Zingaretti vede Conte e lo sprona a fare presto e bene. Ma sono troppi i dossier aperti sul tavolo del governo. E rispunta anche la nuova legge elettorale

Zingaretti vede Conte e lo sprona a fare presto e bene. Ma sono troppi i dossier aperti sul tavolo del governo. E rispunta anche la nuova legge elettorale

Ha provato a giocare la ‘carta europea’ il premier Conte per chiedere ai suoi alleati una convergenza sul dl semplificazioni. “Bisogna mandare un testo a Bruxelles, dimostrare coraggio e voglia di rischiare”, l’invito per sbloccare i veti sul campo. La consapevolezza è che “dobbiamo correre” ma chi non è d’accordo sul testo ha obiettato che il prossimo Consiglio europeo è previsto più in là e quindi c’è ancora tempo. Ecco così che il decreto potrebbe slittare anche alla prossima settimana. E’ possibile che il dl arrivi sul tavolo del Cdm lunedì. L’incontro tra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd, Zingaretti, è stato un momento di chiarezza, perché il presidente della Regione Lazio – e con lui tutto lo stato dirigente del Nazareno – non gradisce chi vuole accreditare l’immagine di un partito che frena e vuole la palude. Nel gioco di distinguo sulle norme inserite nel Dl Conte ha provato ad alzare l’asticella, chiedendo di “osare”, e ponendo così dei ‘paletti’ rispetto all’ipotesi di approvare un testo con la formula del ‘salvo intese’. L’obiettivo di consolidare l’alleanza è testimoniato anche dall’appello del capo dell’esecutivo a Pd e Movimento 5 stelle a trovare una convergenza sui candidati alle Regionali. L’esempio dell’impasse è quello della Liguria, ma lo stallo riguarda anche i vari dossier sul tavolo. Ecco il motivo per cui il Partito democratico continua a chiedere a chi governa “concretezza” e “fatti”. “Io e Zingaretti la pensiamo allo stesso modo”, ha provato a stemperare la tensione il premier. Ma i nodi restano sul tavolo, con in più l’arma dell’accelerazione sulla legge elettorale sul tavolo. E’ soprattutto il partito del Nazareno a spingere. Il Pd e Il Movimento 5 stelle puntano allo sprint per un passaggio prima di agosto. Iv si mette di traverso: “Non è la priorità”, la posizione di Renzi. “Vuole solo aspettare le Regionali per capire se affondare la proposta nei voti segreti”, spiega una fonte parlamentare del Pd.

Il tentativo dei dem è quello di agganciare Forza Italia definita da Conte “come il partito più costruttivo” dell’opposizione. Ma prima delle Regionali il tentativo sembra destinato a fallire. Forza Italia, Lega e Fdi, sabato saranno in piazza insieme e hanno alzato l’asticella anche sullo scostamento di bilancio, chiedendo un consistente taglio delle tasse. La Lega ha apprezzato quella che un ‘big’ lumbard definisce come “una marcia indietro” da parte del partito azzurro sull’ipotesi di un ingresso in un’altra maggioranza di governo. La strada della Lega e di Fdi è quella del voto, con il partito di via Bellerio che ancora spera in una caduta dell’esecutivo in estate. L’unica alternativa – azzarda un ‘big’ del Carroccio – sarebbe quella di un esecutivo istituzionale con tutti dentro su ‘input’ del Capo dello Stato e in presenza di una data certa del voto. Ma si tratta di condizioni difficili da realizzare, con il premier che punta ad andare avanti e a superare le fibrillazioni nella maggioranza. Mentre Renzi prova ad incunearsi nella ‘querelle’ interna al centrodestra, ribadendo che Berlusconi con il suo sì sul Mes “pensa agli interessi degli italiani”. Il Pd continua a premere sull’utilizzo del ‘fondo Salva Stati’ e vede la prova sul sostegno agli aiuti di Bruxelles come il discrimine tra chi è europeista e chi no. Ecco perché c’è chi continua ad ipotizzare un cambio del quadro politico dopo le elezioni amministrative. Ma Conte e Zingaretti hanno concordato sulla necessità di stringere i bulloni dell’alleanza. Del resto c’è da considerare tutta la partita europea che non riguarda solo il Mes ma soprattutto il ‘Recovery fund’, con Gualtieri che al prossimo Cdm presenterà il Piano nazionale di riforme. Nella maggioranza si guarda al voto di scostamento di bilancio ma anche, più avanti, ad una operazione di emissione di titoli di Stato italiani garantiti dalla Bce in cambio appunto di un programma di riforme ben dettagliato.

