Alfiero Grandi. Considerazioni sul PCI, la CGIL e le altre confederazioni sindacali, in occasione del centenario della nascita del PCI

Alfiero Grandi. Considerazioni sul PCI, la CGIL e le altre confederazioni sindacali, in occasione del centenario della nascita del PCI

Sono convinto che soffermarsi sulla centralità dei comunisti nella Cgil e nel sindacato porti ad un errore di ottica e di valutazione politica e sindacale. Dopo la vittoria sul nazifascismo, la Liberazione, l’avvio della difficile e gracile democrazia in Italia, per fortuna irrobustita dalla Costituzione della Repubblica – non a caso invisa da decenni alle classi reazionarie e non solo – il sindacato unitario fu ricostituito per iniziativa dei partiti che avevano conquistato sul campo, nella lotta di liberazione, il loro ruolo. Del resto il fascismo non era stato solo chiusura degli spazi di democrazia politica, di limitazioni drastiche alle libertà, fino alla chiusura della Camera dei deputati sostituita dalle corporazioni del regime, ma aveva comportato la distruzione dei sindacati prefascisti, la corporativizzazione del lavoro, la riduzione ad una condizione subalterna ai padroni e al regime fascista dei lavoratori e la cancellazione della loro identità e autonomia rivendicativa. Per un lungo periodo di tempo il sindacato unitario risentì dell’influenza dei partiti, al punto che la divisione sindacale politica ed organizzativa sopravvive tuttora, con l’esito di due scissioni successive della Cgil unitaria, durante le quali si formarono prima la Cisl e poi la Uil. Come era prevedibile la divisione, che poi si è articolata ulteriormente, ha diviso il fronte dei lavoratori e aprendo un varco alla discriminazione sindacale, verso i settori più combattivi dei lavoratori e in particolare verso la Cgil e i comunisti subirono una repressione pesante. Di Vittorio resta un riferimento storico perché tentò in ogni modo di rilanciare un’iniziativa sindacale unitaria sulla base di una nuova elaborazione come il piano del lavoro.

Nei primi tentativi di ricostruire a Bologna (all’epoca ero nella segreteria della federazione di Bologna) presenze organizzate del Pci nei luoghi di lavoro la scelta fu di contattare i lavoratori che non erano più iscritti nei luoghi di lavoro, dove si era abbattuta la discriminazione, ma nelle sezioni territoriali, ma la svolta ci fu solo quando entrò in campo la nuova generazione. Iniziarono a svilupparsi lotte importanti nei luoghi di lavoro, sempre più unitarie, man mano che cresceva il consolidamento della ripresa economica post bellica e cresceva la presenza di una nuova generazione di lavoratori, con la quale la Fgci aveva rapporti perché i giovani lavoratori uscivano dalle scuole tecniche e professionali dove c’era stato un lavoro di organizzazione. Nel corso degli anni ‘60 mutò profondamente la qualità della situazione. Lo sciopero degli elettromeccanici fu un’occasione importante e a Bologna c’erano fabbriche con una forte presenza femminile. Si consolidò via via il ruolo di una nuova generazione di lavoratori ormai presente in diversi settori, dall’abbigliamento ai meccanici, che aveva all’interno forti diversità sociali e di orientamento ma che aveva come tratto comune la volontà di ottenere il riconoscimento del ruolo fondamentale che svolgeva nella ripresa economica, salari e diritti. Nelle aree del Mezzogiorno del paese ci fu lo spopolamento di lavoratori che migravano non più solo all’estero ma al Nord, in altre ci fu la crescita di grandi complessi lavorativi che impiegavano questa mano d’opera immigrata senza esperienza lavorativa, mentre in altre aree l’uso crescente di lavoratori giovani, specializzati, non condizionabili – come in precedenza – dalla minaccia del licenziamento, questi fatti contribuirono potentemente a mutare i rapporti di forza.

Questa temperie di contestazione dello stato di cose presente, di una subalternità statuita dalle leggi, si intrecciava con la richiesta di nuovi diritti, con la diffusione dell’accesso all’istruzione, fino all’apertura dell’università. In sostanza scuola di massa e Università di massa. Nel sindacato crebbe la voglia di lavorare insieme. Una nuova consapevolezza del valore dell’unità del mondo del lavoro si affermò, fino al sogno ad occhi ben aperti del superamento delle divisioni organizzative degli anni ‘50. Esperienze che non realizzarono l’obiettivo, ma lasciarono un segno profondo per molti anni. I metalmeccanici erano arrivati ad iscrivere direttamente alla Flm, il sindacato unitario, in seguito questi iscritti furono costretti, tristemente, a scegliere la propria organizzazione per il fallimento dell’ipotesi unitaria. Il sindacato cercò di interpretare le proprie istanze in rappresentanza del lavoro in senso generale, non come mera proiezione della condizione di lavoro, dalle modifiche dell’ordinamento scolastico alla riforma sanitaria, e si pose l’obiettivo di conquistare per legge nuovi diritti per i lavoratori, dallo Statuto alle misure per la parità tra i sessi, fino a un sistema previdenziale universale e ai diritti civili che sono stati una pietra miliare del cambiamento italiano, dal divorzio all’aborto. Il sindacato, malgrado diversità e problemi fu protagonista dell’avanzamento sociale e culturale del nostro paese. Per questo a differenza della Francia si stabilì un rapporto con gli studenti, non facile, a volte polemico, ma a volte convergente. Trentin ed altri furono interlocutori riconosciuti del movimento degli studenti.

