Pd, dalla Direzione via libera al sì nel referendum ma “con le riforme”, un compromesso incomprensibile, che nega il caos nella maggioranza su legge elettorale e Ddl Fornaro

Pd, dalla Direzione via libera al sì nel referendum ma “con le riforme”, un compromesso incomprensibile, che nega il caos nella maggioranza su legge elettorale e Ddl Fornaro

La direzione nazionale del Partito democratico ha dato il suo via libera alla relazione del segretario nazionale Nicola Zingaretti e all’ordine del giorno in cui si chiedeva di sostenere il Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Su 219 componenti, il voto sulla relazione ha ottenuto 213 favorevoli, 1 astenuto mentre 6 componenti non hanno partecipato al voto; l’ordine del giorno sul referendum ha collezionato 188 favorevoli, 13 contrari, 8 astenuti e 11 non hanno partecipato al voto. Nel suo intervento in Direzione il segretario Nicola Zingaretti ha proposto il sì respingendo però le “argomentazioni banali e pericolose di chi motiva tale scelta perché essa farebbe risparmiare soldi allo Stato. Le risorse risparmiate sono minime e comunque, per quanto ci riguarda, non sono l’elemento preponderante della nostra scelta. Si, per riaprire una stagione di riforme, sempre bloccate” sottolinea il segretario. “La discussione tra le forze politiche che compongono la maggioranza ha solo ora, dopo i mesi di lockdown, prodotto un testo base unitario per la Legge elettorale che, grazie al lavoro ed all’iniziativa del segretario e dei presidenti dei gruppi parlamentari, sarà in discussione, insieme alle modifiche costituzionali nelle prossime settimane in Aula alla Camera e al Senato – si legge nell’odg approvato – La nostra iniziativa ha, dunque, prodotto i risultati tangibili necessari ad accompagnare la riforma costituzionale proposta, anche se purtroppo non nei tempi auspicati così come l’accordo di programma della maggioranza prevedeva con chiarezza. La discussione al nostro interno è stata ed è articolata e in questo senso si comprendono alcuni rilievi di chi ha maturato una posizione contraria al taglio dei parlamentari. Va ricordato inoltre che l’obiettivo della riduzione del numero dei parlamentari, nel quadro di un ammodernamento organico e coerente degli assetti istituzionali, è da tempo una questione posta dal PD e dal centrosinistra. Oggi riteniamo si siano chiariti i dubbi relativi alla volontà delle forze politiche di maggioranza di rispettare gli impegni assunti insieme. Per queste ragioni e in coerenza con il nostro profilo riformatore, il PD esprime l’orientamento rivolto ai propri iscritti e ai propri elettori, a sostegno del Sì al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre”. In realtà si tratta di un compromesso che il Pd potrebbe pagare molto caro, anche in termini di voti alle elezioni regionali. Poi però lo stesso segretario Zingaretti precisa, quasi a voler mettere le mani avanti: “noi stiamo al governo finché questo governo fa cose utili. Perché se si dovesse arrivare al punto nel quale troppi quesiti restano ancora aperti e la situazione della Repubblica dovesse drammaticamente peggiorare, allora un nostro ulteriore impegno sarebbe inutile, e ne dovremmo prenderne atto con le necessarie conseguenze”.

