Mario Agostinelli. Civitavecchia, un caso nazionale

Mario Agostinelli. Civitavecchia, un caso nazionale

La “vertenza” aperta a Civitavecchia è un segnale della coscienza popolare in cambiamento che traguarda la pandemia e percorre almeno tutta la società europea. Il rapporto tra gli abitanti dell’Alto Lazio e le direzioni degli enti energetici titolari della Centrale di Torrevaldaliga, dopo il coinvolgimento dei rappresentanti politici, di organizzazioni sindacali, di associazioni ambientaliste e delle istituzioni, fino a cittadini stimati, studenti e ricercatori che hanno organizzato una ampia raccolta firme,  si sta ponendo come caso emblematico a livello nazionale della possibilità reale che un progetto alternativo, maturato dal basso, contribuisca ad affrontare la questione climatica non tatticamente, né sulla base delle convenienze aziendali dei gruppi che operano sulle filiere dei fossili, ma come l’emergenza da contenere in un tempo che viene a mancare, oltretutto sconvolto dal virus.

Il progetto alternativo con cui viene contestato un nuovo potenziamento della produzione fossile ha un grande punto di forza in una ragionata ricomposizione tra il vivente – e parlo dell’intera biosfera, non solo degli umani – e la natura e nella possibilità offerta dalla scienza e dalla tecnologia, se opportunamente indirizzate, di realizzare ora, con il consenso più ampio, il cambiamento che non si può solo ostinatamente rimandare.

Il binomio [rinnovabili – idrogeno] richiama da vicino gli elementi naturali – sole, vento ed acqua – ed i cicli organici che regolano la vita sulla terra. E’ chiaro che il passaggio rapido (la parola “transizione” copre troppe ambiguità) ad un sistema locale, basato sulla sufficienza energetica, sostenuto dalla popolazione, dai suoi rappresentanti e, quindi, frutto di un processo democratico, debba garantire sotto ogni profilo una piena compatibilità con la biosfera, un reale contributo al raggiungimento della neutralità climatica, la riqualificazione dell’occupazione, l’integrità e la vivibilità del territorio. E’ quanto sta crescendo rapidamente nella cittadina portuale.

Il “cuneo” di Civitavecchia ha tanto più senso in quanto si inserisce in uno scenario più generale legato all’emergenza climatica e alla trasformazione del sistema energetico. Avendo ben in mente gli obbiettivi della sufficienza, del decentramento, della compatibilità con i cicli naturali anziché la loro rottura e, infine, la partecipazione democratica al governo del territorio e dei beni comuni.

Dopo l’esperienza della pandemia, ci troviamo di fronte ad una autentica rottura: le emergenze incombenti fanno sì che lo sviluppo debba cedere il passo al bisogno di sopravvivenza. In un contesto simile si rende necessaria una “rivoluzione energetica”, che inficia antiche certezze ed è costretta ad abbandonare l’asincronia dovuta alla eccessiva combustione istantanea di fossili accumulati attraverso milioni di anni di scambi di energia tra il sole e la terra.

Si tratta di un nuovo retroterra, immaginario e mentale, che non apparteneva alle generazioni passate: in questo contesto l’emergenza climatica ha tutta l’urgenza di un tempo che viene irreversibilmente a mancare e la percezione delle catastrofi in atto disegna una prospettiva per cui non ci sia spazio per tutti in un pianeta irrimediabilmente vulnerato. Il capitalismo globalizzante sa bene che per continuare a massimizzare i profitti andrebbe mantenuta la struttura della società e dell’economia attuale, anche mettendo in conto scarti, inefficienze, rifiuti umani, una natura nemica, un clima insostenibile.

