Patrizio Paolinelli. Il libro. Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale, Laterza, Roma-Bari 2020

Patrizio Paolinelli. Il libro. Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale, Laterza, Roma-Bari 2020

Due uomini di successo appartenenti a due delle istituzioni più verticali che ci siano hanno scritto un libro intitolato “La cultura orizzontale”, (Laterza, Bari, 2020, 185 pagg., 14,00 euro). I due uomini sono Giovanni Solimine, e Giorgio Zanchini. Le istituzioni sono l’Università di Roma La Sapienza e la Rai dove il primo lavora in qualità di docente e il secondo di giornalista. La cultura orizzontale teorizzata dai nostri autori non è una condizione di uguaglianza ma un processo in divenire che sostanzialmente significa: a) partecipazione di massa alla vita on-line; b) condivisione dei contenuti della Rete. Il determinismo tecnologico è la lente con cui Solimine e Zanchini osservano tale fenomeno e fanno proprio il precetto di McLuhan: “Il mezzo è il messaggio”.  Perciò l’analisi dei contenuti è del tutto trascurata: sui vecchi e nuovi mezzi di comunicazione non importa quello che si comunica ma il mezzo con cui si comunica. Lì per lì si rimane un po’ delusi perché con una categoria nuova, cultura orizzontale, si dicono cose risapute. A una lettura più attenta ci si accorge però che “La cultura orizzontale” è un tentativo di mettere a punto una retorica sulla cosiddetta civiltà digitale finalizzata a conciliarla con i problemi, le contraddizioni e i disagi che produce sul piano del rapporto tra media e utenti.

Dichiarano gli autori: “Scopo di questo nostro lavoro è descrivere le forme di produzione culturale nell’era della rete e, analizzando le attività svolte dal pubblico giovanile, cercare di comprendere se atteggiamenti e pratiche collettive possono essere utilizzati per individuare connotati utili per leggere meglio l’identità plurale di un’intera generazione”. E l’identità plurale di cui parlano Solimine e Zanchini corrisponde alla dieta mediatica del pubblico e degli utenti. In termini prevalentemente quantitativi gli autori passano così in rassegna i consumi dei giovani di libri, quotidiani, videogiochi e musica; gli indici di ascolto di radio e Tv; la frequentazione di cinema, social network e festival. Tali consumi sono analizzati nel dettaglio in relazione alle trasformazioni tecnologiche e a fenomeni come la convergenza tra media. Ovviamente “La cultura orizzontale” non ha finalità commerciali. Non le perde affatto di vista ma vola più in alto: è una mitografia che promuove la convivenza pacifica tra società on-line e società off-line. Se le aziende catturano i consumatori con la fiaba in cui “il cliente è sovrano”, Solimine e Zanchini catturano i lettori con un racconto mitico sulle origini dell’era del silicio: “… la diffusione delle tecnologie digitali ha determinato una vera rivoluzione ponendo l’utente al centro del ‘sistema rete’”.

Ovviamente essere al centro delle attenzioni di Mark Zuckerberg non significa affatto avere lo stesso potere, prestigio e reddito. Asimmetria che non è trascurata dai nostri autori. Come la ricompongono? Col paradigma dell’orizzontalità. E come si articola questo paradigma? Qui la faccenda si fa interessante sebbene Solimine e Zanchini non formulino idee originali. Ecco alcuni episodi della loro mitologia: siamo tutti prosumer (ossia allo stesso tempo produttori e consumatori di informazioni); il pubblico dei media tradizionali ha un ruolo attivo rispetto all’emittente negoziando e trasformando i significati dei messaggi; il Web 2.0 ha accelerato i processi di disintermediazione (basta aprire un blog o un canale su YouTube e chiunque può sfornare contenuti a piacimento senza passare attraverso il vaglio di un’istanza superiore). Quest’ordine narrativo non regge a una minima analisi critica perché non fa i conti con le disuguaglianze reali e anzi contribuisce a fare dell’esperienza, dell’intelligenza e dei sentimenti degli utenti del Web materiale su cui i big five dell’economia digitale lucrano a man bassa (i big five sono: Amazon, Apple, Facebook, Google,  Microsoft). Per i mitografi della rivoluzione digitale l’uscita da tale impasse consiste nella naturalizzazione del processo storico: ipso facto Internet è narrata in termini di ecosistema. Luogo in cui possono accadere eventi spiacevoli utili però a vivacizzare l’epopea del Web.

Solimine e Zanchini riconoscono che Internet fa perdere a molti utenti l’abitudine alla lettura profonda, banalizza la complessità, induce al nozionismo, fa smarrire la capacità critica e persino la capacità di riflettere. In parole povere rende ignoranti e arroganti. Un bel problema. E come tutti i mitografi della rivoluzione digitale anche i nostri autori lo risolvono esortando a credere nel domani: “Il fatto è che l’uso di qualsiasi strumento [la Rete] ha bisogno di tempo per evolversi e mutare [quindi] Con ragionato ottimismo possiamo sperare in un processo di crescita delle nostre capacità di elaborare e utilizzare le enormi potenzialità di Internet”. Insomma, bisogna avere fede. E chi questa fede nella Rete non ce l’ha? È un “tardo-umanista”. Chi è costui? L’intellettuale che s’interroga sulle magnifiche sorti e progressive di Internet. Dove “tardo”, diciamocelo in tutta franchezza, sta per essere in ritardo sui tempi e per essere un po’ tardo di comprendonio. Un tardo-umanista potrebbe, per esempio, sostenere che la rivoluzione digitale non è affatto una rivoluzione, ma la continuazione sotto altre forme del dominio capitalistico sulla società. Un vero cavernicolo.

