100 anni Pci. Enzo Proietti. Da “Il Pci a Roma”, edizioni Bordeaux

100 anni Pci. Enzo Proietti. Da “Il Pci a Roma”, edizioni Bordeaux

Dalla lettura di quegli anni emergono poi con forza alcuni degli elementi fondanti del Pci romano: la sua funzione nazionale di partito della capitale democratica e antifascista, la sua sensibilità internazionale, il suo rapporto forte con il mondo della cultura, la sua capacità di unificare le diverse componenti sociali, culturali e regionali del popolo romano costruendo nel tempo una vera cultura della solidarietà, il valore democratico della partecipazione nell’elaborazione della politica e della sua organizzazione, la sua democrazia interna e l’impatto con l’irrompere del movimento delle donne.

Sottolineo, in particolare, tre momenti fondamentali per Roma nella sua funzione nazionale di capitale democratica e antifascista dove il ruolo svolto dai comunisti romani è stato determinante. In primo luogo, chiaramente, nella lotta di liberazione dai nazifascisti come raccontato da Antonello Trombadori. Successivamente nella battaglia del 1960 contro il governo Tambroni appoggiato dall’Msi, descritta da Paolo Bufalini, attraverso l’iniziativa politica unitaria del partito romano e culminata con la manifestazione di Porta San Paolo cui seguì, per reprimerla, l’intervento della cavalleria. Infine la difesa della democrazia degli anni Settanta, contro la strategia della tensione e la lotta al terrorismo nero e delle Brigate Rosse, fino al punto più oscuro e ancora non esplorato fino in fondo del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, con i comunisti romani in prima fila nella difesa della Repubblica come descritto nella relazione di Paolo Ciofi. Tra i filoni delle lotte politiche e sociali condotte è sempre presente, trasversale a tutto l’arco della sua esistenza, una forte sensibilità ai temi internazionali. Le grandi mobilitazioni popolari contro il rischio atomico, per la distensione dei rapporti tra i blocchi e le grandi potenze, le lotte per Cuba, per citare alcuni esempi. Roma e il partito romano hanno avuto sempre una forte tradizione di grandi battaglie di piazza sui temi della pace e dell’indipendenza dei popoli anche per la presenza del Parlamento e del Vaticano. È su questa tradizione che s’innestano, tra gli anni Sessanta e Settanta, le grandi mobilitazioni di massa per il Vietnam, la Spagna, il Cile, fino alla battaglia della fine degli anni Ottanta sull’installazione degli SS20 a Comiso, che segnano la scesa in campo di generazioni di giovani, su di una linea di ispirazione unitaria e democratica e di un nuovo internazionalismo che andava oltre i partiti comunisti, generazioni guidate da un orientamento politico volto a evitare la saldatura tra le forze moderate e quelle più reazionarie.

La Federazione romana, sin dalla sua fondazione, è stata fortemente caratterizzata da un rapporto particolare tra popolo e mondo della cultura, manifestatosi nella lotta di Resistenza e di Liberazione, nelle grandi battaglie di massa del dopoguerra, nel sostegno contro la smobilitazione delle fabbriche del ’68, fino al crearsi delle condizioni per le nuove giunte di sinistra e della svolta che affermarono a Roma proprio sul terreno culturale. Apertura politica e democrazia interna furono il contesto all’interno del quale si svilupparono. Scorrendo le pagine delle relazioni e dei contributi emerge con chiarezza, sebbene con i suoi limiti storici, il forte e costante dibattito interno che vedeva spesso posizioni politiche diverse, ma capaci sempre di trovare la sintesi unitaria. Il dibattito era ampio e, come si diceva, “franco” non solo all’interno dei gruppi dirigenti ma anche nelle sezioni e nel rapporto tra queste e la Federazione, come testimoniato dalle critiche, dalla formazione dei gruppi dirigenti della Federazione ai congressi, fino alla manifestazione nell’occasione dell’uscita del manifesto. Molti hanno ricordato quanto pesava all’interno del partito di Roma e nazionale la discussione nei direttivi e nelle assemblee delle sezioni.

