Il Garante: niente ‘privacy’ per i furbetti del bonus Inps, ora bufera su Tridico. Ed esplode la polemica sull’obbligo del vaccino anti Covid

Il Garante: niente ‘privacy’ per i furbetti del bonus Inps, ora bufera su Tridico. Ed esplode la polemica sull’obbligo del vaccino anti Covid

La vicenda dei parlamentari che avrebbero percepito il contributo governativo di 600 euro per le partite Iva e per i lavoratori autonomi resta l’unico tema politico aperto in queste calde giornate agostane. La diffusione dei loro nomi resta un punto su cui la quasi totalità dei partiti chiede chiarezza. Il movimento 5 stelle ha fatto firmare ai propri deputati la liberatoria che autorizzerebbe l’Inps a rendere pubblici i dati, ma a chiarire la situazione oggi è arrivato il Garante della privacy, Pasquale Stanzione, che con una nota spiega che la normativa vigente “non è d’ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell’interessato”. Ciò vale, spiega il Garante, “a maggior ragione, rispetto a coloro per i quali, a causa della funzione pubblica svolta, le aspettative di riservatezza si affievoliscono, anche per effetto dei più incisivi obblighi di pubblicità della condizione patrimoniale cui sono soggetti”. Il Garante ha inoltre reso noto che sarà aperta una istruttoria in ordine alla metodologia seguita dall’Inps rispetto al trattamento dei dati dei beneficiari e alle notizie al riguardo diffuse.”Adesso non ci sono più scuse”, afferma il ministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento, Luigi Di Maio. “Anche il garante della privacy ha detto che non ci sono ostacoli alla diffusione dei nomi dei deputati che hanno richiesto il bonus di 600 euro malgrado i loro stipendi da 13mila euro netti al mese. È giusto che gli italiani sappiano chi sono, che ne conoscano i volti, i nomi e i cognomi”. Ma a restare sotto pressione è il presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Da più parti, Italia Viva e Fratelli d’Italia in testa, si chiede che vada a rispondere in commissione su quanto accaduto. Il renziano Michele Anzaldi dice che proporrà al suo partito “di denunciare l’Inps per avere non solo diffuso una notizia falsa ma soprattutto per non averla smentita autonomamente. Proporrò al mio partito di aiutare gli amministratori locali, consiglieri comunali e regionali che si sentono offesi da questa diffamazione, di dare supporto legale per denunciare l’Inps e il suo presidente non solo per avere diffuso dati falsi ma anche per non averli né corretti né smentiti”. Dalla Lega bocche cucite. Il partito a cui apparterrebbero tre dei cinque deputati che avevano fatto richiesta – poi a due sarebbe stata rifiutata – fa quadrato ma promette un’indagine interna. Nuove confessioni giungono da Comuni e Regioni. Due consiglieri comunali di Ancona, Angelo Eliantonio (Fdi) e Francesco Rubini (Altra Idea di Città), rivendicano il bonus come necessità, visto l’esiguo gettone di presenza. Ma sono i consiglieri regionali a fare più rumore. Ubaldo Bocci, ex sfidante di Nardella da sindaco di Firenze, spiega di aver dato i soldi in beneficenza, così come fa Diego Sarno, consigliere Pd in Piemonte. “Non fai beneficenza col bonus dello Stato!”, si indigna Stefano Bonaccini. In Veneto il presidente Luca Zaia, che da giorni chiede di far “uscire i nomi”, ventila la possibilità di escludere dalle liste per le regionali (la scadenza è il 20 agosto) degli amministratori col bonus: in Veneto spuntano tre leghisti, i consiglieri Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli e il vicepresidente della giunta Gianluca Forcolin, che parla di un errore della sua socia. Il leghista ligure Alessandro Puggioni annuncia che non si candiderà dopo aver preso il bonus. E’ sulla Camera, intanto, che tutti gli occhi sono puntati. Si cercano i due leghisti e il Cinque stelle (o ex M5s) che hanno chiesto e ottenuto il bonus, ma anche i due colleghi (un leghista e un Iv, si dice) che l’hanno chiesto senza ottenerlo. Per tutto il giorno continuano a tacere il deputato leghista mantovano, imprenditore del tessile, Andrea Dara, e la collega piacentina, consulente in finanziamenti europei, Elena Murelli. I loro nomi circolano da lunedì, non smentiti.