Strapazzati gli umanisti (quelli non allineati, perché anche i nostri due autori sono umanisti) restano i problemi generati dai vecchi e nuovi media e dal loro ibridarsi. Chi li può risolvere? Ecco uscire il coniglio dal cilindro: la scuola. Per i due autori è la scuola che deve formare i giovani alla complessità delle cose, del pensiero e della Rete. Peccato che la scuola: a) non abbia mai educato sul serio ai media (ancora oggi un giovane non sa decodificare uno spot pubblicitario); b) sia stata fatta a pezzi dalle politiche neoliberiste applicate in varia misura da ogni tipo di governo; c) di anno in anno la scuola sforna diplomati sempre meno preparati e incapaci di interpretare la realtà che li circonda (l’università non è da meno, ma non entriamo nel merito). A parte le criticità della scuola appena segnalate e per le quali si possono individuare mille soluzioni, ciò che emerge è che Internet da sola non è in grado di sciogliere i nodi che essa stessa ha creato. Per farlo deve ricorrere a una verticale istituzione off-line. Fa niente. Non è compito dei mitografi risolvere problemi. Il loro compito è produrre narrazioni sulla Rete e nessuno può restare insensibile dinanzi all’immagine di una cultura senza gerarchie quale sarebbe quella generata da Internet.

Rilevare le incoerenze dello storytelling digitale non sortisce grandi risultati. Per esempio, a un certo punto Solimine e Zanchini si pongono la seguente domanda: “E’ proprio vero che in rete si realizza il massimo dell’autodeterminazione e che ‘uno vale uno’?”. Finalmente si va al sodo, pensa il lettore ancora affezionato al logos. Macché. Subito dopo partono considerazioni sulle fake news. Le quali col cuore della domanda c’entrano poco. Non importa. Deviare dal percorso non significa fermarsi. Significa produrre un modo acritico, astorico e spoliticizzato di percepire le cose. Modo oggi egemone quando si parla della rivoluzione digitale. Altro esempio: i nostri autori sostengono che gli ascoltatori possono orientare una trasmissione radiofonica inviando SMS, tweet o WathsApp. Accade esattamente il contrario. Dinanzi a eventuali riprovazioni del pubblico i conduttori perfezionano le loro tecniche di manipolazione. Inventare realtà inesistenti è un espediente dei mitografi per riscrivere la realtà esistente. Anche questa è cultura. Una cultura pacificata con sé stessa e col mondo. Mai passi per la mente a un giovane che Internet è un doppione della sempre più verticale società off-line. Non è forse vero che tutti abbiamo libero accesso a Internet e che possiamo partecipare alle discussioni sui social? È in virtù di questa partecipazione collettiva che il fato ha chiamato un giovane giornalista precario a condurre l’ultima edizione del Premio Strega. O no?

Ma come si fa a non restare affascinati dalla mitologia della Rete? Al pari dell’Olimpo è gestita da un oligopolio, piena di elettrizzanti insidie, occasione per il controllo invisibile degli utenti, mezzo per schiavizzare i lavoratori e persino teatro di guerra cibernetica. Cos’ha da invidiare questo racconto a “Le metamorfosi” di Ovidio? E che nessuno travi i giovani chiedendo loro: “Perché mai un mondo reale che vi esclude dovrebbe generare un mondo virtuale che vi include?”. Insistere sulla democratizzazione, la partecipazione e l’orizzontalità della Rete non è affatto insensato. Non lo è perché al suo apparire Internet mise in moto le più disparate speranze utopiche: anarcoidi, socialiste, liberali. Tutte deluse. A distanza di tanti anni cosa è rimasto del movimento cyber-punk? Niente. Qualcuno ricorda Indymedia? Doveva rivoluzionare il modo di fare informazione. È morta. E la primavera dell’open source? Mai è giunta l’estate. Negli anni ’90 Bill Gates annunciò che Internet avrebbe fatto nascere un “capitalismo senza attriti”. Ce ne siamo accorti.

Dell’entusiastico spirito delle origini oggi non è rimasto nulla. Tuttavia la speranza, l’utopia il sogno sono potenti forze sociali. Vanno dunque indirizzate senza che però l’utente della Rete si faccia venire in mente idee strane. Ed ecco arrivare in libreria “La cultura orizzontale”. Rivoluzione sì, ma che sia solo digitale. Partecipazione sì, ma ognuno stia al suo posto. E se un incauto lettore si chiede: “La cultura verticale ha i giorni contati?”. Non scherziamo ragazzi, lo ammoniscono Solimine e Zanchini. L’Olimpo è inaccessibile ai mortali. E parole degne di un oracolo concludono il loro libro: “La cultura orizzontale non può fare a meno della cultura verticale”. Detto in termini narrativi gli dei restano dei e gli uomini restano uomini. Stessa sorte per produttori e consumatori, insider e outsider. Orizzontalità sì, ma virtuale. E virtualmente il giovane laureato, iperconnesso e disoccupato, può partecipare a un concorso alla Rai o all’università.

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