Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil. Immigrazione: rivedere e ottimizzare l’impiego delle forze di polizia

Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil. Immigrazione: rivedere e ottimizzare l’impiego delle forze di polizia

Secondo John Berger mai nella nostra epoca si erano visti tanti sradicamenti dovuti alla migrazione forzata o per scelta. 2,4 milioni di cittadini di paesi terzi sono migrati nell’UE nel corso del 2018 tanto che, al 1 gennaio 2019, sui 446,8 milioni di residenti europei i cittadini stranieri ammontavano a 21,8 milioni (4,9%). Nel 2018 lo stato membro che ha registrato il numero totale più elevato di immigrati è stata la Germania (893.900) seguita da Spagna (643.700), Francia (386.900) e Italia (332.300). Se è vero che circa trecento milioni di persone sono oggi in movimento nel mondo non possiamo non affermare che il fenomeno della migrazione è un fatto strutturale del nostro tempo. Ciononostante continuiamo, in particolare nel nostro paese, a considerarlo e a trattarlo come un fenomeno emergenziale, anche se così non è.

A fronte di un dramma così corale si rendono necessarie caratteristiche  di affidabilità nella gestione di tali fenomeni che si traducano in stili di governo capaci di elaborare proposte credibili e costruttive che tengano anche conto del fenomeno inverso ovvero quello dell’emigrazione dal nostro paese. È vero che da terra di emigranti siamo diventati terra di immigrati con circa 6 milioni di residenti in maggior parte provenienti dall’Est europeo, dall’America latina, dall’Africa o dall’Asia. Tuttavia, e come nel passato, dal nostro paese si continua ad emigrare in prevalenza nei paesi dell’Unione Europea. Secondo i dati Istat nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato di 157 mila unità con un aumento del 1,2% rispetto all’anno precedente con un tasso di emigratorietà pari a 2,1 per 1000.

Anche questo tema dovrebbe essere oggetto di riflessione critica da parte di chi deve elaborare strategie per il futuro, in particolare per i più giovani. Azzardare previsioni sui movimenti del pianeta sarà arduo ma non sfugge a nessuno come interi popoli si stiano spostando in maniera sempre più frequente dall’Africa, in Oriente, Asia Centrale e area del Pacifico fuggendo spesso da guerre, povertà e carestie tanto da pensare ad un cambiamento globale nei prossimi 50 anni. Cambiamento che dovrà tener conto di tante variabili, comprese le contraddizioni e le criticità che reca e recherà nei territori di arrivo. Accoglienza, reazioni di chiusura e politiche di respingimento di vario genere sono presenti non solo nel nostro paese ma si rincorrono nel resto d’Europa.

Da noi il tema è spesso e il più delle volte a sproposito strumentalmente messo in relazione alle problematiche di ordine e sicurezza pubblica con una estremizzazione di un fenomeno finalizzato ad alimentare la polemica politica per riscuotere maggiore e facile consenso. È difficile formulare una ricetta valida per tutti i tempi rispetto ad un fenomeno con una modalità dinamica in continuo mutamento, basti pensare anche a come siano negli ultimi anni cambiate le etnie di provenienza e i luoghi di ingresso in un paese geograficamente esposto, confine meridionale dell’Unione Europea.

Ciononostante, il fatto di insistere con proposte semplicistiche di apparente rapida soluzione non giova a procurare e riscuotere quel consenso da parte degli altri paesi che potrebbe essere raggiunto solo con politiche connotate da strategie di ampio respiro e rispettose delle norme di diritto internazionale oltre che della Costituzione. Ogni politica securitaria ha un effetto momentaneo che svanisce rapidamente facendo riemergere la questione nelle medesime precedenti condizioni se non aggravata. La paventata invasione che nasconde un’infinita varietà di tragedie umane tocca da vicino ed in prima persona gli operatori della sicurezza e i sanitari e tutti coloro che entrano in contatto con i più sfortunati mentre il resto della popolazione vive il rapporto mediato dagli organi di informazione e dalle performance ad effetto degli esponenti politici che così guadagnano la scena.

Solo chi ha diretta conoscenza ed esperienza vissuta può conoscere il dramma e acquisire consapevolezza del fatto che ci si trova di fronte ad un esodo che per la maggior parte rappresenta la sola speranza di una esistenza dignitosa e di un futuro migliore. In un tale contesto da circa 15 anni l’enfatizzazione di questa tematica e la mancanza di risposte di diversa natura ad un problema principalmente sociale ha traslato la questione sul fronte dell’ordine e della sicurezza pubblica gravando le forze dell’ordine di compiti non propri a scapito delle finalità istituzionali che hanno subito un inevitabile detrimento.

Di conseguenza l’impiego snaturato di risorse umane altamente qualificate e professionali ha inciso e incide negativamente sulle condizioni del lavoro con aumentati livelli di stress e disagio nei singoli e nel loro ambiente familiare e di lavoro. Un contesto, dove, peraltro, migliaia di poliziotti sono oggi adibiti al disbrigo delle pratiche amministrative concernenti il rilascio dei permessi di soggiorno che andrebbero in massima parte devolute ad altri soggetti pubblici come già avvenuto in passato.

Alla luce di tutto ciò solo un approccio corale europeo e una strategia comune possono influire positivamente su uno scenario di così ampia complessità con risvolti purtroppo anche tragici, avviando ad una soluzione umanamente ragionevole per la collettività con recupero ai propri compiti e la piena funzionalità di un elevato numero di appartenenti alle forze dell’ordine non disgiunto da un recupero di risorse a beneficio della collettività.

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