2 agosto 1980, strage alla stazione di Bologna. Uomini dello Stato tradiscono le istituzioni che hanno giurato di difendere e sono complici di spietati assassini

2 agosto 1980, strage alla stazione di Bologna. Uomini dello Stato tradiscono le istituzioni che hanno giurato di difendere e sono complici di spietati assassini

Lo scoppio è violentissimo; un mare di fuoco che semina morte e distruzione; è una strage; l’ennesima, la più sanguinosa dal dopoguerra. La strage alla stazione di Bologna. Due agosto 1980. Tra i tanti che affollano le banchine, c’è un turista svizzero, è a bordo dell’”Adria Express”. Lascia Rimini con qualche rimpianto. In mano una cinepresa; le prime immagini dell’apocalisse le filma lui. Sono le 10.25.

Pochi minuti prima, una giornata calda, afosa, tipica dell’agosto bolognese. La stazione affollata come non mai. Nessuno fa caso a una valigia nella sala d’aspetto, è imbottita con ventitré chili di esplosivo. Il boato, tremendo, si sente in tutta la città. 85 morti, più di duecento i feriti. Sono passeggeri, impiegati, ferrovieri, gente che passa per caso, tassisti, bambini, anche tanti bambini. La più piccola è Angela, appena tre anni. E Cesare, Luca, Eckhardt, Kai, Sonia, Manuela, un elenco che non finisce mai… Una strage, studiata per uccidere il maggior numero di persone; per colpire Bologna, quello che rappresenta. Ferirla, come altre volte è accaduto.

Anche per questa strage, come per piazza Fontana a Milano, l’Italicus, piazza della Loggia a Brescia, una sconcertante altalena di processi con esiti contraddittori, contrastanti; pensate, la prima udienza è del 19 gennaio 1987, sette anni dopo: corte d’assise, corte d’assise d’appello, Cassazione, ancora corte d’assise d’appello, ancora Cassazione… Dal punto di vista giudiziario, la strage alla stazione di Bologna ha una sentenza definitiva: condannati degli estremisti di destra, ritenuti i manovali dell’eccidio; e condannati, per depistaggio, anche alcuni alti funzionari dei servizi segreti; e tuttavia tante sono ancora le zone d’ombra: mille le domande che ancora attendono risposte convincenti; troppi, ancora, i sospetti che non sono semplici sospetti, i dubbi che non sono solo dubbi: mentre una parte delle istituzioni lavora per individuare colpevoli, esecutori, mandanti, spiegare perché si è ucciso e ordinato di uccidere; altri pezzi di istituzioni, per  inconfessabili ragioni, si sono adoperati per occultare la verità, proteggere i colpevoli, impedire che fosse fatta giustizia.

Sembra ieri, per chi quei giorni li ha vissuti. Sono trascorsi già quarant’anni: una vita; una generazione. Instancabili i familiari delle vittime della strage di Bologna hanno chiesto, chiedono, di conoscere i mandanti dell’attentato. In questo macabro puzzle, il tassello mancante, quello fondamentale, per fare luce su quella bomba, quella strage, le complicità del prima, le omertà e i depistaggi del dopo… Dopo quarant’anni, ecco quattro nomi: Licio Gelli, il capo ufficiale della P2; un suo stretto sodale, Umberto Ortolani; il prefetto Federico Umberto D’Amato, per anni al vertice dei servizi segreti, implicato in mille brutte storie; un ex senatore del Movimento Sociale, Mario Tedeschi. Tutti e quattro sono morti. Nessuno di loro potrà replicare, nessuno di loro potrà mai essere processato; non si avrà mai una sentenza, di condanna o di assoluzione. Fine della storia? Giudiziariamente sì. Anche se la Procura generale, che nel 2017 ha avocato a sé l’indagine innescata dai dossier presentati dall’associazione delle vittime, mandata in precedenza verso l’archiviazione dalla Procura ordinaria, è arrivata alla conclusione che dietro la strage ci sono ‘Il Venerabile’ della loggia massonica P2, morto nel 2015, in combutta con apparati deviati dello Stato, a coprire e sviare le indagini.