Renzi contro Conte, il vaccino sia obbligatorio

L’obbligo di vaccinarsi contro il Covid è diventato terreno di polemica politica anche all’interno degli alleati di governo. La posizione del premier Giuseppe Conte che domenica scorsa da Ceglie Messapica aveva spiegato di non ritenere che il vaccino “debba essere obbligatorio”, ma che invece deve essere messo a disposizione, ha suscitato la reazione di Italia Viva. “Se davvero arriveremo al vaccino contro il Covid questo vaccino dovrà essere obbligatorio per tutti. Obbligatorio, non facoltativo. Obbligatorio! Per questo, la nostra deputata Lisa Noja e altri amici hanno lanciato una raccolta di firme affinché più persone possibili facciano pressione sul Governo perché non ci sia nessun passo indietro per strizzare l’occhio ai NoVax. Siamo stati chiusi in casa per mesi e se arriva il vaccino lasciamo libertà di scelta? Non scherziamo! Qui trovate il link per aderire alla raccolta firme”, ha scritto sulla sua E-news il leader di Italia Viva, Matteo Renzi. “Ma davvero dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo almeno 35 mila vittime, dopo l’enorme costo sociale ed economico che stiamo affrontando, qualcuno propone che, quando arriverà, il vaccino per il COVID19 non sia obbligatorio per tutti? Vogliamo un altro lockdown? Ancora spazio ai novax?”, ha aggiunto Luciano Nobili, deputato di Italia Viva. “Sarebbe un incubo, ha ragione Matteo Renzi. Firmiamo tutti la petizione di Italia Viva per il vaccino Covid obbligatorio per tutti”. Anche la ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia, Elena Bonetti, rilancia sui social la campagna avviata dal suo partito, Italia Viva, per chiedere l’obbligatorietà dell’eventuale vaccino contro il coronavirus. “Il nostro Paese – scrive – è all’avanguardia nella ricerca, possiamo dimostrare di esserlo anche nella generosità e nella cura reciproca. Il vaccino anti-Covid è il modo che abbiamo per continuare a prenderci cura degli altri e a proteggere le persone che amiamo”. “Si è liberi di vaccinarsi o meno, a patto che non si procuri un danno diretto ad altre persone”. E’ questo il criterio giuridico che va tenuto presente e che può giustificare l’obbligatorietà del futuro vaccino anti-Covid, secondo Amedeo Santosuosso, professore di diritto, scienza e nuove tecnologie presso l’Università degli studi di Pavia. “Siamo liberi di non vaccinarci, a patto di non causare un danno diretto alle altre persone. Se si vuole avere l’opportunità di andare a lavorare, e quindi di svolgere attività a contatto con altri a rischio di esposizione, l’obbligatorietà del vaccino è giustificata sia dal punto di vista giuridico che etico”, rileva il giurista. Quando sarà disponibile il vaccino anti-Covid, ci saranno molti aspetti da valutare, tra cui “il tipo di vaccino, la dose, le regole di somministrazione e la sua sicurezza – continua Santosuosso -, ma il criterio da tenere presente è sempre quello di evitare il danno diretto ad altri”. In passato le polemiche con i gruppi No-vax vertevano sull’obbligatorietà dei vaccini nei bambini, ma nel caso del Covid-19 il tema riguarda gli adulti, “di cui si presuppone la ragionevolezza – conclude Santosuosso – Si può essere liberi, a patto di non esporre a rischi le altre persone”.

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