Il mantenimento del sistema fossile è una garanzia determinante per un “ritorno a prima”. Contro questo disegno, privato dell’attrattiva dello sviluppo, muove passi ancora incerti un’interpretazione che vede nella cura del Pianeta e nel non corrompimento della sottile pellicola d’aria che lo circonda, un compito verso cui riconvertire i cicli di produzione e consumo che stanno caratterizzando l’attività umana. Ai nostri giorni, essa ha trasferito alla nostra Terra una tale quantità di energia trattenuta in atmosfera, da spingerla vicino alla barriera di potenziale che la separa da un salto verso un nuovo stato di equilibrio, in cui la vita stessa non si riprodurrebbe più come è avvenuto e avviene da miliardi di anni.

Fortunatamente, ha crescente ascolto e ormai un credito istituzionale, seppure frequentemente tradito per le pressioni delle grandi lobby, l’appoggio a piani programmatici più rigorosi e realistici, decisamente in discontinuità con il passato, che si collocano sul versante del raggiungimento della neutralità climatica a partire, qui ed ora, con una verifica ravvicinata  al 2023, al 2030, non oltre il 2050. All’interno di tutti questi piani, spesso a livello sovranazionale, è ricorrente il ricorso all’idrogeno come vettore decisivo a sostegno di un cambio di paradigma in cui scompaiono le fonti fossili sostituite da sole vento ed acqua. Idrogeno che diventa sostanzialmente insostituibile per dare stabilità e programmabilità alle fonti naturali intrinsecamente discontinue e per mantenere pressoché intatto il complesso del loro potenziale elettrico e di calore.

L’assenza di dibattito pubblico e di una conoscenza rigorosa, scientifica, interdisciplinare diffusa su grandi scelte sembra quello che le nuove generazioni rimproverano a chi sta al potere. Quel che c’è di nuovo a Civitavecchia è che si è partiti anche dal capire e penetrare i meccanismi dei rendimenti energetici, dei riflessi sull’occupazione, degli effetti sulla salute e sull’ambiente nel passare dal gas alle rinnovabili. E, con l’aiuto di ricercatori si è messa in rete e diffusa sulla Tv locale una risposta, comprensibile a livello popolare, ai quesiti che nascono e che si arricchiscono dalle osservazioni di ritorno in un circuito virtuoso, appassionante, come accade quando la democrazia si rivela come risorsa decisiva.

Si è anche capito che non sarà facile sfuggire ai tranelli propagandistici che cercheranno di imporre l’idrogeno come un succedaneo dell’infrastruttura del gas e per lasciare tutto sostanzialmente invariato. Anche per questo è di estremo coraggio e preveggenza la presa di posizione del direttivo della CGIL di Civitavecchia che muove i primi passi per rivendicare dai luoghi di lavoro una finalità ed un senso del lavoro mai più in opposizione con la riproduzione e la natura.

Nell’immaginario degli abitanti della cittadina laziale ha preso forma una rivalutazione del loro territorio, con tutta la sua bellezza, la ricchezza di risorse e le prospettive di lavoro dignitoso e nuova occupazione, senza che una parte di esso ne dovesse soffrire irreparabilmente, assieme alla salute dell’intero vivente. Un’immagine potentissima e capace di evocare un’altra potente risorsa: la democrazia partecipativa, con cui far nascere un progetto che, in sostituzione dei fumi della centrale si rivolgesse a pale eoliche lontano dalla spiaggia, pannelli solari sulla zona oggi occupata dal carbonile, un porto alimentato dal binomio fotovoltaico-idrogeno. Decarbonizzare significa anche una diversa mobilità, andare oltre l’efficienza per approdare alla sufficienza energetica, aprire spazi a lavori specializzati, alla ricerca, ad un nuovo rapporto tra studio e lavoro.

Per tutte queste ragioni ho provato a riportare l’attenzione sulla sostituzione del carbone con le rinnovabili proprio in un territorio che sta maturando una decisione responsabilmente democratica e che perciò va assecondato nella ricerca di soluzioni non solo tecnologicamente mature, ma socialmente desiderabili.

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