di valorizzazione (e la connessa organizzazione del controllo, palese o nascosto in vesti “democratiche”) è la trascendenza e il processo lavorativo l’immanenza. Nel rovesciamento di prospettiva operato dalla critica dell’economia politica il processo lavorativo e le forze produttive sociali mettono in discussione la forma stessa della valorizzazione capitalistica. In altri termini il processo lavorativo ingloba in sé, annullandola, ogni istanza sovraordinata, cioè l’imperativo del profitto e del valore di scambio e l’organizzazione della produzione ad essa funzionale, in un processo nel quale la massa, costituita dal lavoro vivo, dal sapere, dai mezzi di lavoro, dalle materie prime (che sono altrettanti prodotti dell’attività lavorativa), rappresenta l’immanenza e la potenza attiva dei lavoratori, che ha il suo contraltare nell’autorità che stabilisce la norma di lavoro prescritto ed esercita il controllo sul lavoro vivo per subordinarlo all’obiettivo della valorizzazione capitalistica (cioè la trascendenza). Nelle pagine weiliane del Diario di fabbrica in La condizione operaia tale assunto è derivabile dall’esperienza stessa del lavoro in fabbrica. Quando si inizia una giornata di lavoro in una nuova fabbrica, si viene sottoposti ad un’iniziazione, che richiede sacrificio. Nell’erogazione del dispendio di energia entriamo in contatto con le energie di altri. Si crea una sinergia, il cui principio è il processo lavorativo e la salvaguardia dello scopo.

Il processo in sé resta per noi indifferente, estraneo e ostile. Sappiamo della sua triste compromissione col processo di valorizzazione del capitale. Ma la cooperazione, volenti o nolenti, trascina in un vortice di comunanza. Se si lavora insieme si diventa parti di un tutto che, sovranamente autodeterminato, non può che cominciare ad essere lavoro liberato, esercizio delle forze produttive, cioè di una forma che realizza la nostra comunanza di genere (Gemeinwesen).

*Massimo Piermarini insegna Filosofia e Storia nei licei. Il testo è parte di una riflessione più ampia che sarà consegnata in un volume di prossima pubblicazione

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