La giornata politica. Il governo dà il via libera allo scostamento di bilancio per 25 miliardi. Si accendono polemiche sui fondi europei: task force o bicamerale? E il Mes?

La giornata politica. Il governo dà il via libera allo scostamento di bilancio per 25 miliardi. Si accendono polemiche sui fondi europei: task force o bicamerale? E il Mes?

Via libera dal Consiglio dei Ministri a un nuovo scostamento di bilancio da 25 miliardi nel 2020. Con la Relazione, sentita la Commissione europea, il governo chiede l’autorizzazione al Parlamento per un ulteriore ricorso all’indebitamento comprensivo dei maggiori interessi passivi per il finanziamento del debito pubblico, di 25 miliardi di euro per l’anno 2020, 6,1 miliardi nel 2021, 1 miliardo nel 2022, 6,2 miliardi nel 2023, 5 miliardi nel 2024, 3,3 miliardi nel 2025, e 1,7 miliardi a decorrere dal 2026. “Il Governo ritiene, in questa fase, di fondamentale importanza continuare ad assicurare il sostegno al sistema produttivo e al reddito dei cittadini, a supportare la ripresa e ad intervenire dove necessario per preservare l’occupazione”, spiega Palazzo Chigi nel comunicato diffuso dopo il Cdm. Alla luce della richiesta di autorizzazione all’indebitamento formulata dalla Relazione, il nuovo livello di deficit è fissato all’11,9 per cento del Pil nel 2020, mentre il nuovo livello del debito pubblico si attesta al 157,6 per cento del Pil. “Pur in un contesto di incertezza legato all’evoluzione della pandemia e della successiva fase di ripresa economica, il governo conferma l’obiettivo di ricondurre verso la media dell’area euro il rapporto debito/PIL nel prossimo decennio, attraverso una strategia che, oltre al conseguimento di un adeguato surplus primario, si baserà sul rilancio degli investimenti, pubblici e privati”, conclude la Presidenza del Consiglio.

 Si tratta di un nuovo sforamento superiore a quanto preventivato, sulla scia dell’esito positivo del negoziato europeo sul Recovery fund che ha portato in dote circa 209 miliardi all’Italia. Si parla di cifre consistenti, se si sommano anche ai 20 miliardi del dl Cura Italia e i 55 miliardi del dl Rilancio. Adesso però il mantra che viene costantemente ripetuto è “spendere bene” queste risorse. Per farlo, potrebbe scendere in campo una task force, o un coordinamento interministeriale, composta da Roberto Gualtieri (ministro dell’Economia), Nunzia Catalfo (Lavoro), Paola Pisano (Innovazione), Roberto Speranza (Salute), Stefano Patuanelli (Sviluppo Economico), Sergio Costa (Ambiente) e Paola De Micheli (infrastrutture). A loro, e a tutto il governo, spetterà il compito di individuare quali e quante sono le vere priorità del Paese colpito così duramente dalla pandemia di Coronavirus. Si va dalla proroga della Cig alla scuola, dalla rimodulazione delle tasse ai Comuni, dal piano incentivi delle assunzioni alla digitalizzazione e le infrastrutture.

Recovery Fund. Bicamerale in Parlamento o task force a palazzo Chigi?

