Roberto Bertoni. Referendum: le ragioni di un NO

Roberto Bertoni. Referendum: le ragioni di un NO
Ciascuno di noi, quando si è chiamati ad assumere decisioni in materia costituzionale, ha tutto il diritto di formarsi la propria opinione e scegliere nella massima libertà. Lo dico senza il timore di scadere nella banalità, in quanto è bene ribadire che tutte le opinioni, in democrazia, sono legittime, eccetto il fascismo che è la negazione della democrazia stessa. Le ragioni del SÌ al taglio dei parlamentari, portate avanti anche da alcune personalità che stimo, sono interessanti e da approfondire; fatto sta che ancora una volta, non mi hanno convinto. Ancora una volta, pertanto, voterò NO. Ero per il NO già a sedici anni, quando non avevo ancora il diritto di voto ma partecipai comunque alla campagna referendaria promossa dal presidente Scalfaro per opporsi alla controriforma targata Berlusconi: uno scempio che, se fosse passato, avrebbe stravolto la Costituzione e privato il nostro Paese di alcuni capisaldi democratici. Ed ero per il NO anche quattro anni fa, quando a promuovere la riforma della Costituzione erano Renzi e il PD. Non mi piacque fin dall’inizio e ritenni profondamente sbagliate le titubanze dell’allora minoranza interna, la quale, purtroppo, non si rese conto fin da subito dei rischi cui le modifiche apportate dal testo voluto fortemente dal trio Renzi-Boschi-Verdini avrebbero esposto istituzioni già fiaccate da anni di discredito e leggi elettorali pessime e incostituzionali. Tuttavia, e qui veniamo all’oggi, non c’è errore più grave e pericoloso che legare le decisioni relative alla Costituzione a fattori contingenti quale può essere, per l’appunto, la legge elettorale. Bisognerebbe ricordare ai vertici del PD che non è un caso se la legge elettorale sia a statuto ordinario, cioè modificabile in poche sedute parlamentari, mentre la Carta è a statuto straordinario, proprio per evitare ciò che avvenne durante l’ascesa del regime, quando i fascisti si misero sotto i piedi lo Statuto Albertino, modificandolo tramite poche leggi mirate e sostituendolo con la propria dittatura. Non si può, dunque, includere la Costituzione in alcun accordo politico, proprio perché riguarda tutti, perché è il cardine del nostro stare insieme e perché non sono più tollerabili riforme approvate a maggioranza, con forzature indicibili, al termine di contrattazioni di basso livello e che non rendono onore a chi se ne rende protagonista.
Voterò NO, poi, perché non ho mai accettato e non accetterò mai l’idea che la democrazia sia un costo. Ero contrario al manifesto populista dei renziani che vendevano la loro riforma con la motivazione di avere meno parlamentari e non ho cambiato idea. In questa concezione della cosa pubblica è racchiusa non solo la matrice del populismo ma il germe della devastazione del nostro vivere civile, in quanto viene meno ogni idea di comunità, la dignità della rappresentanza e persino l’articolo 54 che parla espressamente di “disciplina e onore” per chi è chiamato a svolgere un ruolo pubblico. Questo atteggiamento nei confronti del bene comune, quest’offesa sistematica verso la politica stessa, l’idea che sia una cosa brutta, negativa e da ridurre al rango di orpello è ciò contro cui si batterono i partigiani durante la Resistenza. Capisco che per qualcuno essere anti-fascisti sia ormai inutile, un retaggio del passato, ma noi siamo convinti, al contrario, che quell’eredita, quei valori, quei principî e quelle speranze siano più attuali che mai. Scriveva, infatti, il partigiano Giacomo Ulivi, fucilato a soli diciannove anni il 10 novembre 1944: “L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della “cosa pubblica”, insomma, finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!”.
Nell’indifferenza prosperano i regimi, prospera la barbarie, prospera la distruzione del concetto di solidarietà e collettività. E indebolire il Parlamento, privarlo della sua forza, della sua rappresentatività e della sua centralità nella vita del Paese significa porre i presupposti per conseguenze ben peggiori. Certo, insieme alla richiesta di votare NO, bisognerebbe assumersi l’impegno a restituire al Parlamento la sua funzione, ripristinando le preferenze (riforma che non sembra alle viste) e varando una legge elettorale proporzionale e che favorisca la rappresentanza sulla governabilità, che tuteli le minoranze, che sia rispettosa di tutte le opinioni, che non provi nemmeno a favorire la nascita di maggioranze artificiali e destinate a dissolversi come neve al sole per mancanza di sostegno popolare e che agevoli il ruolo legislativo di deputati e senatori, smettendola con l’aberrazione del governo che esercita una funzione, quella legislativa per l’appunto, che non gli compete.
La vittoria del NO, infine, porrebbe termine, con ogni probabilità, all’aberrazione della riformite costituzionale, ponendo tutte le forze politiche di fronte all’impossibilità di compiere determinate forzature senza suscitare la ribellione di una Nazione ridotta in ginocchio ma ancora determinata a difendere il valore sacro della democrazia. Il SÌ sarebbe una vittoria di chi si crede il padrone del mondo e pensa di poter disporre della vita degli altri a piacimento. Il NO, al contrario, sarebbe una vittoria di tutti, compreso chi non se ne rende conto, chi voterà in un altro modo in buona fede e magari un giorno ci ringrazierà, chi non si arrende all’idea di vivere in un contesto di guerra civile permanente, sia pur a bassa intensità, e tutti coloro che non considerano l’altro un nemico ma, al massimo, un avversario. Sarebbe un passo avanti per la collettività e, se vogliamo proprio dirla tutta, anche un aiuto concreto alla stabilità di questo governo.
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