Certamente oggi ci sono altri strumenti per comprendere umori e orientamenti della gente o il grado di adesione a una linea politica, ma allora aveva un suo “peso” quel “sentire l’opinione delle persone”. Opinione che ritrovavamo nella discussione dei frequentissimi direttivi delle 160 sezioni dove l’intervento della compagna che andava al mercato, del compagno tranviere o del compagno operaio predisponeva tutti noi “all’ascolto” e al saperne tenere conto. Ricordo con precisione le difficoltà che si avvertirono nella discussione dopo i primi mesi della politica di unità nazionale, che andava oltre la naturale diffidenza nei confronti della Democrazia cristiana, e che anticipava quello che si manifestò con il voto del 1979 (quello che Berlinguer indicò con la metafora dello stare in mezzo al guado). La verità è che dall’uccisione di Moro l’altra sponda del guado, ovvero il rinnovamento del Paese e lo sblocco del sistema politico con l’alternanza, veniva meno.

Il voto politico del ’79 ebbe un riscontro molto negativo nelle borgate romane, dove fino ad allora il consenso del Pci era stato altissimo. Si aprì quindi una discussione fortissima nel Direttivo della Federazione con una relazione di Siro Trezzini sulle ragioni di quel risultato e in particolare se non vi avessero influito ragioni amministrative. Era, infatti, in pieno svolgimento l’azione di risanamento nelle borgate, con le perimetrazioni e il blocco delle edificazioni, ma, con “il senno del poi” usato da Morelli, io penso che in quella discussione c’era anche il nucleo delle nostre difficoltà nelle periferie, dove c’era stata un’azione straordinaria ed esemplare di risanamento ma dove il grande nemico, l’abusivismo, che ha guidato e guida, dietro alla rendita, l’espansione della città, non siamo riusciti a sconfiggerlo.

Nel quadro delle grandi discussioni nel partito romano sul governo della città segnalo quella tra gli amministratori e il partito sull’“appannamento della giunta” nella fase finale dell’amministrazione a guida Vetere, affrontata sia nella relazione di Morelli che nell’intervento di Bencini e, come appare evidente, dibattito ancora molto vivo a distanza di anni. È difficile comparare quel livello di discussione, seppure con tutte le contraddizioni di cui evidentemente siamo consapevoli, con quello che oggi avviene all’interno degli attuali partiti. Viene da sorridere al ricordo di come la democrazia interna al Pci venisse giudicata dagli avversari uno dei suoi principali “motivi di inaffidabilità”.

Ci volevano le correnti per essere democratici, vediamo tutti come è finita.

Ci presentammo con l’elenco degli imponenti risultati raggiunti, tutti veri, ma perdemmo (anche se non lo dobbiamo dimenticare con il 30,8%) contro quello che ci sembrava uno sbiadito Signorello. Una ulteriore dimostrazione della complessità di Roma e dell’esigenza di legare sempre gli aspetti amministrativi a un progetto politico di città.

Anni di grandi movimenti di massa e grandi battaglie politiche nel Paese e nelle istituzioni che, con alterni risultati, erano comunque ispirati dalla volontà di legare un futuro più giusto per tutti, ai temi concreti del quotidiano. Una certosina attenzione al “punto di vista” dal quale poter e saper leggere i processi politici internazionali, le leggi e l’evoluzione del capitalismo, le forze in campo nello scontro sociale, indirizzare la funzione dell’orientamento e dell’iniziativa politica del partito.

Nella sostanza gli elementi fondanti di un partito organizzato che oggi non esiste più a sinistra. Un partito con una visione e una autonomia culturale che consenta di comprendere il portato delle innovazioni tecnologiche e le trasformazioni del capitalismo, le forme nuove di dominio e il conseguente scontro sociale che chiamano in causa la politica.

