Roberto Bertoni. 25 luglio, l’inizio della fine

Roberto Bertoni. 25 luglio, l’inizio della fine
Scrivo quest’articolo nei giorni forse più duri per la nostra democrazia. Abbiamo, infatti, negli occhi la barbarie di Piacenza, con una caserma dei carabinieri trasformata in un avamposto della delinquenza e in un drammatico centro di spaccio, il che mina il prestigio dell’Arma e ci induce a riflettere sulla credibilità di tutte le istituzioni nel nostro Paese. Spiace dirlo, ma non si può derubricare ogni violenza a caso isolato, frutto dell’azione spregevole di qualche mela marcia. Nessuno mette in dubbio i valori e le qualità dei carabinieri italiani, ma anche il comandante generale Nistri dovrà fornire risposte chiare e convincenti, in quanto è in ballo il ruolo stesso di un’istituzione fondamentale per il nostro futuro.
Scrivo nei giorni in cui ricorrono, poi, importanti anniversari: i cinquant’anni dalla strage di Gioia Tauro, con la bomba sul treno Palermo-Torino che fu uno dei punti apicali dei Moti di Reggio e di quella stagione torbida che ebbe nella rivolta reggina uno dei suoi aspetti più inquietanti. Una città incubatrice di pulsioni eversive, autoritarie, anti-democratiche, la distruzione di una terra già martoriata come la sventurata Calabria e la fine della cosiddetta “stagione costituente”, soppiantata nei decenni successive da uno scontro sempre più feroce e, ahinoi, privo di idee: guai a sottovalutare un episodio così significativo e, ahinoi, misconosciuto. Sarebbero seguiti gli Anni di Piombo, fra attentati e stragi (il 2 agosto saranno quarant’anni dalla mattanza di Bologna), connivenze, collusioni e orrori indicibili, con uno Stato in balia di pulsioni eversive che ne avrebbero minato per sempre credibilità e autorevolezza. Scrivo in occasione di una data epocale per il nostro Paese: il 25 luglio 1943, l’occasione sprecata. Perché è vero che quel giorno cadde Mussolini ma non si verificò certo la fine della guerra; anzi, ebbe inizio la stagione più esaltante ma, al contempo, più tragica della nostra vicenda nazionale. Senza contare che, anche dopo il 25 aprile 1945, i miasmi del fascismo sono costantemente riaffiorati nelle cronache e nella storia politica italiana, fino a raggiungere vette drammatiche negli ultimi anni, con citazioni esplicite dei motti mussoliniani e comportamenti ignobili da parte di chi avrebbe avuto, invece, il compito di salvaguardare la nostra democrazia.
Ribadisco: non si può fare di tutta l’erba un fascio ma non si può neanche sottovalutare un’emergenza che ormai coinvolge da vicino il nostro stare insieme, per via della pericolosa compromissione del vivere civile che episodi come quelli che stanno venendo alla luce a proposito della caserma di Piacenza Levante producono. Il 25 luglio, dal ’43 a oggi, è una delle date più sottovalutate e meno considerate quando, al contrario, è una delle più importanti e significative. Addolora dover constatare che quest’anno siamo costretti ad avvicinarci a questa ricorrenza con la violenza in casa e il fascismo che monta nella società e un po’ in tutta Europa. È a rischio la tenuta sociale del Paese e il timore che in autunno la situazione possa precipitare non è infondato. Per affrontare le difficoltà che si presenteranno nei prossimi mesi servirà un sovrappiù di senso dello Stato e delle istituzioni e, purtroppo, non è alle viste.
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