Governo. La rogna del voto di fiducia sui Servizi segreti spacca il M5S

Governo. La rogna del voto di fiducia sui Servizi segreti spacca il M5S

Le residue speranze di un autunno sereno s’infrangono nel primo, vero, giorno di lavoro a Montecitorio. Pronti via e in Aula piomba il “blitz” di un cospicuo gruppo di parlamentari M5S che va a toccare uno dei settori più delicati dell’esecutivo: l’intelligence. In un emendamento al decreto Covid, infatti, i pentastellati chiedono la soppressione della norma sui rinnovi degli incarichi dei vertici dei servizi. Norma che, già all’inizio di agosto quando fu inserita nel dl, alimentò le polemiche dell’opposizione. E, per mantenere la misura, il governo, con Federico D’Incà, è costretto a chiedere la fiducia nonostante sul decreto siano stati presentati solo una quarantina di emendamenti. Le origini del blitz risalgono a qualche giorno fa quando Federica Dieni diventa prima firmataria dell’emendamento. In tanti la seguono. Alla fine saranno una cinquantina. Quella norma sui servizi a diversi pentastellati proprio non è piaciuta. E, diversi deputati, sono anche “ansiosi” di far sentire la propria voce.

“In tanti sono stanchi di abbassare la testa ogni volta che il governo decide”, racconta un deputato fornendo il “mood” delle ultime riunioni interne. Ma ad alimentare il numero di firme c’è un dato: la convinzione che il governo avrebbe dato il suo placet all’emendamento. Niente di più falso, come dimostra la fiducia frettolosamente presentata da D’Incà. “Qualcuno ha strumentalizzato la proposta per fare un’imboscata a Conte che ha la delega sui servizi”, è il tam tam che in Transatlantico circola nel pomeriggio. E, subito, parte il tutti contro tutti, frutto del caos che vive, da mesi, il gruppo M5S. Andando a vedere le firme ci sono i fedelissimi di diversi big, a cominciare da Luigi Di Maio. “Ma Luigi non c’entra”, sottolinea più di un deputato. Nell’elenco dei sospettati finiscono anche Angelo Tofalo e Carlo Sibilia. Qualcun altro ricorda maliziosamente come, dall’appello di Giuseppe Conte sulle alleanze, i rapporti tra il premier e Vito Crimi si potrebbero essere incrinati. Ma c’è anche chi spiega come sia stato lo stesso Crimi a spendersi, negli ultimi giorni, per il ritiro dell’emendamento. Dal quale, in “zona Cesarini”, diversi deputati come Sergio Battelli, alla fine ritirano la firma. Mentre Dieni, in Aula, da un lato puntualizza che l’emendamento non va contro Conte ma dall’altro si scaglia contro la fiducia: “le cose non si risolvono così”, afferma.

Conte, fedele al low profile delle ultime settimane, non commenta l’accaduto. Tuttavia, già nei giorni scorsi, Palazzo Chigi aveva precisato un aspetto: la norma non proroga la durata degli incarichi di chi guida Dis, Aise e Aisi per altri 4 anni ma permette di fare più provvedimenti successivi al rinnovo dell’incarico. Per il premier, però, si tratta del primo campanello d’allarme “parlamentare”. Il secondo verrà presto, visto che Fdi – sull’onda delle polemiche per lo “studio segreto” sul Covid del febbraio scorso – ha depositato una mozione che chiede al governo di pubblicare il 100% degli atti del Cts. Giovedì alla Camera toccherà al ministro Roberto Speranza fare chiarezza. La maggioranza, tuttavia, fibrilla anche fuori dall’Aula. La lettera di Nicola Zingaretti a La Repubblica si inserisce in un quadro non roseo, per il Pd, descritto dagli ultimi sondaggi per le Regionali. Con il rischio di ritrovarsi con una sconfitta per 5 a 1 laddove al M5S e a Luigi Di Maio resterebbe comunque la palma della (probabile) vittoria al referendum. “Chi vuole andare a votare lo dica”, è il messaggio inviato da Zingaretti agli alleati di governo ma anche a chi, nel Pd, sull’onda del No al referendum, colleziona distinguo dalla linea del segretario. Un 5 a 1 comporterebbe la perdita del fortino Toscana e porrebbe Zingaretti di fronte al bivio del Congresso. Ma, a quel punto, rischierebbe anche il governo. “Con il Sì al referendum la legislatura è blindata, il governo no”, spiega un parlamentare M5S d’alto rango. Conte ne è consapevole. Ma dalla sua ha diverse carte da giocare, a cominciare dalla reazione dell’Ue su un’eventuale discontinuità politica sulla gestione del Recovery Fund.

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