Le conferenze di Ciofi, Morelli e Bettini affrontano, da diversi punti di vista, anche autocritici, le diverse fasi dello scioglimento del Pci, le ragioni e gli errori nella gestione di quella svolta, dalla sottovalutazione della scomparsa di un campo all’illusione di governare il liberismo.

Per parte mia sostenni con convinzione la tesi del NO alla svolta. Lo feci da una posizione non facile: quella della Presidenza della Lega Coop del Lazio e ricordo con chiarezza le difficoltà che ebbi sia, comprensibilmente, nel rapporto interno al movimento cooperativo sia, fatto meno comprensibile, nel rapporto con una parte del gruppo dirigente del partito.

Ci fu un risultato molto importante del NO a Roma e, come ricorda Bettini, se fosse stata naturale la collocazione politica di una parte importante del gruppo dirigente, il risultato a Roma sarebbe stato addirittura clamoroso. Un risultato che, ne sono convinto, avrebbe in parte cambiato gli sviluppi politici successivi.

Sono trascorsi molti anni ormai, la politica, come la storia, non si fa con i se e con i ma, ma si analizzano i fatti avvenuti. Tuttavia rileggere gli anni passati ci fa meglio comprendere i condizionamenti internazionali, il senso vero della vicenda Moro, le tante verità che ancora mancano nella storia italiana, ma anche apprezzare, con maggiore consapevolezza il miracolo del Pci che riuscì a tenere insieme forze diverse.

Era innegabile l’esigenza di una profonda trasformazione del Pci, ma la domanda è: era proprio ineluttabile che tra nuovismo e nostalgia si arrivasse a cancellare se stessi? Si arrivasse a disconoscere le proprie radici sociali e culturali, subalterni a un’antipolitica demagogica da sinistra?

Questa è l’attualità dell’ultimo Berlinguer, allora minoranza all’interno del partito e apparentemente isolato politicamente. Un Berlinguer impegnato a ridefinire le alleanze sociali, sui temi del lavoro, come nel caso della Fiat, sui temi dell’ecologia, dei movimenti pacifisti, dei movimenti femministi, con l’attenzione alle trasformazioni tecnologiche e alla rifondazione etica della politica e dei partiti, compreso il Pci, con il grande tema della questione morale.

È stato ricordato come Enrico Berlinguer sia stato il primo firmatario della legge per Roma Capitale. Questo rappresentò, evidentemente, un fatto importante per il partito romano.

Roma ha avuto una crescita e uno sviluppo distorto, condizionata fin dall’unità d’Italia, da una vita economica e sociale dominata da forti concentrazioni di proprietà immobiliari, da intrecci tra queste, le grandi banche e la finanza vaticana.

Il trasferimento della capitale a Roma non è stato mai affrontato con scelte e politiche che segnassero in modo chiaro il ruolo dello Stato nella capitale del Paese. Al contrario, nella città hanno liberamente convissuto le logiche accentratrici e burocratiche dei ministeri, il municipalismo e le mani libere della speculazione e della rendita urbana. Tutto questo si è scaricato su di una città che, anche in conseguenza dello sviluppo capitalistico che spingeva all’immigrazione di massa, si è moltiplicata per non dire diffusa in modo impetuoso e distorto. Un intreccio tra questioni nazionali e la vita di Roma che, nel bene e nel male, è stato sempre ben presente nell’elaborazione politica del partito romano.

Non è un caso che le due stagioni più importanti nel governo della città, le giunte di sinistra di Luigi Petroselli e Ugo Vetere prima, le giunte democratiche di Francesco Rutelli e Walter Veltroni poi, siano state proprio parte di una spinta più generale di cambiamento. La prima, che si avviò con le grandi vittorie elettorali della metà degli anni Settanta e che si concluse con l’assassinio di Aldo Moro e la morte di Enrico Berlinguer, la seconda, certamente diversa, con le stagioni politiche dell’Ulivo dal 1995 al 2005, che termina nel 2008, dopo la nascita del Partito democratico e le dimissioni di Veltroni da sindaco di Roma. Esperienze decisamente diverse politicamente ma, come testimoniato dal sentire comune dei cittadini romani, entrambe fondamentali per lo sviluppo della città.