Continuo a pensare che focalizzare sulla componente comunista della Cgil porti ad un errore di ottica, ad un ingrandimento eccessivo e a una distorsione del ruolo. I partiti non avevano più il ruolo della ricostruzione e tuttavia avevano attenzione al mondo del lavoro, anche se in forme con culture diverse. Moro fu protagonista nella Dc di un tentativo di comprendere le ragioni della contestazione degli studenti e del nuovo protagonismo dei sindacati. È evidente che il Pci, per la sua storia, per i suoi connotati fondamentali dedicava attenzione, spesso – non sempre – rappresentanza al mondo del lavoro. Dentro il Pci c’erano per lo meno due posizioni, in realtà erano di più, una che pensava che le lotte e il protagonismo dei lavoratori presentasse pericoli corporativi, l’altra che riteneva che la spinta del mondo del lavoro dovesse essere interpretata e guidata verso modifiche strutturali della società e dell’economia. Questo per affermare che il Pci non era un tutto unico, un blocco, ma aveva un dibattito con diversità interne anche sul lavoro. Forse la più rilevante fu quella che riguardava l’autonomia del sindacato e i consigli di fabbrica fondati sui delegati unitari, in sostanza la convinzione che i lavoratori potessero essere uniti a partire dalla loro condizione, quindi non dalle loro ideologie. Ricordo un’importante direzione del Pci all’inizio degli anni 70, introdotta da Di Giulio, con la componente comunista del direttivo della Cgil, il cui centro fu proprio questo e al termine la componente del direttivo CGIL, presente ai massimi livelli, decise di procedere comunque, per la verità senza sostanziali impedimenti del PCI, anche se non mancavano le perplessità. È la fase della conquista dell’autonomia il cui orizzonte conclusivo fu codificato con chiarezza anni dopo da Trentin a Chianciano con la formula del sindacato di programma, forse con qualche complicazione tra programma fondamentale e programma di lavoro, ma era il segno di un’autonomia reale di pensiero e di azione, in cui la parte della Cgil che faceva riferimento al Pci sceglieva definitivamente la strada dell’autonomia programmatica. Non mancarono accuse di pansindacalismo, ma continuo a pensare che fossero sbagliate. Del resto Trentin provò anni dopo, ormai passato ad un incarico politico nel Pds, ad offrire la via del programma come tratto distintivo di un partito che non si chiamava più comunista ma doveva mantenere un legame forte con il mondo del lavoro. Trentin non realizzò il risultato sperato perché prevalse il nuovismo che buttò bambino ed acqua sporca, come temevo.

Nella fase della crescita del ruolo sindacale e della contrattazione la Cgil aveva dirigenti di grande rilievo, tra i tanti ricordo solo Garavini, uno dei protagonisti del re insediamento alla Fiat dopo la discriminazione che aveva portato al licenziamento a tappeto dei quadri Cgil, in particolare comunisti. Come tutti quelli che hanno autonomia intellettuale la sua riflessione sulle sconfitte era importante almeno quanto quella sulle vittorie e diede contributi di grande rilievo in frangenti molto difficili all’inizio degli anni 80, che non riuscirono ad evitare lo scivolamento verso la cancellazione della scala mobile, conquistata dall’intesa tra Lama ed Agnelli, ritenuta non a torto una conquista e un simbolo delle conquiste delle lotte dei lavoratori

Per concludere questo ragionamento: i comunisti nella Cgil e nel sindacato c’erano, in verità non solo nella Cgil perché si iscrissero al Pci anche delegati e quadri della Cisl e della Uil, ma partecipavano alla discussione politica nel partito. Anche dopo l’uscita dei dirigenti sindacali dal parlamento rimasero le delegazioni dei dirigenti sindacali che partecipavano alle discussioni nel partito ai vari livelli e quindi l’attenzione dovrebbe essere concentrata anzitutto sul partito di cui erano parte, alla cui discussione interna partecipavano. Infatti il Pci aveva diverse posizioni, che andavano interpretate, ma c’erano e i sindacalisti partecipavano delle stesse diversità. Mentre nelle scelte e nelle decisioni riguardanti il sindacato i comunisti che avevano un ruolo dirigente nella Cgil intervenivano sulla base di esperienze, convinzioni che avevano la Cgil e i lavoratori come metro di misura, per di più erano tutt’altro che della stessa opinione. A distanza di tempo non credo sia opportuno scomodare la memoria di persone che non ci sono più, tuttavia all’epoca la discussione non era certo per finta. Questa è un’originalità italiana. In altri paesi il sindacato era il promotore del partito, ma non avevano avuto il fascismo, mentre in Italia il Pci all’inizio è promotore di una rinnovata presenza sindacale, ma ciò che si affermò nel tempo nella Cgil fu una forte assunzione di autonomia e di responsabilità dei quadri sindacali. Sabattini arrivò a parlare di indipendenza del sindacato, espressione che non mi ha mai convinto perché la trovavo difensiva da altri, tuttavia era una delle forme in cui si esprimeva l’autonomia.

