Roberto Bertoni. Saranno i giovanissimi a salvare l’America

Roberto Bertoni. Saranno i giovanissimi a salvare l’America
Forse, come abbiamo scritto già in altre occasioni, saranno proprio i più giovani a salvare l’America e, probabilmente, il mondo. Sarà la generazione nata nei giorni delle Torri gemelle, quando la mia si affacciava alla vita e la vedeva stravolta per sempre dallo schianto di quegli aerei contro i simboli del capitalismo e dello strapotere occidentale e loro venivano al mondo da genitori ignari del fatto che ai propri figli il destino non avrebbe riservato un solo attimo di normalità.
Sarà, forse, questa singolare generazione tecnologica, spesso sottovalutata ed erroneamente considerata priva di valori, a sconfiggere un presidente impresentabile che durante la crisi causata dal Coronavirus ha sbagliato tutto e che oggi si trova a fare i conti con sondaggi impietosi. Saranno manifestazioni di furbizia e sagacia organizzativa come il boicottaggio di Tulsa, con l’acquisto di una messe di biglietti ad opera di questi piccoli diavoli abilissimi nell’organizzarsi in modi per molti adulti impensabili, a porre l’attuale amministrazione americana di fronte al proprio fallimento. Perché comunque vada, e nessun voto è più incerto di quello statunitense del prossimo 3 novembre, non c’è dubbio che Trump abbia già perso. Ha perso perché ha condotto l’America all’isolamento totale e i repubblicani all’anno zero, al punto che persino colonne portanti del pensiero e della politica conservatrice come Powell e Bush hanno dichiarato che non possono sostenere un personaggio come il magnate newyorkese. Ma ha perso, soprattutto, perché un’intera generazione, la più giovane e volitiva, dinamica, scaltra e sanamente rivoluzionaria, si è mobilitata contro di lui. Sono anni che documentiamo questo fenomeno: dai ragazzi in piazza contro la diffusione delle armi agli afroamericani che giustamente gridano “Black lives matter”, dalle donne alle minoranze in generale, fino a questi ragazzini che, grazie a TikTok, sono riusciti a sabotare il ritorno sulla scena di un uomo vecchio in tutti i sensi.
Donald Trump incarna, infatti, l’America bianca e suprematista, quella dei cartelli con su scritto “colored”, quella che non ha mai davvero accettato né l’abolizione della schiavitù targata Lincoln né le battaglie dei fratelli Kennedy né il Voting rights act di Lyndon Johnson che, di fatto, ha posto fine alla segregazione razziale. L’America di Trump è un impasto di uomo bianco, razzismo neanche troppo celato, misoginia e dogmi pseudo-religiosi che ricordano più i talebani che una compiuta democrazia occidentale. Certo, sa parlare alla pancia del paese come pochi, e come pochi sa di avere di fronte a sé un paese impoverito, deluso e arrabbiato innanzitutto nei confronti di quell’élite un po’ radical chic il cui disprezzo nei confronti dell’operaio del Michigan, specie con la Clinton, era palese. Sa che può contare su uno zoccolo duro inscalfibile. E sa che la rivoluzione di cui abbiamo parlato all’inizio, probabilmente, si compirà nel prossimo decennio, quando anche stati storicamente repubblicani come il Texas diventeranno non solo contendibili ma forse addirittura di matrice democratica, specie se si considera il ricambio di sangue dovuto all’immigrazione e al fenomeno della globalizzazione che i paleocon come Trump concepiscono al massimo per le merci e non sempre. A novembre, invece, voterà ancora l’America bianca e incattivita, tanto che gli stessi democratici hanno preferito affidarsi all’usato sicuro, e diremmo usurato, di Biden: il centrista che rinverdisce i fasti dell’era Obama, o quanto meno li rievoca, ma al contempo riesce a rassicurare quel vasto mondo centrista che fa sempre più fatica a sentirsi rappresentato da un estremista come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Il futuro, tuttavia, non appartiene né all’uno né all’altro. Già nel 2024 questi dinosauri saranno un lontano ricordo, soprattutto se si tiene conto del fatto che da Biden c’è da aspettarsi solo che non sia Trump e che, essendo pressoché impossibile fare peggio, in caso di vittoria, quanto meno ci consentirà di respirare.
Il domani appartiene a The Squad, alle minoranze che, unendosi, saranno maggioranza, ai neri, ai latinos e, ovviamente, agli splendidi boicottatori di TikTok che si inventeranno mille altre diavolerie pur di raggiungere i propri obiettivi, senza un soldo ma armati di quell’inventiva che l’opulenta macchina organizzativa dei due blocchi di potere non ha più da un pezzo. L’America, e forse l’intero Occidente, sarà ricostruita dal basso: in parte dai Millennials e in parte dai ragazzi del 2001, ossia da tutti coloro che hanno avuto in dote un’eredità straziante e, per questo, hanno imparato a ottenere molto con poco e a combattere in prima persona anziché lasciarsi contagiare dai dogmi dello yuppismo tipico della stagione reaganiana, col suo edonomismo e le sue devastanti ingiustizie. La nuova America, il nuovo modello di società e di sviluppo sono sotto i nostri occhi. L’importante è che anche i mezzi d’informazione se ne accorgano, altrimenti questi ragazzi faranno da soli, sfruttando la forza dirompente dei social network e continuando a organizzare sit-in, manifestazioni e occasioni d’incontro e di confronto che sfuggono ai vecchi schemi e non possono essere comprese affidandosi a categorie ormai obsolete.
I bambini che nascevano mentre il sogno americano andava in frantumi, rivelando di essere per molti nient’altro che un terribile incubo, hanno oggi la possibilità di ricostruire il tessuto sociale di una nazione sfibrata su princìpi solidi e realistici, senza un ottimismo stucchevole e di maniera e senza cedere al nichilismo di quanti si affidano al magnate di turno nella speranza che possa combattere le élite di cui è parte integrante. I giovanissimi che hanno boicottato Trump a Tulsa non hanno urlato, non hanno compiuto atti vandalici e non hanno chiesto il permesso a nessuno; hanno semplicemente agito, mostrando quell’uomo tronfio al centro del palco, con quasi nessuno intorno, per ciò che è realmente. Trump è uno sconfitto e lo sa: da qui la sua rabbia, la sua disperazione e, di conseguenza, la sua spaventosa pericolosità.
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