Roberto Bertoni. Se il populismo sopravvive ai 5 Stelle

Roberto Bertoni. Se il populismo sopravvive ai 5 Stelle
Il M5S non esiste più, almeno questo ci dicono i dati reali da Nord a Sud. Il partito che sembrava egemone solo due anni fa si è ridotto ormai all’irrilevanza, con percentuali da prefisso telefonico in buona parte del Paese e una serie di faide interne che potrebbero provocarne l’implosione già in autunno. Se queste divisioni possano influire sulla tenuta del governo non è dato saperlo. Al momento, tenderemmo a escluderlo ma nella politica italiana contemporanea ogni giorno ha la sua pena e nulla può mai essere dato per scontato. Il vero punto politico da prendere in esame, dunque, è un altro. Il soggetto che più ha incarnato il populismo anti-casta, scatenato nel 2007 dalla pubblicazione di un triste libro ad opera di due colleghi sui quali preferisco non esprimermi, ormai ha esaurito da tempo la sua funzione storica. Il M5S non esiste più e non ha futuro, in quanto i giovani sono lontani anni luce da quella concezione viscerale, manichea ed esaltata della cosa pubblica e dei rapporti umani. Il bianco o nero, di qua i buoni, di là i cattivi, tanto in voga nella stagione dei vaffa, in epoca di pandemia e bisogno di sicurezza sociale, protezione e cura è stato ampiamente soppiantato dal caudillismo di quei governatori che, di fatto, dominano il proprio territorio, dando l’impressione di sapere come muoversi anche nelle difficoltà, e dal collettivismo di un soggetto nascente come le Sardine.
L’anti-politica piace sempre meno, anche se, stando all’esito del referendum sul taglio dei parlamentari, non si direbbe. L’aspetto tragico è che il populismo ex grillino è stato introiettato da tutte le altre forze politiche, comprese quelle nate per difendere le ragioni della politica dall’assalto volgare e violento alle istituzioni compiuto da chi aveva e continua ad avere una carica unicamente distruttiva. Il populismo sopravvive ai 5 Stelle e penetra ovunque, divenendo il collante di un governo e il propulsore di un’intera legislatura: dapprima nella versione leghista, poi in quella piddina. Nessuno si è opposto al taglio lineare della rappresentanza e difficilmente qualcuno si opporrà al taglio degli stipendi, alla trasformazione del bicameralismo paritario, sacrosanto, in bicameralismo perfetto, inutile e dannoso, nessuno rivendicherà il valore di un percorso elettorale che preveda una crescita e una maturazione dell’elettore e tutti si appresteranno a salutare il voto dei diciottenni anche al Senato come un grande segno di modernità, nessuno parla più di competenza, nessuno pone più la qualità dell’amministrazione al centro del proprio progetto di governo, locale o nazionale che sia.
Il populismo ha ampiamente travalicato i confini del grillismo morente e si è installato nei cuori di tutta la classe politica, con la giustificazione, solo in parte motivata, di doverlo accettare per scongiurare ben più gravi tormenti. Questa destra, certo, è regressiva e pericolosa e merita di essere contrastata con fermezza, ma non a costo di smantellare la Costituzione, peraltro votando proprio come la suddetta destra ha sempre votato in Parlamento e nel Paese, nella speranza di scardinare una volta per tutte i dettami costituzionali e poter giungere a forzature e distorsioni ben maggiori: dal presidenzialismo all’annullamento di fatto di quelle garanzie democratiche e repubblicane su cui si fonda il nostro stare insieme. Tagliando stipendi e vitalizi e “affamando la bestia”, orrendo totem del liberismo arrembante, non si fa altro che allontanare dalla politica la parte migliore della società civile, la quale non si sentirà più in alcun modo motivata a scendere nell’agone e preferirà dedicarsi ad altro, abbandonando la cosa pubblica nelle mani di chi vuole piegare i beni comuni ai propri interessi personali. Il taglio della rappresentanza non è solo farina del grillismo: giunge, infatti, al termine di un trentennio di forsennata predicazione anti-statale e anti-istituzionale, in cui la democrazia è stata vista e propagandata come un costo inutile e chiunque credesse ancora in una determinata idea di politica e di convivenza civile come un acchiappanuvole senza speranza.
La politica è stata umiliata, aggredita, maltrattata, affidata a chi l’ha resa insopportabile ai più e, infine, buttata via, sostituendola con un simulacro di democrazia e rappresentanza che ci ha condotto nella situazione in cui versiamo oggi, con un Parlamento sostanzialmente inutile e l’intero potere decisionale posto nelle mani del governo, all’apice di una torsione plebiscitaria che mina la separazione dei poteri teorizzata da Montesquieu e ci lascia in eredità uno sfacelo senza precedenti. I partiti, tutti, per troppo tempo hanno ignorato il valore della comunità, hanno soffiato sul fuoco di proteste palesemente gonfiate e ispirate dall’esterno e si sono ridotti a scatole vuote nelle quali si può infilare ogni cioccolatino – di destra, di centro e di sinistra – senza un minimo di richiamo ideologico, di visione e di riflessione sul modello di società che si vuole costruire grazie al voto ricevuto. Da qui il populismo e il caudillismo, i veri trionfatori di questa tornata elettorale. Da qui la sostanziale agonia della sinistra, la strategia del gambero del Partito Democratico, l’ascesa e il calo di vecchi e nuovi leader che altro non sono che i conducator di una stagione, paragonabili, senza offesa per nessuno, a una moneta senza beni reali dietro, cioè carta straccia come nella Repubblica di Weimar. Da qui il trionfo di un soggetto politico che non esiste più ma continua a essere egemone e a provocare disastri, essendo il megafono delle viscere di una Nazione disillusa, stanca di combattere e ormai incapace di difendere i propri diritti e le proprie libertà. Da qui la crisi di sistema che questo voto aggrava, checché se ne pensi e se ne dica, in quanto non incide in alcun modo sulle ragioni per cui il vento globale di destra continua a spirare così forte: ragioni da ricercare nelle disuguaglianze sociali sempre più insostenibili e foriere di un’invidia che si è trasformata in odio e ha prodotto i rigurgiti biliari emersi prima ai seggi e poi sui social network.
In un clima così brutto, in una stagione così priva di onore e dignità, vien da pensare amaramente a due grandi figure che ci hanno detto addio: Rossana Rossanda e Peppino Caldarola. E ci vien da dire, con immenso dolore, che forse, per la loro storia, i loro valori e le loro profonde convinzioni, è meglio così.
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