Torniamo alle spine della maggioranza. Il premier, poco prima di ricevere il leader dem, si dice “stupito” dai racconti che parlano di un “gelo” tra loro, eppure, il livello di tensione non era mai stato così alto. Al segretario Pd non sono piaciuti alcuni non detti del presidente del Consiglio (vedi quello sulle Regionali), né tantomeno alcune frecciatine lasciate filtrare sul partito, la sua coesione e tenuta. Meglio chiarire subito e occhi negli occhi, quindi. Facendo una discussione di metodo e rispetto reciproco prima ancora di affrontare il capitolo ‘nodi da sciogliere’. “La maggioranza ha fatto bene nella gestione dell’emergenza Covid, adesso non è il momento di disperdere i risultati raggiunti anche in termini di unità e compattezza”, è il ragionamento che filtra dal Nazareno. Da Conte arrivano rassicurazioni. Zingaretti apprezza e sigla la tregua ma ribadisce il suo avvertimento. “Il Governo ha la forza per decidere e fare le cose”, ma deve accelerare. Sul tavolo ci sono ancora il piano industriale di Alitalia, la questione Aspi, la riscrittura dei decreti Salvini. Dossier da affrontare “prima ancora di arrivare al Recovery plan e alla decisione da prendere sul Mes”. Quanto al decreto Semplificazioni, è la linea del Nazareno, “il Pd è il primo sostenitore della sburocratizzazione dello Stato e della semplificazione, non certo il responsabile di eventuali ritardi”. Conte vuole portare a casa la partita: “Piena convergenza con Zingaretti” sul provvedimento che andrà “presto in Consiglio dei ministri”, commenta dopo l’incontro: “La pensiamo allo stesso modo: bisogna correre”. I dem accolgono positivamente, dopo il silenzio, le parole arrivate da Conte sulle regionali. “Il no a una sintesi è una sconfitta per tutti. Anche per me”, dice il premier. E per il Nazareno non è un caso che poco dopo arriva la mezza apertura di Vito Crimi (“Sì a un percorso condiviso dove ci sono le condizioni”). Le nubi, comunque, restano all’orizzonte. E a dimostrarlo c’è la richiesta recapitata al premier nel corso del vertice di mercoledì da Andrea Orlando. I dem vogliono accelerare sulla legge elettorale. “Si deve fare entro l’estate – spiega il vicesegretario dem – perché se si arriva al referendum poi non si fa più. E questo va contro il programma di Governo. In più, con la riduzione del numero dei parlamentari e la legge elettorale attuale milioni di italiani sarebbero sotto rappresentati”. Arrivare al 20 settembre con la ripresa della scuola, la crisi economica post covid ancora da contrastare, la decisione sul Mes da prendere, il recovery plan da scrivere e le “regionali che andranno come andranno, non ti puoi permettere di non avere almeno l’ok in un ramo del Parlamento”, è il ragionamento. La legge elettorale viene calendarizzata alla Camera il 27 luglio, ma se il centrodestra annuncia le “barricate” anche Iv avverte gli alleati: “Per noi il modello da cui ripartire è quello per l’elezione dei sindaci – spiega Marco Di Maio -. Ma fissarla adesso come priorità nel calendario parlamentare è piuttosto inspiegabile agli occhi di qualsiasi cittadino”, puntando sulla ripartenza. Orlando replica caustico: “Credo che si possano fare due cose alla volta”.

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