Roberto Biscardini. Non reggiamo senza una forte politica per il sud

Roberto Biscardini. Non reggiamo senza una forte politica per il sud

Si può guardare allo sviluppo del paese senza un’idea politica sul tipo di sviluppo che si vuole raggiungere? È una questione dell’oggi, che già si ponevano negli anni ‘70 i protagonisti di quella grande stagione che andava sotto il nome di programmazione economica. Il “Progetto ‘80” di Giorgio Ruffolo al Segretariato generale della programmazione. Certo non si può volere tanto, i tempi sono cambiati. Ma le condizioni e le ragioni per riprendere un filo interrotto ormai da decenni ci sono tutte. Primo, perché il quadro delle risorse, anche quelle che potrebbero arrivare dall’Unione Europea, non sono infinite e vanno finalizzate, come per altro già la UE ci obbliga a fare. Secondo, perché il tema della programmazione, allora come oggi, implica l’obiettivo principale del riequilibrio economico e territoriale, tra aree forti e aree deboli, anche del Nord, ma soprattutto tra Nord e Sud. Terzo, implica, oggi come allora, che continuare ad affermare che è impensabile riproporre  un piano centralizzato significa mettersi nelle mani, senza alcun margine di contrattazione, delle peggiori logiche del mercato, e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Quarto, perché il programma ha bisogno di riforme mirate per sostenere la difesa dell’occupazione e persino l’obiettivo della piena occupazione, senza la quale non sono eliminabili gli squilibri territoriali che sono andati via via aggravandosi.

Ma per ultimo, c’è una ragione ancora più grande: l’azione di governo non può esprimersi attraverso una shopping list di cose da dare, da realizzare o da comprare alla giornata. Ha bisogno di programmare gli interventi, guardando ben oltre quella che sarà la sua durata in carica. Non può accettare che tutti pensino di poter attingere alle risorse finanziarie come se la coperta non fosse corta. E soprattutto se lo sviluppo è nelle mani della grande capacità di realizzare investimenti, prima ancora che sostenere i consumi, un’azione di questa natura ha bisogna di scelte sufficientemente chiare. Di idee forti, pur dentro il quadro delle priorità europee. Dentro il quadro delle risorse mobilitabili con il Recovery Fund. Per tutto il Paese e ancora di più per il Sud. Salvaguardia della biocapacità, rigenerare agricoltura, rigenerare città (anche il sistema policentrico dei centri minori), investire in settori per l’economia circolare (nuova politica industriale), investimenti nel settore dei trasporti (alta velocità e potenziamento delle reti ferroviarie principali), ripartenza digitale. Tutte cose che coincidono esattamente con ciò che può dare sviluppo stabile al Mezzogiorno, partendo dalle sue intrinseche risorse non utilizzate. Avendo chiaro che se l’obiettivo è più reddito e più occupazione questo, contro una certa idea che punta ancora tutto sulle risorse monetarie, può essere raggiunto in modo più efficace contando su quelle azioni e investimenti che possono accrescere insieme benessere e qualità della vita.

Una cosa che si poteva già fare cinquantenni fa, (basta pensare quale ricchezza avremmo oggi se avessimo investito anche a reddito differito in forestazione). Ma che può essere ripresa oggi, anche con un governo relativamente debole, ma che gode ancora di una certa fiducia, sotto la spinta di una fase particolare.

Dall’ultimo rapporto Svimez avevamo avuto la conferma, solo qualche mese fa, che per il Sud le cose stavano andando sempre peggio e che le condizioni di vita delle famiglie erano peggiorate, con una occupazione ancora più a rischio.

Oggi è chiaro, e lo capisce anche Conte, che se tutto fosse lasciato alla logica del sistema capitalistico e alla voracità delle spinte corporative, la situazione non potrebbe che aggravarsi, e con ciò si aggraverebbe ogni tipo di diseguaglianza. La distanza tra ricchi e poveri. La distanza tra chi ha il lavoro e chi non ce l’ha. Tra i garantiti e i non garantiti. La distanza culturale e di accesso alle opportunità. La distanza tra popolazioni urbane e popolazioni rurali. La distanza tra chi può contare su servizi sociali (sanità, scuola e casa) e chi no. La distanza tra Nord e Sud appunto. Una condizione che, con lo spettro di settembre e del Covid-19, non possiamo permetterci. Perché anche il Nord non si può permettersi un Sud troppo disuguale.

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