100 anni Pci. Alexander Hobel. La guerra di posizione dei comunisti italiani e la democrazia. Prefazione al volume Sergio Gentili,

100 anni Pci. Alexander Hobel. La guerra di posizione dei comunisti italiani e la democrazia. Prefazione al volume Sergio Gentili,

In occasione del centenario della nascita del Partito comunista d’Italia, si va riaccendendo il dibattito attorno alle vicende e alla esperienza di quello che fu il maggiore partito comunista dell’Occidente, e tra i principali nel mondo. Non mancano letture discutibili, come quella che attribuisce al “peccato originale” della scissione comunista del ’21 tutti i mali della sinistra italiana, individuando nel Congresso di Livorno l’inizio di una vera e propria “dannazione”, quella appunto delle scissioni e delle divisioni. Sono letture che tendono a mettere in ombra un particolare non proprio secondario, ossia che la frattura interna al movimento operaio si era prodotta non a Livorno, ma sul piano internazionale e su una questione decisiva come la guerra o la pace, allorché, nel 1914-15, i partiti socialisti e socialdemocratici, tradendo la marxiana parola d’ordine Proletari di tutti i paesi, unitevi!, avevano votato in massa i crediti di guerra, schierandosi con le rispettive borghesie nazionali, facendo fallire la ii Internazionale e mandando i lavoratori di tutti i paesi a uccidersi sui campi di battaglia. La nascita della “sinistra di Zimmerwald”, di cui Lenin fu uno dei maggiori protagonisti, e poi dei partiti comunisti fu la reazione a tutto questo; del resto, la Rivoluzione d’ottobre vinse con la parola d’ordine della pace, oltre a quella del “potere ai soviet”, ossia alla prospettiva di un ordine nuovo fondato sul potere dei lavoratori, di quel socialismo che finalmente sembrava farsi concreta realtà storica.

Per quanto riguarda l’Italia, la nascita del Pcd’I fu la risposta anche alle esitazioni dei socialisti durante il Biennio rosso, al “massimalismo parolaio” misto alla inconcludenza politica, alle illusioni legalitarie dei riformisti di fronte al dilagare dello squadrismo fascista. Il Partito socialista italiano – che pure, dinanzi alla guerra, aveva tenuto una posizione tra le meno arretrate, col noto slogan “Né aderire né sabotare” –, di fronte all’Ottobre e alla nascita della iii Internazionale confermava lo stesso atteggiamento ambiguo e oscillante: dichiarava di voler aderire al Comintern, ma rifiutava due presupposti essenziali, ossia il cambio di nome del partito e la separazione dai riformisti, che non era l’ubbia di qualcuno o un “ordine di Mosca” ma un’esigenza politica, come conferma il fatto che di lì a poco lo stesso Partito socialista finirà per espellere Turati e i suoi, i quali fonderanno il Partito socialista unitario.

Una volta giunto al potere il fascismo, peraltro, i socialisti smobilitano, sciolgono la Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl) e si condannano a essere un partito di esiliati; i comunisti tengono in piedi l’organizzazione clandestina nel Paese, ricostituiscono la Cgdl, fanno politica negli organismi di massa del regime; insomma tengono in piedi un minimo di presenza antifascista nei luoghi di lavoro e nei quartieri e di continuità storica nell’organizzazione del movimento operaio, il che pone le premesse della Resistenza e fa comprendere la loro larga prevalenza al suo interno: senza il Pcd’I, insomma, non è detto che ci sarebbe stata la Resistenza e certamente non avrebbe avuto la dimensione di massa che ha avuto. Tutto ciò, senza parlare di quello che ha significato il Pci nella storia repubblicana…

Certo, tornando alle origini di questa storia, è chiaro che Gramsci e l’Internazionale avrebbero voluto un approccio “più largo” nella lotta contro i riformisti, e dunque un partito più ampio di quello che invece, sotto la guida e con l’impostazione di Amadeo Bordiga, nacque a Livorno. Come scrive Sergio Gentili, il piccolo partito comunista nasce settario, antisocialista e per dirigere la presunta rivoluzione in atto, ma viene immediatamente travolto dal fascismo ed è costretto alla semilegalità e all’illegalità per decenni. Ma allora è evidente che l’interrogativo di fondo al quale storici e pubblicisti dovrebbero cercare di rispondere è questo: come è stato possibile che un piccolo partito, nato per la rivoluzione e costretto a difendersi dalla reazione vittoriosa, agendo nelle condizioni di clandestinità e tra mille difficoltà e pericoli, sia riuscito non solo a sopravvivere, ma a diventare un grande partito di massa, protagonista della storia italiana fino al 1991?

