Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Cittadini e corpi intermedi protagonisti del dibattito sulla riforma costituzionale”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Cittadini e corpi intermedi protagonisti del dibattito sulla riforma costituzionale”

Tra Confindustria e governo sembra esplosa la pace. Tuttavia su questioni essenziali la Confindustria non sembra cambiare la propria linea. Per esempio vorrebbe rinnovare i contratti collettivi nazionali senza concedere aumenti salariali. Come interpreta questi diversi atteggiamenti di Viale dell’Astronomia?

Per quanto concerne il rapporto tra Confindustria e governo entrambi i soggetti si inviano da tempo dei segnali. Per dirla con una battuta, si annusano. Da parte sua la Confindustria cerca di sollecitare il governo a una maggiore concretezza e cerca di essere coinvolta in merito alla distribuzione delle risorse che l’Europa ha destinato all’Italia per uscire dalla crisi innescata dalla pandemia; risorse che però stentano a concretizzarsi. Dall’altra parte il governo è come sempre attendista anche ora che ha superato lo scoglio delle elezioni regionali. Per quanto concerne il rapporto con il sindacato la Confindustria mantiene una posizione di netta chiusura sul fronte salariale. Sulla base della mia esperienza posso dire che siamo all’inizio di una trattativa che si prospetta molto difficile. Ad oggi la situazione mi pare di forte stallo. Tanto è vero che i metalmeccanici sembra vadano verso un’interruzione del negoziato. In generale mi pare che siamo in una fase di profonda incertezza. Non si sa come sarà confezionata la legge di stabilità, non si sa con precisione cosa vorrà fare l’Europa né tantomeno cosa farà il nostro governo. Per di più Conte ha dichiarato che intende prorogare lo stato di emergenza fino al 31 gennaio del prossimo anno. Poi andrà in Parlamento, inizierà il solito mercanteggiamento e magari il 31 gennaio diventerà il 15 dicembre. A tutto ciò aggiunga che la decisione sul Mes è stata rinviata ancora una volta. Insomma i tempi si allungano sia a Roma che a Bruxelles. D’altra parte, la ripartizione dei famosi 750 miliardi del Recovery fund deve infatti attendere il parere favorevole dei parlamenti dei ventisette Paesi dell’Unione. Dunque la loro erogazione non sarà prossima. Nel frattempo, per bocca del ministro Gualtieri, abbiamo appreso che il nostro debito pubblico tornerà al 130 per cento fra dieci anni. Dinanzi a questo stato di cose Gualtieri si dichiara ottimista, ma io mi chiedo quanto sarà sostenibile un debito pubblico che già oggi è al 158 per cento del pil e che nei prossimi mesi continuerà a salire.

Il governo inizia a prendere quelle decisioni che lei spesso invoca. È stata infatti presentata una bozza di riforma del fisco che ricalca il cosiddetto modello tedesco. È d’accordo con questa proposta?

Guardi, al momento non si tratta di essere d’accordo o meno. La questione del fisco è di una tale complessità che non si può pensare che uno tiri fuori una proposta così come un prestigiatore tira fuori il coniglio dal cilindro. Penso che le cose da fare siano quattro. La prima, contrastare sul serio l’evasione, l’elusione e l’erosione fiscale. La seconda, non si può più avere un’imposta come l’Irpef che incide solo sul lavoro trascurando le rendite e i profitti della finanza. La terza, ridurre il cuneo fiscale. La quarta, semplificare il sistema normativo. Si possono fare queste quattro cose? Sì, ovviamente la prima è dirimente e a mio parere ormai non più rinviabile data la crisi economica in cui ci troviamo. Dato che queste cose si possono fare – e non certo sono l’unico a dirlo – occorrono, da un lato, la volontà politica e, dall’altro, la modernizzazione della pubblica amministrazione. Come vede affrontare la riforma del fisco non significa affatto prendere un modello confezionato altrove, calarlo nella realtà italiana e pensare di aver risolto ogni problema. Lei mi giudicherà ostinato, ma una riforma del fisco in un Paese complesso come l’Italia richiede approfondimento e coinvolgimento, pratiche sulle quali, e come sa insisto molto. Per approfondimento intendo dire che partiti e governo devono studiare a fondo la questione e avanzare delle proposte. Per coinvolgimento intendo dire che queste proposte vanno poi discusse con i corpi intermedi della società e i soggetti direttamente coinvolti come ad esempio i commercialisti. Hanno fatto gli Stati generali dell’economia. Perché non hanno dibattuto a fondo la questione fiscale? Eppure è centrale per la vita di un Paese. Credo che nessuno possa essere così presuntuoso da poter indicare una soluzione senza un confronto e la collaborazione di chi deve aiutare a realizzare un fisco moderno. Lo stesso modello tedesco che è spuntato fuori ha non meno di sei, sette interpretazioni differenti.

Il PD ha presentato un progetto di riforma costituzionale con il quale si passa dal bicameralismo al tricameralismo e viene introdotta una soglia di sbarramento al 5%. Cosa ne pensa?

Anche qui esprimo il mio rammarico. Se ci fosse un dibattito le cose sarebbero meno improvvisate. Seppur tardiva l’intenzione del PD è ottima. Ma se si tiene conto che al referendum sul taglio dei parlamentari circa la metà dell’elettorato del PD ha votato no, allora sarebbe necessario che il maggior partito della sinistra avvii un confronto al proprio interno. Invece si va avanti con le interviste. La proposta di Zingaretti non mi risulta che sia stata discussa nel partito. Ora, lei penserà che sono affezionato ai vecchi modi di fare politica, tuttavia penso che un dibattito interno, una conferenza, la chiami come vuole, sia indice di democrazia. Altrimenti i gruppi dirigenti riuniti in camera caritatis fanno e disfano come gli pare fuori da qualsiasi confronto con la base e gli elettori. Ribadisco, l’intenzione di Zingaretti è buona. Quello che mi lascia perplesso è il metodo. Stiamo parlando di una riforma costituzionale, cioè delle regole che determinano la vita politica di un Paese. I cittadini avranno pur il diritto di dire qualcosa. Non possono essere ridotti a spettatori che assistono ai dibattiti sui talk show. Naturalmente non disconosco l’importanza dei media nella nostra società. Ma la politica non si può fare prevalentemente con interviste ai giornali e in televisione. Dinanzi a una questione così importante come una riforma costituzionale occorre mettere in moto la democrazia. Ossia attivare tutti i momenti di partecipazione che devono coinvolgere quanti più soggetti possibile. Si parla tanto male della Prima Repubblica. Ma in quella fase della nostra storia gli iscritti ai partiti e i cittadini stessi si confrontavano, dibattevano, magari litigavano. Ma erano protagonisti, non spettatori. E lo stesso valeva per i corpi intermedi. Oggi invece si va in Tv, si lancia una proposta, poi si vede come va e se non va la cosa muore lì. Tante volte abbiamo assistito a questo meccanismo nel corso degli ultimi anni. Tempo fa si parlò di ridurre temporaneamente l’Iva come era stato fatto in Germania. Grandi discussioni per un paio di settimane e poi non se ne è parlato più. È ovvio che la riforma costituzionale non potrà fare la stessa fine. Ma ci si rende conto di quanto è complicato realizzarla? A tentare di fare riforme costituzionali di grande respiro ci hanno provato Craxi, D’Alema, Bossi, Renzi. E non ci sono riusciti proprio perché si tratta di una questione complessa. Una complessità che si riduce solo attraverso un confronto ampio, a iniziare tra partner di governo. Zingaretti ha detto la sua. Ma i 5 Stelle cosa ne pensano?

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