Mario Agostinelli. Dal carbone alle rinnovabili a Civitavecchia. No al gas

Mario Agostinelli. Dal carbone alle rinnovabili a Civitavecchia. No al gas

Il 19 Marzo, in sintonia con le manifestazioni di Fridays for Future, a Civitavecchia si sono mobilitati i Comitati contro i fossili assieme al sindacato, a parlamentari e associazioni locali, oltre ai cittadini che da mesi premono ad ogni livello politico e amministrativo per impedire la costruzione di un turbogas a TorreValdaliga Nord, dopo che  Fiom Uilm e Usb hanno indetto 2 scioperi di 2 ore a turno a sostegno del progetto di “Phase-out” dal carbone con un mix di eolico galleggiante e fotovoltaico assistito da stoccaggi a idrogeno verde.

Non sono stati certo confortati dalla prima audizione in Parlamento del ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani, che dopo aver sostenuto che “occorre puntare ad una sostenibilità industriale, lavorativa, ambientale”, ha ammesso che -naturalmente in ossequio alle tecnostrutture di ENI assai attive nel predisporre i piani energetici – è obbligatorio tenere il gas ancora per un periodo “ragionevole”. Se si abbina questo passaggio ad una affermazione fantasmagorica per cui “ tra 10 anni ci sarà la “fusione universale”, cioè la stessa energia che emana dalle stelle, si ottiene un messaggio in netto contrasto con l’emergenza climatica: in fondo è questione di dieci anni e tutto poi sarà risolvibile con la più insostenibile (anche socialmente, oltre che ambientalmente) delle tecnologie allo studio. Quindi, tanta fretta per una radicale trasformazione del sistema e per l’opzione della neutralità climatica ottenuta con una accelerazione nel ricorso alle rinnovabili è eccessiva. Pessima risposta agli studenti, ai messaggi della Laudato Sì, ai movimenti che a livello territoriale cercano di sfuggire dalla morsa del sistema energetico centralizzato, sia fossile che nucleare.

La realtà è che il gas in Europa sta superando in termini di CO2 il carbone ed il nostro paese è un esempio di politica gas-dipendente. Non basta eliminare il carbone per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 come prevede il Green Deal europeo. In Europa si continua a puntare troppo sul gas fossile e questa tendenza mette a rischio la politica Ue su energia e clima. Inoltre, gli investimenti previsti finora in rinnovabili dai piani nazionali al 2030, da soli, sono insufficienti per traghettare gli Stati membri verso un mix energetico a basse emissioni di CO2. Queste considerazioni contrastano le opzioni avanzate dal nuovo ministero del governo Draghi e, mentre vanno a sostegno della vertenza aperta sul turbogas a Civitavecchia, sono suffragate da uno studio recente o diffuso da E3G, un think-tank indipendente specializzato nelle analisi sulla transizione energetica pulita. Questo studio è corredato anche da una valutazione finanziaria: per finanziare. Tra i primi, legati alla transizione energetica, ci sono ad esempio i 108 miliardi che gli italiani, soprattutto le imprese, hanno pagato in bolletta per finanziare in Italia le rinnovabili si sono spesi 108 miliardi e 115 miliardi so dovranno pagare da qui al 2036. Ma i costi del non fare sono molto più pesanti: temperature medie sempre più elevate influenzano in modo crescente tutte le attività, a partire da quelle – come l’agricoltura – più esposte agli eventi naturali; fenomeni idrogeologici e ondate di calore più frequenti e intense possono causare danni economici ingenti; l’innalzamento progressivo del livello dei mari mette a rischio le comunità costiere in tutto il mondo al punto che una valutazione del danno è di tre volte maggiore rispetto alla azione preventiva sul clima.

Per le prospettive di politica industriale nazionale, la fase attuale assomiglia a quella sprecata nel settore della mobilità nei primi anni 2000. Allora la crisi Alfa Romeo aveva fatto terra bruciata intorno ad un sindacato che unitariamente chiedeva la riconversione radicale verso motori non più a combustibile fossile, ma alimentati a idrogeno e orientati ad un “Piano di Mobilità Sostenibile” per la Lombardia. La Fiat non era certo all’altezza di una sfida di tale portata, così impegnata al gruzzolo di famiglia più che ad una riconversione ecologica e foriera di buona occupazione, Tutto allora si consumò in un patto tra governi regionali, nazionali e interessi immobiliari. L’intero settore in transizione scomparve per sempre dalla manifattura lombarda, lasciando sul campo solo un manipolo di indotto per l’industria tedesca.

Oggi, per certi versi, l’occasione si ripete con qualche elemento di consapevolezza e di responsabilità in più. Parliamo dell’occasione di aprire frontiere prima inimmaginabili alla sostituzione del carbone e del metano fossili con fonti rinnovabili che, oltre all’emergenza climatica, diano risposte alle questioni occupazionali e al “senso” del lavoro, armonizzandone l’eccesso di capacità trasformativa con il limite e i guasti arrecati alla natura. Il caso di Civitavecchia – su cui si sta esprimendo un’ampia mobilitazione – è paradigmatico di un problema nazionale riguardo al quale non possono prevalere gli interessi puramente aziendali di corporation a compartecipazione pubblica, né equilibri di governo che trasmutano in green washing orizzonti di ecologia integrale. I ritardi e le motivazioni con cui non si vuole aprire nel paese un dibattito sulla sostituzione della potenza fossile con quella rinnovabile – sempre più conveniente, rafforzata da stoccaggi chimici o idrici, corredata da fornitura di vettori flessibili come l’idrogeno verde e protesa ad una più efficiente elettrificazione di un sistema energetico decentrato – lascia presumere che o non ci sarà phase-out dal carbone o che l’alimentazione delle caldaie e delle turbine restaurate avverrà, anziché coi nastri trasportatori dal deposito carbonifero, col prolungamento di un metanodotto che arrivi al mare, magari per poi inabissarsi e sbucare su un’altra riva.

La vicenda di Civitavecchia assume pertanto un valore emblematico e su di essa è bene concentrare un interesse nazionale, politico e sociale innanzitutto, ma anche economico. Il lavoro di controproposta che sta svolgendo un gruppo di ricercatori e tecnici che da tempo sostiene la riduzione di gas climalteranti e la tutela della salute nell’area di Civitavecchia prevede la produzione di elettricità esclusivamente da fonti rinnovabili, stabilizzate nella loro intermittenza da stoccaggi e conversione in idrogeno verde, disponibile a sua volta come vettore energetico per varie destinazioni territoriali assicurando sia elettricità per la molteplicità degli usi della comunità locale che stabilità alla rete. Va quindi sostenuto nella sua realizzazione coinvolgendo già nello stadio di preparazione le istanze democratiche che si articoleranno sul territorio e anche in sedi superiori, secondo modalità sia dirette che delegate. È buon segno la scelta già operata dalla Camera del Lavoro territoriale, dalla UIL e da altre istanze sindacali che danno coraggiosamente prova di interpretare la “transizione energetica” come un’occasione di emergenza – non di difesa ma per il cambiamento – cui verrebbe a mancare il tempo se si procedesse in base ad interessi aziendali anziché avendo a priorità la salute, la buona occupazione il rilancio di una manifattura e di una logistica che si integrano nelle vocazioni di un territorio già troppo a lungo vulnerato dalla combustione di petrolio e carbone inquinanti.

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