Il taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi portò ad una mobilitazione senza precedenti, al punto che il Pci, segnatamente Berlinguer, decise di promuovere il referendum abrogativo – certo finì con una sconfitta – proprio per raccogliere la spinta fortissima dei lavoratori e della maggioranza dei dirigenti del Pci della Cgil, ma la mia opinione personale era ed è che ci sono battaglie di principio che vanno fatte anche se si possono perdere. L’unico criterio di valutazione delle scelte non può essere la certezza di vincere perché nella storia del movimento operaio le vittorie sono venute dopo tante sconfitte, lo dico senza nessuna elegia della lotta per la lotta ma apprezzamento per le scelte di principio che producono crescita delle coscienze. Tanto più se il movimento dei lavoratori veniva dall’avere dato fiducia più volte a piattaforme confederali senza risultati e a quel punto prevalse un adesso basta. La componente del Pci assunse questa scelta, con non pochi tormenti, ma lo fece con il chiaro obiettivo di evitare ad ogni costo la rottura nella Cgil, fu difficile ma si evitò di pagare un prezzo pesante e questo è un merito non da poco.

Le altre posizioni sindacali non erano ferme al dopoguerra, anzi c’erano posizioni di grande interesse e novità anche quando non potevano essere condivise. Tuttavia apprezzare, dialogare con le novità è cosa diversa dal rinunciare al proprio punto di vista.  L’unità sindacale aveva sostanzialmente retto di fronte al terrorismo ma si incrinò di fronte alle misure per uscire da ripetute crisi economiche. Alcuni anni dopo la vicenda della scala mobile ci trovammo di fronte alla crisi monetaria e alle misure draconiane per affrontare la nuova crisi. Purtroppo la regola Baffi, far corrispondere la lira al suo valore reale era stata abbandonata a favore della difesa ad ogni costo della quotazione della moneta nazionale, che non riuscì e quando il cambio cedette di schianto sotto l’attacco della speculazione avevamo bruciato ingenti risorse finanziarie e furono prese misure tali che ancora oggi hanno un’eco che fa venire qualche brivido, ad esempio ai titolari di conti correnti. Il governo Amato impose un accordo squilibrato ai lavoratori, chiamati a pagare un prezzo pesante anche contrattuale, la divisione tra i sindacati e dentro la Cgil portò ad un accordo ma che fu rifiutato da gran parte dei lavoratori e ad una situazione in cui si rischiò il crollo della credibilità del sindacato. Credo sia stato giusto mettere sullo stesso piano la risposta negativa, politica e sindacale, all’accordo separato e insieme evitare una crisi drammatica della Cgil riuscendo, con enormi difficoltà, a fare rientrare le dimissioni di Trentin. Una prova molto difficile, retta sostanzialmente in piena autonomia dal gruppo dirigente della Cgil, malgrado uscisse da un periodo di rotture politiche sullo scioglimento del Pci, a cui ciascuno ha partecipato secondo la propria opinione.

Oggi la situazione è molto cambiata, le sinistre italiane non riescono ad essere rappresentative del lavoro e ad avere un corpo di idee convincente. Tanti, troppi votano per la soluzione politica meno distante ed è probabilmente tutta la partecipazione alle scelte politiche che sono in grado di dare. I sindacati confederali, che oggi si assomigliano più di quanto non vogliano ammettere, risentono della depoliticizzazione del mondo del lavoro e malgrado questo faticano a trovare un terreno di proposta comune che vada oltre le singole iniziative. Forse non è sufficiente che non ci siano più le ragioni delle divisioni politiche del passato per realizzare l’unità sindacale. Anche la Carta dei diritti di tutti i lavori, che pure potrebbe avere un grande valore, non è riuscita ad essere una piattaforma comune. Eppure il nodo strategico per i sindacati è trovare forme e contenuti nuovi per unificare un mondo del lavoro, frantumato, diviso, sconfitto. Occorre guardare con rispetto alle difficoltà di oggi, portando se si è capaci contributi di idee, evitando di ergersi in cattedra, atteggiamento che molti di noi non avrebbero accettato in passato.

Anche per questo la vera coppia resta, anche nel centenario, il Pci e il sindacato, in particolare la Cgil. I comunisti della Cgil esistevano senza dubbio e io per oltre venti anni ne ho fatto parte in posizioni dirigenti, ma il loro ruolo era quello di essere parte del Pci, nel bene e nel male, e di essere parte della Cgil, e del sindacato, partecipando nei diversi ambiti. Non era un limite, era una forza. Focalizzare sui comunisti della Cgil, separandoli dal resto non è il modo migliore, né per me il modo più convincente, di riflettere sul passato senza rimpianti e senza settarismi.

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