Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Al Consiglio europeo ci siamo presentati senza progetti e per questo ci troviamo in una posizione di debolezza”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Al Consiglio europeo ci siamo presentati senza progetti e per questo ci troviamo in una posizione di debolezza”

Il Consiglio europeo indetto per discutere il piano della ripresa economica si sta rivelando molto più difficile del previsto ed è muro contro muro tra cosiddetti paesi frugali e l’Italia. In ballo non ci sono solo le risorse economiche da spartire ma anche i calcoli politico-elettorali di ogni singola nazione. L’Italia finirà per fare un accordo separato?

Direi di no. Personalmente non sono pessimista perché da una parte importante dei paesi europei il piano della ripresa è visto come un’occasione per rilanciare l’Unione. Chiaramente non va cercata la scappatoia dell’accordo “salvo intese” come si usa fare da noi. Battute a parte sono convinto che l’Italia potrebbe giocare meglio la propria partita se, da un lato, valorizzasse le sue positività e cioè il fatto che siamo un popolo di risparmiatori, che siamo una potenza industriale e che siamo un Paese con grandi capacità di esportazione; dall’altro se si concentrasse di più sui problemi e non solo sulla quantità delle cifre a fondo perduto o da restituire. Andando sul concreto: se avessimo già accettato le risorse che l’Europa ha destinato alla sanità avremmo portato a casa un risultato e nella trattativa in corso ci saremmo presentati con una posizione molto diversa. Un altro fattore che ci avrebbe rafforzato sarebbe stato quello di presentarci con dei programmi, ossia con delle idee precise sulle cose da fare accompagnate da progetti e relativi investimenti. In questa maniera sarebbe stato molto più difficile per i cosiddetti frugali alzare i muri che stanno alzando. Perché una cosa è dire di no a delle cifre che vagano in astratto un’altra è dire di no a dei progetti. Invece il nostro governo si è presentato a Bruxelles dopo aver dichiarato che avanzerà le proprie proposte a ottobre, ossia dopo che conoscerà l’ammontare esatto dei soldi che ci verranno corrisposti. Ma lei ha mai visto una trattativa in cui prima si stabilisce l’ammontare delle risorse economiche e poi le cose da fare?

Concessioni autostradali. Con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti al 51% e i Benetton tagliati fuori dal consiglio di amministrazione ASPI sembra avviarsi a diventare una compagnia pubblica. È una buona soluzione?

Bisognerà vedere come si attuerà. Intanto è importante il fatto che dopo due anni finalmente si sia arrivati a prendere una decisione. Su questo tema se ne sono dette di tutte e i commenti che ho sentito subito dopo la soluzione adottata dal governo spesso mi sono sembrati quelli tipici di una partita di calcio. Ma non è una partita di calcio. L’accordo raggiunto è un compromesso che ha messo a tacere chi parlava di espropri, chi di vendetta, chi di processi sommari. Un compromesso per fortuna non al ribasso, perché dopo anni di devastanti liberalizzazioni lo Stato torna ad assumere un ruolo, perché aumenta il numero dei soci dell’ASPI e perché correttamente si lascia ai giudici il compito di attribuire le responsabilità del crollo del ponte Morandi. D’altra parte è bene parlarci chiaramente: la privatizzazione del sistema autostradale è stato un grande affare per gli imprenditori che l’hanno gestito ma non certo per il Paese. Dato che il capitale privato non è stato in grado di sostituire quello pubblico la presenza dello Stato torna a essere necessaria. La Francia ci insegna che nei settori strategici lo Stato non si è mai ritirato, al contrario ha sempre esercitato un ruolo importante. In Italia quello che dispiace è che tutti dicono sempre di aver vinto comunque vadano a finire le cose. Per quanto riguarda le autostrade sarebbe stato meglio fosse stato detto che si è trovata una soluzione condivisa e che sulla base di tale soluzione sarà necessario verificare come concretamente si andrà avanti.

I commercialisti minacciano lo sciopero a causa della mancata proroga del rinvio dei versamenti. Da parte sua il Mef sostiene che il rinvio a settembre bloccherebbe un flusso di tributi che in questa fase non può permettersi. Esiste una via d’uscita per evitare il conflitto?

Spero di sì. Ma, vede, anche in questo caso il problema è che il governo deve fare fino in fondo il suo lavoro di mediazione. In altre parole è nel suo interesse cercare di costruire un rapporto costruttivo con le forze intermedie. Così come è stata prolungata la cassa integrazione guadagni allo stesso modo vanno tenute conto le difficoltà segnalate dai commercialisti. In una fase di disagio e incertezza come questa non abbiamo bisogno di divisioni ma di coesione. Certo, immagino che non sia facile trattare con i commercialisti, ma una via di mezzo penso si possa trovare. Per esempio, si potrebbe ipotizzare un’articolazione dei versamenti in relazione alle categorie produttive cercando di dare un po’ di respiro a quelle maggiormente colpite dalla crisi. Insomma, sono problemi che vanno affrontati con molta flessibilità, irrigidirsi non serve. Capisco che gli 8,4 miliardi di mancati versamenti a luglio siano un problema per le casse pubbliche e questa è una ragione di più per chiudere al più presto la trattiva con l’Europa.

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