Regionali, flussi elettorali, per il Cattaneo il Pd è il primo partito, seguito da Lega e Fdi. Zingaretti detta l’agenda politica. Villone, referendum: Parlamento indebolito

Regionali, flussi elettorali, per il Cattaneo il Pd è il primo partito, seguito da Lega e Fdi. Zingaretti detta l’agenda politica. Villone, referendum: Parlamento indebolito

Il voto reale delle regionali 2020 fotografa una immagine completamente diversa da quella dei sondaggi pre-elettorali, che descrivevano un Pd in affanno e un centrodestra pronto alla spallata. Il voto delle liste nelle 7 regioni in cui i cittadini si sono recati alle urne regala al Pd il posto di primo partito, davanti alla Lega e a Fdi. L’Istituto Cattaneo ha sommato i voti di tutti i partiti dell’area di governo (centrosinistra e M5s) che raggiungono il 57% dei consensi reali, nonostante il crollo di M5s, contro il 43% del centrodestra, cifra che spinge l’istituto bolognese ad affermare che ci sia “una tendenziale sottostima in questo momento del voto per i partiti di governo nei sondaggi” nazionali. Sommando i voti delle liste nelle sette regioni in cui si è votato (4 grandi, Veneto, Toscana, Campania e Puglia; 2 medie Liguria e Marche e la minuscola Val d’Aosta) il Pd ha 1.769.336 voti (19,8%) a fronte del 1.237.285 (13,9%) della Lega e dei 948mila di Fdi. Certo al partito di Salvini, o meglio al centrodestra andrebbero aggiunti i 915mila voti della Lista Zaia che è addirittura il quarto partito nazionale, cifre cioè che lo collocano in una dimensione superiore al suo Veneto-“Zaiastan”. Sono un caso anche i 141.629 voti della Lista Toti in Liguria che ne fanno il primo partito del centrodestra in Regione. Ma nel centrodestra va segnalato l’ulteriore declino di Fi che raccoglie solo 481.981 voti, con l’umiliazione del 3,56% del Veneto (73.244 voti), che per due decenni è stato un feudo “azzurro”. L’istituto Cattaneo, dopo ave calcolato nel 57% l’area di governo osserva che “questo dato non può essere proiettato immediatamente al livello nazionale, ma segnala un equilibrio diverso da quello rilevato dai sondaggi”, a partire da quelli “degli ultimi mesi sulle intenzioni di voto per il Parlamento” che sottostimerebbero dunque il centrosinistra e M5s presi complessivamente.

Zingaretti detta l’agenda politica del governo: Mes e decreti sicurezza da riformare