Gelli, già condannato per depistaggio nei processi sulla strage, avrebbe agito con l’imprenditore e banchiere legato alla P2 Ortolani, suo braccio destro, con l’ex prefetto ed ex capo dell’ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno D’Amato e con l’ex senatore Tedeschi. I primi due sono indicati come mandanti-finanziatori, D’Amato mandante-organizzatore, Tedeschi organizzatore. Da deceduti, i loro nomi sono stati iscritti nell’avviso di fine indagine dove si certifica il concorso con gli esecutori: i NAR già condannati: Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, i primi tre in via definitiva e l’ultimo in primo grado, dopo la sentenza all’ergastolo di gennaio. Ma anche con Paolo Bellini, il ‘quinto uomo’, altro esponente dei movimenti di estrema destra, ex Avanguardia Nazionale, finito indagato quest’anno, a 40 anni dai fatti, e con altre persone “da identificare” al centro di un ulteriore filone investigativo ancora aperto.

Per collegare mandanti ed esecutori, i magistrati e la Guardia di Finanza seguono la “pista” del denaro: circa cinque milioni di dollari partiti da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani e alla fine arrivati al gruppo dei NAR… “Lui ha i soldi”, dice Carlo Maria Maggi, riferendosi a Fioravanti. Parole contenute in un’intercettazione ambientale nella casa dell’ex leader di Ordine Nuovo: l’argomento della conversazione, la sera del 18 gennaio 1996, a cena, era la Strage di Bologna. La trascrizione del dialogo tra Maggi e il figlio Marco, visionata dall’ANSA, è agli atti della nuova inchiesta: “Il giudice ha da giorni… ha tracciato che la Mambro e Fioravanti…”, chiedeva il figlio, “hanno fatto la strage di Bologna?”. Risposta del padre: “Sì sicuramente… sono stati loro”. E ancora: “Eh, intanto lui ha i soldi”.

Denaro, secondo gli accertamenti degli investigatori, che comincia a transitare dal febbraio del 1979 e fino al periodo successivo, destinato agli organizzatori, fino ai depistatori. La chiave di volta sembra essere stato il lavoro fatto sugli atti del crac del Banco Ambrosiano e sul ‘documento Bologna’, sequestrato nel 1982 a Gelli: riporta l’intestazione ‘Bologna – 525779 – X.S.’, con il numero di un conto corrente aperto alla Ubs di Ginevra dal capo della P2. A tutto ciò c’è un riferimento in uno degli atti considerati più importanti dagli investigatori, il ‘documento artigli’: un appunto per il ministro dell’Interno, classificato come riservatissimo, datato 15 ottobre 1987, firmato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi: si ricostruisce il colloquio tra il legale di Gelli, Fabio Dean, ricevuto nell’ufficio del direttore centrale della polizia di prevenzione Umberto Pierantoni. “Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”, avrebbe detto Dean, parlando del suo assistito, in quel momento in carcere e di lì a poco interrogato, anche sul 2 agosto 1980.

“Tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982 vi sono degli appunti con notizie riservate, che spetterà, poi, a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse”, si legge ancora nel documento, dove si racconta della sera in cui l’avvocato di Gelli, parlando della Strage di Bologna, minacciò lo Stato. Per inciso: sia Dean che Parisi sono morti da tempo. È un bel (si fa per dire) labirinto, nel quale è facile smarrirsi. Un fatto è incontrovertibile: uomini dello Stato hanno lavorato contro le istituzioni che avevano giurato di difendere. Sono stati complici di assassini feroci, li hanno aiutati. Hanno impedito l’accertamento della verità.

E, per fortuna, ci sono ancora ostinati, che in nome di Angela, Cesare, Luca, Eckhardt, Kai, Sonia, Manuela e le altre vittime, non dimenticano; e vivono come un dovere quello di ricordare, e ostinati chiedono che sia fatta giustizia e si conosca la verità.

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