100 anni Pci. Paolo Liguori, la prefazione al volume “La morte del Pci”, Bordeaux edizioni

100 anni Pci. Paolo Liguori, la prefazione al volume “La morte del Pci”, Bordeaux edizioni

La sinistra, quella ex-comunista in particolare, appare per molti versi irriconoscibile: sembra andato perso quasi del tutto il legame con le classi lavoratrici, l’attenzione per la difesa dei loro interessi, la stessa capacità di farsi comprendere da larghe masse di popolo, di parlarne il linguaggio, in particolare per quanto riguarda gli strati di popolazione meno privilegiata, più colpita dalla terribile crisi economica degli ultimi due lustri. Il cosiddetto “populismo”, nella accezione oggi prevalente, è stato per molti versi il risultato di questa situazione, la risposta disperata delle “classi subalterne” alle élite, alle classi dirigenti, e soprattutto alla grande borghesia, in primo luogo finanziaria, che – anche secondo il finanziere Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo – ha vinto la lotta di classe negli scorsi decenni e ha fatto pagare duramente il prezzo della sconfitta alle classi popolari, senza che queste avessero in Italia un loro partito che le difendesse, che facesse da argine, che serrasse le file per resistere. Si è creduto alla favola della «morte dell’ideologia», che del resto era una delle ideologie del capitalismo almeno fin dagli anni Cinquanta, senza accorgersi che mentre si rinunciava alla propria, l’avversario di classe della sua ideologia tendeva a fare addirittura un «pensiero unico».

Non solo dopo l’89 è entrato in crisi il partito di massa, ma in larga misura anche ogni idea di militanza politica si è affievolita. Del resto, in nome di cosa chiedere ai tantissimi militanti comunisti – in gran parte volontari, non professionisti della politica – di sacrificare tempo libero, energie, svaghi, se non si aveva più l’idea di costruire, o almeno di lottare per un mondo e una esistenza davvero diversi e migliori, per sé e per le generazioni future? Quale motivazione avrebbero potuto avere le centinaia di migliaia di persone che avevano visto fino ad allora nel perseguimento delle proprie idealità politiche uno degli obiettivi principali della loro esistenza? Dichiarata la fine di ogni identità e di ogni idealità forte, come quelle del movimento socialista e comunista del Novecento, è venuta meno la politica come azione per il cambiamento profondo della realtà. Assunto l’attuale come il migliore dei mondi possibili, anzi di fatto come l’unico possibile, irriso l’«orizzonte del comunismo» e anche la ricerca di un «ordine nuovo», è rimasta solo la gestione più o meno onesta dell’esistente, l’amministrazione invece che l’abolizione dello «stato di cose presente», la politica come perseguimento della propria promozione sociale, o almeno di un soddisfacente status lavorativo. E ciò proprio quando – soprattutto negli ultimi dieci anni – ci sarebbe stato bisogno di più politica ispirata ai valori e agli interessi delle classi popolari, perché le diseguaglianze sono divenute crescenti e le ingiustizie sempre più stridenti, fino a riproporre situazioni di squilibrio di reddito e di potere che non si era più abituati a vedere da moltissimo tempo.

A livello mondiale, una sinistra ormai priva dei suoi tradizionali “occhiali ideologici”, delle sue consolidate categorie interpretative, non seppe comprendere – ha ricordato Aldo Tortorella – «le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa dal sopravvenire della crisi del 2007-2008. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi». Anche di tutto ciò parla questo libro, quando ricostruisce i modi in cui, nella cultura di quello che era stato il più forte partito comunista d’Occidente, venne eliminato l’ancoraggio al marxismo e al paradigma di classe nella lettura della società, sostituito con una cultura liberaldemocratica (che non molti anni dopo avrebbe aperto la strada persino a orientamenti liberisti), e conseguentemente si frantumò una comunità politica già provata anche se, alla fine degli anni Ottanta, ancora molto forte e numerosa.

Certo, tali esiti non sono del tutto addebitabili a chi decise “la morte del Pci”, ma è indubbio che in Italia questa decisione vi abbia contribuito. Il nostro Paese, un tempo all’avanguardia per le lotte e le conquiste ottenute dalle classi popolari, e caratterizzato da molti e diversi soggetti politici e sociali, brilla oggi per la totale assenza di una rilevante «volontà collettiva» quale la intendeva Gramsci. L’abiura di allora inevitabilmente è stata vista dal senso comune – che lasciato a se stesso, senza una pedagogia di massa, è più che mai influenzato dall’apparato egemonico dell’avversario politico e di classe – quale conseguenza di presunte inemendabili colpe, e di una propria definitiva sconfitta, come tale salutata, oltre che in precedenza richiesta e accompagnata, dalle forze della sinistra moderata e non comunista. Paradossalmente ma non troppo, però, anche su queste forze sono ricadute le conseguenze negative della fine, spesso agognata, del Partito comunista italiano. Di fronte a tale quadro, sorprende un po’ constatare come ancora oggi alcuni dei protagonisti di quella “svolta dell’89” non solo non avanzino alcun dubbio sulle scelte di allora, ma anzi rivendichino positivamente la decisione di porre fine al Pci per trasformarlo in tutt’altra cosa. Che il cambio del nome, ovvero il rigetto di quella identità, e i modi in cui essi vennero effettuati e presentati, preludessero a molti dei disastri successivi, era tuttavia stato chiaro a tanti, e fu detto e ripetuto da chi a quella “svolta” si oppose.  Ma il cosiddetto «crollo del Muro» era davvero una sconfitta dei comunisti italiani, del partito che da tempo – muovendo dalle idee del Gramsci teorico del consenso, del Togliatti protagonista della Costituente, del Longo difensore della «primavera di Praga» –, era giunto con Berlinguer a proclamare una concezione del socialismo come qualcosa di non separabile mai dalla democrazia?

Nuove generazioni vengono e verranno sulla scena della politica trovando nuove strade e nuovi strumenti di lotta. Ma è difficile che ciò accada rimuovendo la storia e la memoria delle lotte precedenti. Colpisce positivamente perciò leggere nel libro di Bhaskar Sunkara – giovane ideatore e creatore nel 2010, quando era uno studente universitario appena ventenne, della rivista “Jacobin”, importante periodico socialista radicale statunitense –, che l’argomentazione della scelta di una rinnovata lotta per il socialismo poggi sulla ricostruzione critica dei punti alti della storia del movimento internazionale di ispirazione marxista, e si concluda con il richiamo a uno dei maggiori protagonisti del comunismo italiano, e anche di questo libro: Pietro Ingrao. Colpisce ma non stupisce, perché gli ideali e i bisogni che Sunkara proclama – un socialismo democratico che si proponga di fuoriuscire dal capitalismo per dimostrare che «un altro mondo è possibile», senza riproporre modelli autoritari e dittatoriali ma anche senza ridursi a essere, come le socialdemocrazie, «soci di minoranza del capitale» – sono molto simili a quelli del comunismo democratico elaborato dal Pci lungo la sua storia, non esente da errori, ma da lungo tempo e per molto tempo caratterizzata dalla ricerca di un nuovo modo di coniugare storicamente democrazia e socialismo.

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