Ma proprio le riforme sono in salita, maggioranza nel caos

Resta infatti in salita la strada delle riforme che dovranno controbilanciare gli effetti del taglio del numero dei parlamentari. Le criticità e le divisioni interne alla maggioranza, soprattutto sulla legge elettorale, ma che coinvolgono anche alcune delle modifiche alla Costituzione contenute nell’accordo siglato dai giallorossi lo scorso autunno, e i malumori crescenti tra i dem per il sì al referendum, non aiutano lo sblocco dell’iter parlamentare delle riforme, nonostante l’accelerazione pretesa dal Pd con la calendarizzazione in Aula del Brescellum e del ddl Fornaro alla Camera e dell’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo dei due rami del Parlamento al Senato. E difficilmente arriverà il via libera in Aula prima delle elezioni Regionali e del referendum confermativo del 20 e 21 settembre. I tempi, infatti, sono strettissimi e la prossima settimana il Parlamento si fermerà per consentire a deputati e senatori di fare campagna elettorale prima del voto. Dunque, al momento, appare difficile che la legge elettorale possa davvero arrivare in Aula il 28 settembre, come stabilito dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Stesso timore accompagna il ddl Fornaro che riduce il numero dei delegati regionali per l’elezione del Capo dello Stato e modifica da regionale a circoscrizionale la base elettiva di palazzo Madama, che dovrebbe approdare in Aula il 25. Ma al di là del fattore tempo, il ‘nodo’ è soprattutto politico. E nella maggioranza c’è chi non nasconde che le Regionali rappresenteranno il vero snodo: l’esito delle urne, è il ragionamento, potrebbe infatti ridisegnare gli equilibri politici sia nella stessa maggioranza che rispetto al centrodestra. Tanto più se i sì al referendum – come sembra scontato – dovessero prevalere e se il Pd dovesse perdere in Puglia o, ancor peggio, in Toscana. A quel punto, osservano alcuni degli alleati, i dem andrebbero alla conta interna e il segretario Zingaretti finirebbe sul banco degli imputati per aver sposato la riforma pentastellata senza avere già intascato “i necessari contrappesi”. Insomma, se lo scenario dopo le urne dovesse essere negativo per la maggioranza, le riforme – è la convinzione che si fa strada tra i giallorossi, anche tra i democratici – rischiano di finire in un binario morto. E il Brescellum avrebbe poche chance di superare la prova dei voti (anche segreti) in Aula. Intanto domani la commissione Affari costituzionali proverà a mettere il primo mattoncino con il voto sull’adozione del testo base della riforma elettorale, un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e diritto di tribuna per i piccoli partiti. A dire sì, però, saranno solo M5s e Pd, mentre Iv e Leu si asterranno.

Ma è bufera nella maggioranza proprio sulla legge elettorale

I renziani, dopo la tiepida apertura sul proporzionale fatta da Renzi, attendono ora una parola chiara dal Pd sulla sfiducia costruttiva e sul monocameralismo. Leu vuole invece la modifica della soglia del 5%, considerata troppo alta e per questo non voterà il testo base. “Domani lasceremo che Pd e M5s adottino il testo base”, spiega una fonte Iv, ma di legge elettorale se ne tornerà a parlare solo dopo le Regionali, coinvolgendo le opposizioni. “Come abbiamo concordato – spiega ad esempio il presidente di Iv Ettore Rosato – lasceremo che sia approvato il testo base e ci asterremo, sapendo bene però che è un paradosso giustificare il sì al taglio degli eletti con la legge elettorale, che si cambia con una legge ordinaria e a maggioranza semplice”. Nella maggioranza c’è chi inizia a temere di aver ‘politicizzato’ troppo la riforma elettorale, legandola eccessivamente alla nascita e tenuta stessa del governo e coinvolgendo lo stesso esecutivo nell’accordo siglato lo scorso autunno. Un errore, è il ragionamento, il cui “conto salato” si rischia di dover pagare a ottobre, per di più nel pieno della partita su come utilizzare le risorse del Recovery Fund. Domani l’ok al testo base sarà però solo un primo piccolo passo: sono ancora tutte da stabilire alcune tra le questioni più spinose, come la lunghezza delle liste e l’introduzione delle preferenze, su cui spingono i 5 stelle. E c’è il muro innalzato dal centrodestra contro il proporzionale, definito “veramente pericoloso” da Giancarlo Giorgetti. “Quello che reputo inaccettabile è che si vada verso una legge elettorale proporzionale pura, in cui i partiti torneranno padroni del voto degli elettori e in Parlamento potranno disfare e fare nuove maggioranze a loro piacimento”, ha aggiunto l’esponente leghista. Il Brescellum viene invece difeso dal leader dem Nicola Zingaretti: “La proposta di legge elettorale è un buon testo, sicuramente dovremo ripartire da lì, ascoltando le opposizioni, ma anche i sindaci”, ha spiegato il segretario. Ma nel partito cresce il malcontento, con Zanda, Verducci, Fioroni e Cuperlo che si sono espressi per il no al taglio degli eletti. Tanto che nei 5 stelle si teme che alla fine il grosso dei dem possano sfilarsi: “Ci aspettiamo che il Pd si attivi per la campagna referendaria a favore del sì”, afferma ad esempio il capogruppo pentastellato in Senato, Gianluca Perilli. E proprio a palazzo Madama si registrano i malumori maggiori: alcune sere fa una trentina di senatori M5S si sono riuniti esprimendo forte contrarietà alla riforma che equipara l’elettorato attivo e passivo dei due rami del Parlamento. Mentre alla Camera il centrodestra prepara la battaglia: sono circa 850 (di cui circa 400 a firma Lega) gli emendamenti al ddl costituzionale Fornaro, preannunciando ostruzionismo anche sulla legge elettorale.

Share