Valter Vecellio. La strage di Ustica, 40 anni dopo le richieste di sempre, verità, giustizia…

Valter Vecellio. La strage di Ustica, 40 anni dopo le richieste di sempre, verità, giustizia…

Cosa dire, cosa aggiungere, a distanza di quarant’anni, su una strage quella strage del DC-9 Itavia esploso la sera del 27 giugno 2980 uccidendo le 81 persone a bordo? Hai cominciato a occupartene che era “cronaca”, e ne parli ancora oggi, che è “storia”. Ne parli con persone che di questa “storia” poco o nulla sanno, conoscono: non erano nate, o erano bambini. Devi raccontare tutto: “C’era una volta…”. Solo che non è una favola; e non c’è il lieto fine. Spesso ti ascoltano come se raccontassi di Garibaldi o di Romolo e Remo; oppure stupiti, e leggi nei loro occhi la domanda: “Ma davvero…?”. Sì: davvero. E’ storia. La storia di 81 persone uccise. Morte perché colpevoli di trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato. La storia delle famiglie di questi uccisi che da quarant’anni chiedono verità e giustizia. Verità e giustizia negate spesso proprio da coloro, che dovrebbero garantire giustizia, dire la verità. In nome di una “ragione di Stato”. Una ragione che è un torto a tutti noi, che di quello “Stato” non siamo cittadini, e non vogliamo esserlo. Anche qui, storia antica. E’ Tacito che parla di “arcana imperi”. Nelle sue “Historie” (110 dopo Cristo), si legge: “sed omnis legiones ducesque conciverat, evulgato imperii arcano”…  “in tutte le legioni e fra i loro comandanti: era adesso consapevolezza diffusa un principio del potere finora segreto…”.

Per tornare alla strage di Ustica. Cosa sappiamo? Tanto, sappiamo. Ancora poco, sappiamo.

Sappiamo che un aereo con 81 persone a bordo decolla da Bologna, diretto a Palermo. Sappiamo che non è mai arrivato. Sappiamo che all’altezza del cielo di Ustica quell’aereo esplode. Sappiamo che muoiono tutti. Spesso nelle immagini mostrate dalle televisioni, compare un bambolotto incelofanato. Forse un regalo, per un bambino che a Palermo attendeva il padre o la madre. A bordo di bambini ce ne sono tanti: Giuseppe ha appena un anno; Francesco due…poi Dniela, Tiziana, Alessandra, Giovanni, Giuliana, Alessandro, Nicola, Maria Grazia, Sebastiano, Antonella, Vincenzo, Giacomo… tutti insieme non fanno cent’anni. Nessuno di loro ha avuto scampo. Ancora: sappiamo che quella sera, assieme al DC-9 c’erano molti altri aerei: forse americani, forse francesi, forse belgi, di altre nazionalità…Lo dicono i tracciati che la NATO anni dopo, dopo tante insistenze e resistenze, fornisce al giudice Rosario Priore, che cerca di scoprire come sono andate le cose. Sappiamo che paesi amici come Stati Uniti e Francia hanno risposto solo in minima parte alle rogatorie dei magistrati. Da Parigi l’assicurazione della massima collaborazione. A parole. Sappiamo che mani ignote manomettono i tracciati e i registri dei radar; fanno sparire prove documentali, si è cercato in ogni modo di coprire i colpevoli, di impedire l’accertamento della verità. Mille depistaggi: cedimento strutturale, bomba a bordo…

Quattro anni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio ai parenti delle vittime scolpisce parole su cui ancora oggi si ha il dovere di riflettere: “Le democrazie si fondano su valori e diritti che non possono sottrarsi al criterio della verità”. E ha chiesto che si riesca a “rimuovere le opacità purtroppo persistenti”. Proprio così: “le opacità purtroppo persistenti…”. Ed è vero: ancora, dopo quarant’anni, c’è qualcosa di oscuro, di minaccioso, limaccioso,  che permane, incombe, opprime… Sappiamo che un altro presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a lungo sostenitore della bomba a bordo e della teoria dell’attentato, poi dice che no: ha saputo dal generale Giuseppe Santovito, responsabile del SISMI (i servizi segreti militari), che il DC-9 è stato abbattuto, ‘per errore’, dai francesi. Sono stati pubblicati i diari che l’ambasciatore Ludovico Ortona, capo ufficio stampa al Quirinale quando ‘l’inquilino’ è Cossiga. Un grosso volume di oltre seicento pagine, ‘La svolta di Francesco Cossiga’. Pochi l’hanno letto, merita, per tante ragioni. È il diario di un settennato, quello che va dal 1985 al 1992. A pagina 251, 30 settembre 1989, si legge: «…il Presidente si apre oggi un po’ di più su Ustica, e ci dice che ormai se, come sembra, si riduce il campo delle responsabilità a tre Paesi che avrebbero lanciato il missile, gli USA, la Francia o la Libia a suo avviso non si può che nutrire sospetti sui francesi. Infatti, certamente gli americani con il loro moralismo puritano avrebbero tirato fuori qualcosa in nove anni. Dei libici non gli pare credibile. Invece nutre sospetti su come operano i francesi e su come saprebbero mantenere il segreto…».