Non volendo fare ultimatum al governo, Nicola Zingaretti detta l’agenda, partendo da una considerazione che aveva già fatto in passato, ma che oggi ha un suono più pesante: “Sosteniamo il governo finché questo fa le cose che servono al Paese”. Nessun rimpasto di governo, come ribadisce il segretario, “non c’è alcuna rivendicazione di posti”. Semmai la convinzione di poter incidere di più nell’azione di governo e, così facendo, rafforzare il partito e la coalizione. I circa trecento miliardi di risorse europee attendono solo di essere spesi e il Partito democratico, dopo la vittoria, è la forza politica più accreditata per indirizzare gli investimenti. La ‘lista Zingaretti’, nella speranza dello stato maggiore dem, dovrebbe aprire quella che il segretario chiama la “Fase della concretezza”. Va aperta, spiega, “una fase nuova all’insegna del fare e della concretezza”, che passa dalle riforme per il superamento del bicameralismo perfetto – “abbiamo pronto un testo di legge che depositeremo a breve alla Camere”, annuncia – e da una nuova legge elettorale, oltre a nuovi regolamenti parlamentari. Insomma, il pacchetto dell’accordo ‘allegato’ al taglio dei parlamentari su cui il Pd è determinato a dare battaglia in parlamento e fuori. A questo, poi, il segretario aggiunge la “riforma del sistema delle autonomie locali”. Il nodo più difficile da sbrogliare per Giuseppe Conte è però quello del Mes che vede il Movimento Cinque Stelle fieramente contrario. Il rischio di uno scontro interno alla maggioranza è ben presente a tutti gli azionisti del governo e il Pd ha fatto di quelle risorse europee una bandiera politica. Forte della centralità conquistata con le Regionali, il Partito Democratico può ora ritornare con più forza sul tema: “Non è questione Mes sì o Mes no”, dice Andrea Orlando in conferenza con il segretario, “quanto se si vuole investire sulla Sanità pubblica oppure no”. E qui Zingaretti infila la richiesta al ministro della Salute, Roberto Speranza, perché presenti un “piano della nuova sanità italiana”. Un primo segnale da parte del presidente del Consiglio arriva pochi minuti dopo le parole di Zingaretti. Conte esce da Palazzo Chigi per raggiungere un centro congressi dalle parti di Piazza di Spagna. Un modo per prendere una boccata d’aria, certo. Ma anche per incontrare i cronisti che gli riportano le parole del leader dem: “Ci sarà un piano sulla sanità”, conferma il premier, “poi andremo a vedere quanto costa. Il Mes è una questione pregiudiziale sulla quale non mi pronuncio. Anche io sulla sanità e sugli investimenti ho fretta”, aggiunge.  Immediatamente dopo il Mes, viene il nodo dei decreti sicurezza. Il Partito Democratico, per ammissione del ministro Giuseppe Provenzano, chiede di cambiare i decreti Salvini “ad ogni Consiglio dei Ministri”, senza trovare orecchie pronte all’ascolto, soprattutto tra i Cinque Stelle. Uno dei fattori costato l’accusa di “subalternità” ai grillini da parte dei detrattori del segretario. Ora Zingaretti intende accelerare su questo punto, portando al tavolo di Palazzo Chigi una proposta concreta: dei decreti sicurezza che sostituiscano i decreti Salvini: “I decreti sicurezza ora vanno approvati, vanno fatti dei decreti sicurezza perché quelli di Salvini non lo erano. E’ il momento di iniziare l’iter in Consiglio dei ministri e poi in sede parlamentare”. E, anche qui, il premier risponde: “Le modifiche ai decreti sicurezza li portiamo al più presto” in Consiglio dei Ministri. Resta da vedere quale sarà l’impatto del maggior peso del Pd sugli altri partiti di maggioranza usciti ammaccati da questa tornata elettorale. Certo, il M5s “si consola con il referendum”, come ha modo di sottolineare anche il premier. Ma resta la fase di incertezza e debolezza che il Movimento sta attraversando da mesi.

Referendum: Comitato No, Parlamento ne esce indebolito

“Vogliamo in primo luogo ringraziare le cittadine e i cittadini che hanno scelto di contribuire con il loro impegno a un risultato del No comunque importante. L’ampio vantaggio conseguito dal Si nel voto referendario non cancella la debolezza degli argomenti portati a sostegno. I risparmi risibili, i confronti con l’estero falsati e fuorvianti, i guadagni di efficienza indimostrati e indimostrabili rimangono tal quali”. Lo dichiara il prof. Massimo Villone presidente del “Comitato per il No al taglio del Parlamento”. “Parimenti – prosegue il costituzionalista – rimangono i danni certi alla rappresentanza di regioni piccole e medie e forze politiche minori. La battaglia del No era giusta. I correttivi già concordati per quella che quasi tutti – meno M5S – definiscono una riforma pessima o addirittura pericolosa e potenzialmente devastante non si sa se giungeranno mai al traguardo. L’istituzione parlamento ne esce comunque indebolita”. “Guadagnano invece visibilità – osserva ancora Villone – e peso politico i ‘governatori’, già in evidenza per le incertezze di Palazzo Chigi nella crisi Covid, affrontata privilegiando la concertazione tra esecutivi a danno delle Camere. Bisognerà fare grande attenzione a che le ulteriori riforme che molti auspicano non prendano una strada sbagliata, stravolgendo la Costituzione. Non manca chi potrebbe vedere in un parlamento indebolito l’occasione per puntare al sindaco d’Italia, o all’Italia delle repubblichette. Non è certo un caso che Zaia trionfante abbia immediatamente dichiarato che unico interesse dei veneti è l’autonomia (differenziata)” conclude Villone.

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