Chiesa. La difficile battaglia di papa Francesco per portare trasparenza e verità nelle finanze vaticane

Chiesa. La difficile battaglia di papa Francesco per portare trasparenza e verità nelle finanze vaticane

Non è un tema nuovo, tanto che il primo tentativo naufragò già diversi anni fa, ma la centralizzazione degli investimenti vaticani potrebbe subire un’accelerazione dalla recente defenestrazione del cardinale Angelo Becciu, ex Sostituto agli Affari generali della Segreteria di Stato. La questione, di certo, è sulla scrivania di papa Francesco. Si tratta di un annoso vulnus ai conti, nonché alla credibilità del Vaticano. Le informazioni ufficiali non abbondano, ma è noto che gli investimenti sono attualmente sparpagliati tra diversi dicasteri della Santa Sede. Oltre all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), la vera “banca centrale” vaticana, molti altri uffici detengono fondi, quando piccoli quando ingenti, che amministrano con una certa autonomia, a detrimento della trasparenza, nonché della razionalità degli investimenti.

La congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in particolare, che si cura delle Chiese in terra di missione, e la Segreteria di Stato avrebbero riserve consistenti, sottratte alla contabilità del bilancio consolidato. Dall’epoca di Paolo VI (1963-1978), in particolare, la Segreteria di Stato amministrerebbe due fondi autonomi, l’Obolo di San Pietro, ossia la colletta delle offerte dei singoli fedeli in tutto il mondo che vogliono “partecipare all’azione del Papa come Pastore della Chiesa universale e a sostegno dei più bisognosi e delle comunità ecclesiali in difficoltà, che si rivolgono alla Sede Apostolica”; e un fondo in titoli che fu papa Montini in persona a volere come riserva per eventuali momenti di difficoltà. L’iniziale obiettivo, però, è stato in qualche modo tradito. Il cardinale Goerge Pell, quando era a capo della Segreteria per l’Economia, scrisse sul settimanale britannico Catholic Herald di avere “scoperto” l’esistenza in Segreteria di Stato di “centinaia di milioni di dollari” sottratti al bilancio. Di certo la vicenda della controversa compravendita di un immobile al centro di Londra, gestito dalla Segreteria di Stato, ha dimostrato che l’esistenza di un fondo autonomo fuori dai monitor delle autorità preposte alla vigilanza prudenziale rischia di suscitare appetiti, interni ed esterni allo Stato pontificio, che con la missione evangelizzatrice hanno poco a che fare.

E’ per questo che già mesi fa la Segreteria per l’Economia, ora guidata dal gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero, ha promosso alcune modifiche del modus operandi sinora invalso. Innanzitutto con decisione del papa dello scorso maggio, e “considerata – come si legge in una nota – la necessità di garantire una più razionale organizzazione dell’informazione economica e finanziaria della Santa Sede e di informatizzare i modelli e le procedure sottostanti, così da garantire la semplificazione delle attività e l’efficacia dei controlli, in quanto fondamentali per il corretto funzionamento degli Organismi della Curia Romana”, il Centro Elaborazione Dati (Ced) è stato trasferito dall’Apsa alla Segreteria per l’Economia. In secondo luogo – è notizia di una settimana fa – il prefetto della Segreteria per l’Economia e Alessandro Cassinis Righini, Revisore generale ad interim, hanno firmato un protocollo di intesa in materia di lotta alla corruzione: “Le due Autorità della Santa Sede – afferma il comunicato – collaboreranno in maniera ancora più stretta nella identificazione dei rischi di corruzione e per una efficace attuazione delle norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano recentemente approvate”.

Infine è tornato d’attualità il tema di una centralizzazione degli investimenti. Già il cardinale Pell vi aveva messo mano, ideando una Sicav – acronimo di Società d’investimento a capitale variabile – in Lussemburgo: una sorta di “investment bank” capace di far crescere il capitale finanziario ma molto lontana dalla concezione che papa Francesco ha dell’economia. Naufragato quel tentativo, con l’uscita di Pell, ora, stando ad un memo interno dei mesi scorsi, gli uomini del papa pensano ad “una gestione più efficiente delle risorse finanziarie, l’ampliamento delle possibilità di investimento, un più agevole monitoraggio e contenimento dei rischi e l’assicurazione del rispetto di criteri etici”. Un progetto complesso, in gestazione da anni, che la vicenda del cardinale Becciu potrebbe accelerare.

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