Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. I rischi del salario minimo europeo e in Italia un governo che non ascolta le parti sociali

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. I rischi del salario minimo europeo e in Italia un governo che non ascolta le parti sociali

Nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione Ursula Von der Leyen ha lanciato l’idea di un salario minimo europeo. Quando si tratta del lavoro tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Secondo lei in Europa si arriverà davvero a superare il dumping salariale che c’è oggi?

Penso che per questo occorra una strategia più generale. Ho apprezzato le parole della Von der Leyen sulla riduzione del cuneo fiscale, che come è noto in Italia è molto alto. Tuttavia sono diffidente nei confronti del salario minimo. Seppur coi tempi dovuti occorre invece una politica più complessiva che armonizzi la parte fiscale e quella parafiscale del salario garantendo ai sindacati la possibilità della contrattazione. Vede, il rischio del salario minimo è che diventi il salario massimo. Tenga infatti presente che in alcuni Paesi europei il sindacato non ha potere contrattuale, ci sono molte meno garanzie per il lavoro femminile, per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e meno tutele ambientali. Occorrerebbe dunque che le istituzioni di Bruxelles discutano con la Confederazione europea dei sindacati per tracciare una convergenza sulle politiche fiscali e quelle sociali. Solo così si supera il dumping salariale. Mentre il salario minimo è una scorciatoia che fa il suo effetto in conferenza stampa ma è di scarsa efficacia per equilibrare i diritti del lavoro in Europa.

I sindacati sono scesi in piazza con assemblee pubbliche in ventitre città per chiedere al governo di essere ascoltati in merito alle tante questioni aperte sul fronte del lavoro. Basterà questa manifestazione per avviare il confronto?

Lo spero e comunque la manifestazione dei sindacati è un segnale importante. Ma la situazione presenta aspetti paradossali. I sindacati protestano contro un governo che ha appena consegnato alle camere un documento con cui definisce le linee guida sul Recovery Fund. Ora, il documento è generico, non è il risultato di un confronto con le parti sociali e con le Regioni e per di più la questione del Mes ancora aperta. Allo stesso tempo, solo per dirne una, ci sono circa centottanta crisi aziendali, alcune delle quali riguardano grandi società, basti per tutte l’ex Ilva di Taranto, e il ministro per lo sviluppo economico non si confronta con nessuno da mesi. I sindacati lo cercano ma lui è irreperibile. Giustamente Bombardieri ha detto che per trovarlo bisogna ricorrere alla trasmissione “Chi l’ha visto?”. Battute a parte mi auguro che il governo e i partiti si rendano conto della situazione. Tuttavia debbo dire che avverto un deficit di democrazia. Non sono solo i sindacati a non essere ascoltati: non lo è la Confindustria e non lo sono gli altri corpi intermedi. Ancora oggi nessuno ha capito come saranno impegnate le risorse del Recovery Fund. Si tratta di scelte che non possono essere affidate ai tecnici perché sono di tipo politico. Ma il governo non ha un programma e non ascolta nessuno.

Gli Stati generali dell’Economia hanno costituito un momento di ascolto…

Guardi, sono stati già archiviati. Si è trattato di un fatto propagandistico e nulla più. Sono passati tre mesi da quell’evento e tutte le situazioni di crisi sul fronte del lavoro sono rimaste come prima. Non si è presa una decisione. Intanto il blocco dei licenziamenti scadrà il prossimo 15 novembre e non si sa cosa accadrà dopo. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di posti di lavoro che potrebbero scomparire dalla sera alla mattina. L’Italia potrebbe reggere un impatto del genere? Ma aggiungo: in questa maggioranza c’è qualcuno che ha le idee chiare, e soprattutto delle proposte concrete, per colmare un divario fra Nord e Sud del Paese che si è ulteriormente allargato a causa della pandemia? Non mi pare. I nostri governanti vanno in televisione, danno delle indicazioni di massima sulle quali le parti interessate reclamano il confronto e poi non c’è nessuna iniziativa. È comprensibile quindi che i sindacati abbiano protestato. Chiedono una cosa semplicissima: un interlocutore con cui discutere. Purtroppo sembra che il governo non voglia averne.

 

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