Il libro di Sergio Gentili – che nel campo della divulgazione storiografica rigorosa ha già offerto vari interessanti contributi – fornisce un contributo proprio nel cercare di affrontare tale questione, assieme a un’altra che, nel profluvio di pubblicazioni sulla storia, i protagonisti e i caratteri del Pci, rischia paradossalmente di rimanere in ombra, ossia: che cosa ha fatto il Pci per i lavoratori e per gli italiani, in che misura il suo agire ha inciso nella storia d’Italia?

Le due questioni sono, del resto, strettamente legate tra loro, e la prima risposta sta nel superamento del settarismo, dell’approccio dogmatico e della logica minoritaria, che segna il passaggio dalla direzione bordighiana a quella facente capo a Gramsci e Togliatti; sta nel Congresso e nelle Tesi di Lione, nel tentativo cioè di approntare un’analisi puntuale della società italiana e delle “forze motrici della rivoluzione” nel nostro paese; sta, ancora, in quella proposta gramsciana di “Antiparlamento” delle opposizioni inteso come Assemblea costituente che, lanciata nel 1924 come possibile piattaforma unitaria di tutte le forze antifasciste e antimonarchiche, fu lasciata cadere da queste ultime assieme alla proposta di sciopero generale, pure avanzata dal Pcd’I nel corso della crisi Matteotti. Sono elementi che alludono a una prima rielaborazione del nesso democrazia-socialismo, che poi indurrà Gramsci e Togliatti – scrive ancora Gentili – «verso l’individuazione di nuove vie per la rivoluzione socialista in Occidente». Di qui un recupero pieno dell’idea di democrazia, e al tempo stesso un suo ampliamento; di qui l’idea della rivoluzione italiana non tanto come rivoluzione proletaria di tipo soviettista, ma più probabilmente come «rivoluzione popolare, nazionale, antifascista», simile a quella che Togliatti vide nella Spagna repubblicana nel 1936. Già nel 1927, peraltro, i comunisti italiani a Mosca avevano concluso che l’ipotesi più probabile era che il fascismo sarebbe sparito «sotto i colpi di una rivoluzione popolare degli operai e dei contadini alleati ad alcuni strati delle classi medie», anche se, naturalmente, l’obiettivo del Pcd’I era quello di “sviluppar[la] in rivoluzione proletaria”.

Di fronte al fascismo che avanza, afferma Togliatti nel 1935, nel Corso sugli avversari che tiene a Mosca, per le classi lavoratrici la «lotta per la difesa delle istituzioni democratiche […] si amplia e diventa lotta per il potere»; «diventa il terreno storicamente e politicamente indispensabile per il raggruppamento e per l’organizzazione delle forze di massa che noi dobbiamo portare alla conquista del potere». Essa cioè diviene parte integrante della lotta per il socialismo, e il nesso democrazia-socialismo sarà il filo rosso di tutta l’elaborazione e l’esperienza storica del Pci.

Vi è quindi un’assunzione piena da parte della classe operaia e del suo partito della dimensione e della finalità della democrazia, che diviene un terreno fondamentale non solo in chiave difensiva, ma anche come via attraverso la quale costruire un “ordine nuovo” e come forma più compiuta di tale ordine. Naturalmente, si tratta di una democrazia nuova, antifascista, popolare e progressiva, come quella che Togliatti lancerà con la Svolta di Salerno nell’aprile 1944, ma che era già la piattaforma su cui la Direzione Nord del partito, guidata da Longo e Secchia, aveva costruito l’unità d’azione con le altre forze antifasciste nel fuoco della lotta di liberazione.

È una democrazia caratterizzata da un profondo mutamento nel rapporto di forza tra le classi e nei rapporti di proprietà, dal nuovo ruolo dello Stato nell’economia, da una partecipazione e da un controllo popolare diffusi, in primo luogo attraverso i partiti di massa; ed è questa ispirazione – largamente recepita in quella Costituzione repubblicana nella cui elaborazione il ruolo dei comunisti sarà determinante – che caratterizza tutto l’impegno del Pci dalla Liberazione in avanti, ponendo le basi di una lunga e difficile “guerra di posizione”.

Nel nuovo contesto, peraltro, anche il partito si trasforma: lo strumento fondamentale di un progetto di cambiamento fondato su democrazia progressiva e riforme di struttura non può che essere un partito comunista di massa, quel partito nuovo che segnerà di sé fortemente la vita politica e sociale dell’Italia repubblicana, costituendo uno straordinario veicolo di partecipazione democratica, di crescita civile, politica e culturale di massa, di progresso e modernizzazione del nostro paese.

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