Roberto Bertoni. State tranquilli: il sovranismo non ha futuro

Roberto Bertoni. State tranquilli: il sovranismo non ha futuro
Desta ribrezzo, certo, ma non deve farci paura. Parliamo del sovranismo, versione moderna del fascismo: un misto di cattiveria, razzismo, chiusure nazionaliste e toni urlati che piace molto a una destra in drammatica crisi d’identità, ancor più di quanto non lo sia la sinistra, divisa fra quanti vorrebbero affrancarsi da questa barbarie e quanti invece di questo vivono e grazie a questo prosperano. Che questa deriva non abbia un futuro lo abbiamo capito proprio in queste settimane. Non sappiamo, ovviamente, come andranno a finire le presidenziali americane di novembre, ma abbiamo la certezza che la reazione corale cui abbiamo assistito costituisca un’indicazione per l’avvenire. Anche se dovesse rivincere Trump, e sarebbe senz’altro una catastrofe, il sovranismo avrebbe comunque perso. I giovani, infatti, guardano altrove. Sono pochi, d’accordo,  niente a che vedere con i baby boomers che fecero la fortuna dei Kennedy, al di là della loro tragica fine, ma sono comunque una generazione complessivamente colta, tecnologicamente avanzata e capace di mobilitarsi attraverso mezzi che un tempo non esistevano e che, invece, oggi consentono di organizzare in men che non si dica manifestazioni oceaniche, persino in tempi di Coronavirus.
Son commoventi questi ragazzi che, pur essendo stati privati di tutto, si battono per un futuro migliore per sé e per gli altri, pronti a schierarsi dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli esclusi. È come se la generazione del Sessantotto, quella dei figli dei fiori, quella che aveva come motto il donmilaniano “I care”, mi riguarda, avesse preso per mano i ventenni di oggi, i quali ci credono, ci sperano, comprendono la difficoltà della fase storica che stiamo vivendo e si battono in ogni angolo del mondo per provare a cambiare lo stato delle cose. È straordinaria questa generazione di idealisti che ha riscoperto il valore della fratellanza universale: un internazionalismo che mancava dagli anni Settanta, l’esatto opposto dell’egoismo individualista tipico degli anni Ottanta, del riflusso, del disimpegno. È una generazione che sarebbe sbagliato identificare con la sinistra, anche perché non si sa più, a livello globale, cosa sia la sinistra, ma è senz’altro una generazione che non si riconosce, in molti casi, in questa destra estrema e pericolosa. È una generazione che guarda avanti, che comprende la complessità del nostro tempo e che si rende perfettamente conto di quanto non esistano ormai questioni nazionali perché tutto, più che mai il razzismo, agisce su scala mondiale.
La tragedia di George Floyd ha risvegliato le coscienze collettive: ci ha ricordato il valore dell’umanità, della gentilezza, del rispetto per il prossimo. E ha detto al mondo che, tanto al di qua quanto al di là dell’Oceano, esiste un’altra idea di umanità, di mondo, di vita, di società, di futuro. Ribadisco: non sappiamo come andranno a finire le Presidenziali di novembre ma sappiamo bene che il trumpismo può attecchire nelle fasce sociali più fragili, e guai a irriderle o a sottovalutarne il disagio, ma non può costituire una proposta politica credibile, che guardi al domani e sia apprezzata da chi ha sempre vissuto in una società aperta, multiculturale e multietnica.
Il sovranismo è stato già sconfitto dalla realtà. L’importante è che adesso questa nuova generazione di sognatori e combattenti decida di dedicarsi attivamente alla politica, dando vita a compagini all’altezza delle sfide del Ventunesimo secolo e contribuendo a rinnovare un panorama asfittico e caratterizzato da troppi veti ed eccessive paure. L’avvenire è loro, anche se ad oggi sembrerebbe il contrario.
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