Una Bicamerale per le riforme che costituiranno il Recovery Plan italiano. E’ l’ipotesi attorno alla quale ragionano forze di maggioranza e opposizione e che sarà affrontata nel corso della conferenza dei capigruppo a Montecitorio. A dare un segnale di disponibilità il presidente della Camera Roberto Fico che nello scambio di saluti estivi con la Stampa Parlamentare ha sottolineato che “deve essere il Parlamento a indicare le priorità al governo”, anche con un voto. Fico indica per le Camere un ruolo di indirizzo e controllo sulle riforme che dovranno essere implementate dai finanziamenti del piano Next Generation Eu. Tra task force di governo e Parlamento non ci sono contraddizioni. Anche perché “la prima task force degli italiani è il Parlamento”, ha detto stamane il primo inquilino di Montecitorio. L’ipotesi convince almeno una parte del Pd, con Base riformista che dice sì. E Forza Italia che è autrice della proposta: “I soldi non arrivano domani mattina. Bisogna presentare dei progetti di riforma che devono essere approvati. Ci sono più condizionalità del Mes. Queste cose non può farle solo il governo. Deve avvalersi di chi qualche esperienza più approfondita di cose internazionali ce l’ha- spiega Tajani – e mi riferisco in modo particolare a Forza Italia. Fermi restando i ruoli di maggioranza e opposizione. Meglio della task force una commissione bicamerale. E’ utile per l’Italia, non ci guadagniamo niente”. E ancora: “Noi rappresentiamo metà degli italiani. E anche le previsioni elettorali, dicono che le prossime regionali finiranno con più regioni al centrodestra che al centrosinistra. E’ semplicemente buonsenso. Non un aiuto sottobanco, quello se lo possono scordare”.

Ma da Conte arrivano segnali diversi. Dovrebbe infatti far capo proprio a palazzo Chigi la “cabina di regia” a cui sarà affidata la programmazione delle risorse, i 209 miliardi di euro, che arriveranno all’Italia dal 2021 nell’ambito del Recovery plan. Come si apprende da fonti governative, al tavolo dovrebbero sedere tutti i ministri del Governo, e non solo alcuni, che poi di volta in volta potranno delegare propri uomini fidati, a partire dai rispettivi capi di gabinetto, a prendere parte alle riunioni. A presiedere la cabina di regia, o task force che dir si voglia, dovrebbe essere – secondo le stesse fonti – il premier Giuseppe Conte eventualmente sostituito suo capo di gabinetto Alessandro Goracci. Secondo quanto si apprende dovrebbe essere affidato un ruolo di coordinamento effettivo dei lavori al sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Mario Turco. Insomma, si tratta di una impasse politica di enorme rilievo e di difficile soluzione. E nel frattempo da Sinistra Italiana giungono nuovo segnali di allarme sull’uso dei fondi europei. “Recovery fund: i soldi non servono a nulla, se finiscono nelle tasche sbagliate”, scrivono Nicola Fratoianni e Giovanni Paglia sul quotidiano Il Manifesto. “Il tema principale per la sinistra oggi è tuttavia come fare la propria parte perché il piano di recupero e resilienza parli la lingua della conversione ecologica, dei diritti del lavoro, del welfare e dei beni comuni, dell’investimento sulla scuola, sull’università e sulla ricerca pubblica anziché quella dei desiderata di una Confindustria che punta a prendere tutto liberandosi da ogni vincolo”. Si ha dunque la sensazione che nel governo vi sia qualche imbarazzo sulla natura e la qualità dei progetti da realizzare sul come investire i fondi.

L’altra patata bollente nel governo e tra le forze di maggioranza: che fine farà il Mes?