Confidenze, ripeto, del 30 settembre 1989. A Parigi, sono cambiate tante cose. Ma i segreti sanno conservarli sempre molto bene.

Sempre Cossiga: “I francesi non lo diranno mai. E se qualche giornalista insiste, chissà che non abbia un incidente d’auto”. Boutade? Bisogna sapere che non ci sono solo le 81 vittime del Dc-9. Attorno a questa vicenda non mancano strane morti che fanno pensare: piloti esperti che muoiono in incidenti; addetti di centri radar in servizio quella sera che si impiccano; una quantità di infarti; e anche incidenti d’auto, sempre qualche giorno prima di essere interrogati. Una maledizione? Coincidenze? Forse, ma sono tante. Troppe. In questi giorni, si torna a ricordare quella “cronaca” che ormai è storia. L’anniversario, come si dice in gergo, “è tondo”, quarant’anni. In base a una balorda regola giornalistica, la “memoria” la si deve riproporre dopo un anno, a volte cinque; poi a dieci, venti, trenta, e via così. Trentanove no, quaranta sì. Facciamolo almeno in modo differente: segnalando un paio di pubblicazioni che almeno “restano” nello scaffale, così che possa capitare di leggere e rammemorare questa “storia” al di là dei canonici anniversari.

Il primo volume: “1980: l’anno di Ustica”, a cura di Luca Alessandrini (Mondadori università). Alessandrini è direttore dell’Istituto Storico Ferruccio Parri dell’Emilia Romagna di Bologna: “Non si è avuta giustizia per le vittime della strage di Ustica, l’abbattimento di un aereo civile il 17 giugno 1980: la verità è stata occultata. Ma si possono capire il tempo e lo spazio nei quali la tragedia si è compiuta, in anni cruciali in politica internazionale e interna”.

Il secondo volume: “U.S.TICA, quarant’anni di bugie”, del giornalista Pino Nazio: “E’ il 27 giugno del 1980, un DC9 della compagnia aerea privata Itavia in volo da Bologna a Palermo precipita nel Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica. L’ipotesi più probabile è che l’aereo sia caduto a causa di una collisione o per un missile esploso nelle vicinanze nel corso di uno scontro tra velivoli militari di diversi paesi avvenuto sui cieli italiani. Ma quale aereo può aver provocato la tragedia? Di quale nazionalità? Sulla base di risultanze processuali, testimonianze e un lungo lavoro di ricostruzione degli eventi il libro è in grado di svelare quello che il titolo dichiara con un semplice espediente grafico. Quarant’anni dopo le indagini sulla strage sono ancora aperte presso il tribunale di Roma perché il reato di strage non si prescrive mai…”. Non dico che le tesi esposte nei due volumi debbano essere condivise; ma vanno prese comunque in attenta considerazione. Servono soprattutto allo scopo di non dimenticare; di fare in modo che il “ricordo” diventi “memoria”. Quello che tanti non vogliono sia, quello che tanti vogliono impedire. Conoscere, sapere è pericoloso; e lo sanno bene. Il potere si fonda sull’ignoranza e la paura.

Sono trascorsi quarant’anni. Come il primo giorno ancora non sappiamo chi, perché. E soprattutto perché ancora oggi si nega verità e giustizia. Si sperava che qualcosa potesse emergere dopo la desecretazione della documentazione custodita negli archivi dei ministeri voluta dal governo di Matteo Renzi. Sostanzialmente carta straccia, dicono delusi i familiari delle vittime. Non c’è nessun documento dei giorni e dei mesi immediatamente successivi a quel 27 giugno 1980. Verità e giustizia: a quarant’anni anni da quella strage, la richiesta è sempre la stessa. Senza stancarsi, anche se a volte si può essere preda dello sconforto. Lo chiedono quelle 81 vittime e le loro famiglie: “Non mollare!”.

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