Esperienze che oggi dovrebbero essere lette con maggiore attenzione per trarne utili spunti per affrontare l’attualità. Per fare due esempi: è innegabile che la giunta Rutelli rappresentò per la città una forte discontinuità, anche rispetto alle prime giunte di sinistra, sui temi ambientali e del trasporto su ferro. Così come sul tema del rapporto pubblico-privato, fortemente presente nella seconda esperienza. Rapporto segnato, fin dall’origine, da una deriva generale liberista come oggi è ampiamente riconosciuto. Tema questo che rende non rinviabile una riflessione sul giusto equilibrio tra pubblico e privato.

Appare sempre più evidente come, in un momento storico in cui si avverte in modo nuovo e diffuso l’esigenza di una più forte presenza dello Stato, declinata sia nel rapporto con le regioni, sia nella presenza nelle società partecipate e nelle grandi industrie, quindi nei beni comuni, vada ripensata anche la visione della Capitale.

È sempre più riconoscibile nella città un profondo disagio che investe trasversalmente strati popolari e ceto medio. Un diffuso malessere che nasce da ragioni profonde e generali sui temi del lavoro, della salute e della sicurezza. Un malessere che, sommato al fallimento dell’attuale amministrazione Raggi nei servizi e nella cura della città, rischia di generare una miscela pericolosa per la tenuta democratica.

Siamo diventati bravi, lo dico anche con una buona dose di autocritica, a mappare le disuguaglianze, a definire il concetto di periferie, non più legato solo al luogo lontano ma al disagio sociale e al degrado fisico, sappiamo anche trovare gli indicatori che segnalano il grado di problematicità e quelli a cui tendere per il “benessere”, ma abbiamo perso la capacità di stare in mezzo al popolo, attaccati al quotidiano della gente, di saper organizzare in termini di massa le lotte sociali e politiche.

Roma può invertire la tendenza di questa ultima fase, mettendo in campo una nuova visione e una progettualità che abbia una dimensione metropolitana, che metta al centro le persone e il miglioramento della loro qualità di vita, per generare lavoro e ridistribuire le opportunità, migliorando l’ambiente ed elaborando un piano per l’adattamento climatico della città fatto di innovazione e buona economia. La rinascita emergerà da nuove reti di trasporto, dai servizi per la salute, il benessere, la cultura e la ricerca, dalla riqualificazione ambientale del patrimonio edilizio e dalla ricerca e formazione per la sostenibilità. Da una attenzione particolare ai servizi sociali, da una nuova visione di inclusione e di fruibilità della città.

Una visione che non potrà che essere messa in campo da una forza organizzata, insediata nei territori, attrattiva per le nuove generazioni, capace di costruire una sinistra che riprenda la capacità di rappresentanza nel mondo del lavoro, delle classi più sofferenti e, più in generale, delle aspirazioni di cambiamento.

Proprio noi, che abbiamo vissuto questa esperienza, dovremmo metterci tutti al servizio della costruzione di questa nuova forza di sinistra organizzata e radicata tra la gente con una visione non minoritaria, diretta da giovani e proiettata verso le generazioni future, abbandonando divisioni e vecchi rancori, l’insofferenza e la scorciatoia del non volere stare più insieme che proprio dallo scioglimento del Pci si è messa in moto.

Speriamo che il nostro lavoro, pur essendo limitato alla sola esperienza romana, oltre che stimolare ulteriori approfondimenti e contributi, possa aiutare a leggere e comprendere l’esperienza importante di quegli anni a coloro che vorranno lavorare in futuro per l’affermazione dei valori della sinistra.

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