Sul Mes il pressing ormai è altissimo. I Cinquestelle si trovano sempre più isolati in maggioranza, stretti tra la morsa degli alleati Pd e Italia viva e, addirittura, di Forza Italia dal fronte delle opposizioni. Anche nel governo la discussione è accesa, con uno sponsor molto particolare a favore del Meccanismo europeo di stabilità: il ministro della Salute, Roberto Speranza. “Io spingo perché tutte le risorse possibili arrivino al Servizio sanitario nazionale”, ammette il leader di Articolo 1. Spingendo al massimo il pedale del gas: “Le risorse del Mes sono assolutamente significative e arrivano a tassi convenienti, non può avvenire che queste risorse non arrivino, sto già lavorando a un piano”. C’è comunque un ‘Piano B’ già pronto. Perché l’ipotesi più accreditata nei palazzi della politica romana è che la decisione sarà lasciata a un voto del Parlamento. Del resto, anche il premier, Giuseppe Conte, ha sempre ribadito di voler dare parola alle Camere sull’accesso o meno dell’Italia ai prestiti della versione sanitaria del Meccanismo. “Se il Parlamento dovesse decidere di non avere queste risorse dal Mes, dovremo attingere al Recovery Fund”, spiega infatti Speranza, che invita già da ora a non avere pregiudizi, in un senso o nell’altro. L’importante è non sprecare tempo e denaro: “Non è ammissibile che le risorse per la salute non arrivino”. Il M5S, però, non cambia idea. La riflessione pentastellata è che i 36 miliardi di aumento dei fondi europei a favore dell’Italia, decisivi al termine di un negoziato-fiume a Bruxelles, escludono il ricorso al Mes. Quantomeno per l’assonanza delle cifre. Di diverso avviso sono i compagni di coalizione. “Chi era spaventato per le condizionalità del Mes, come fa a non essere spaventato per il rigido monitoraggio del Recovery Fund?”, si domanda il vice capogruppo di Italia viva alla Camera, Luigi Marattin. Sulla stessa lunghezza d’onda il collega, presidente dei senatori renziani, Davide Faraone, che giudica “ideologica” la posizione dei cinquestelle, visto che a suo parere i 25 miliardi dello scostamento di bilancio approvato ieri in Cdm, essendo debito, è molto più oneroso del Mes. L’impasse della maggioranza diventa terreno fertile per gli oppositori. Sul tema il dibattito è destinato a prolungarsi per molto tempo. O almeno fino a quando non sarà presa la decisione finale. Dal Parlamento, ovviamente.

E sulla legge elettorale va in scena lo scontro tra il Pd e Renzi

“Altri tre anni con Renzi che fa il Ghino di tacco no”. E’ questo il senso della mossa del Pd che ha insistito sulla calendarizzazione del primo voto in Commissione sul Germanicum, richiesta che ha visto schierarsi Italia Viva con il centrodestra per bloccare tale voto. Un passaggio parlamentare che certifica il fatto che Iv non ha mantenuto l’accordo di gennaio sulla legge elettorale, e che spingerà il segretario Dem Nicola Zingaretti a chiedere a Renzi e a tutta la maggioranza la definizione di regole certe dello stare insieme, di regole di ingaggio nuove. Che Italia viva ci avesse ripensato sul Germanicum, un proporzionale con soglia al 5% era noto da ripetute dichiarazioni di Renzi e di altri dirigenti, ma mancava una certificazione parlamentare. Di qui la richiesta del Pd alla Camera, in due sedi diverse, che la nuova legge elettorale procedesse, ma in entrambe Iv si è opposta assieme al centrodestra, bloccando la richiesta del Pd, appoggiata da M5s, da Leu e da Svp. Da parte di tutti gli esponenti del Pd (Ceccanti, il relatore Emanuele Fiano, il vicesegretario Andrea Orlando, i vicecapogruppo Michele Bordo e Alessia Rotta, ecc) si parla all’unisono di “grave rottura del patto” sottoscritto a gennaio sul Germanicum, un “tradimento di un accordo”, “un grave errore politico”: in questo non c’è diversità tra le varie correnti Dem. Il capogruppo di Iv in Commissione, Marco Di Maio, ribatte punto su punto: da gennaio ad oggi “è passata una pandemia mondiale” e non capire che “oggi le priorità sono altre” è, quello sì un “grave errore politico e istituzionale”, anche perché si farebbe uno strappo contro le opposizioni, alle quali invece si chiede di collaborare per la ripartenza post-Covid. Una sconfitta del Pd, dunque? In casa Dem la vedono diversamente: “non potevamo continuare a sottostare al ricatto” sussurra Fiano. Il mantra ripetuto al Nazareno è che occorreva l’incidente parlamentare, magari ancora minore, per porre al centro dell’agenda della maggioranza e del governo le regole dello stare insieme.

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