Roberto Bertoni. Giorgio Amendola, una scelta di vita

Roberto Bertoni. Giorgio Amendola, una scelta di vita
Giorgio Amendola ha vissuto un lungo inferno da cui si è affrancato il 5 giugno di quarant’anni fa. Classe 1907, figlio del liberale Giovanni Amendola, romano di nascita e viscontino di studi, fin da ragazzo dovette fare i conti con le violenze squadriste che condussero alla morte suo padre. Raccontava mio nonno, che di Amendola è stato compagno di scuola, che quasi ogni giorno i fascisti fossero soliti andarlo a insolentire o, peggio ancora, ad aggredire e che solo la sua mole imponente lo salvò da conseguenze assai peggiori. Fu giovane nell’Italia di Mussolini, visse in condizioni difficili e patì sofferenze indicibili, mentre il paese sprofondava nell’abisso e si rendeva necessaria quella battaglia resistenziale che il presidente Ciampi considerava, a ragione, “il nostro secondo Risorgimento”. Compì, in quei giorni disperati, quella che egli stesso definì “una scelta di vita”: la scelta della politica, dell’antifascismo, del comunismo gramsciano che riassumeva in sé il tormento di un’epoca e di un pensiero osteggiato con disumana violenza dal regime. Amendola fu uno dei capi e dei protagonisti principali della Resistenza romana, assumendosi responsabilità enormi e non tirandosi mai indietro, conquistandosi sul campo il ruolo di rilievo che avrebbe avuto, nei decenni successivi, nel PCI e nel panorama politico italiano.
Ispiratore della cosiddetta corrente “migliorista”, esprimeva una forte idea riformista, pur essendo molto legato all’Unione Sovietica e ben cosciente dei rapporti di forza e del quadro internazionale nel quale era costretto a districarsi il nostro Paese. Era un uomo ruvido, dal carattere tutt’altro che agevole, coltissimo, sempre incline alla riflessione, alla comprensione del momento storico e all’analisi ponderata degli eventi e delle loro possibili conseguenze. Quando se ne andò, quarant’anni fa, a soli settantadue anni, lasciò un vuoto che nessun esponente del suo gruppo ha saputo colmare. Non Napolitano, non Chiaromonte e nemmeno Macaluso, senz’altro il migliore di quella componente, per il semplice motivo che solo Amendola possedeva quel tratto umano al contempo tragico e dolente che faceva la differenza nei momenti più difficili. La sua cifra distintiva era la lucidità, soprattutto nelle fasi peggiori della nostra storia, anche se sul Manifesto sbagliò, assumendo posizioni oggettivamente incomprensibili per un uomo della sua levatura morale. Sbagliò anche in una parte dei giudizi sul movimento sessantottino, non comprendendone la portata e non rendendosi conto che esso poneva la sinistra, e in particolare il PCI, di fronte ai suoi limiti e al suo problema di legittimità e di rappresentanza dalle masse. Scelse erroneamente l’arrocco e, purtroppo, si condannò, al pari del suo partito, a vivere in una sorta di gabbia, sempre più distante dalle maree studentesche in tumulto negli anni Settanta. A tal proposito, basti ricordare l’indegna aggressione dei movimentisti ai danni di Lama, nel febbraio del ’77 alla Sapienza, frutto dell’esasperazione dei toni, di tanta ignoranza da parte di alcuni dei critici più feroci della linea berlingueriana dell’austerità ma anche, va detto, della mancata comprensione, ad opera dei vertici comunisti, di quanto fossero cambiati i tempi rispetto al collettivismo sessantottino.
Amendola se n’è andato prima del disastro, prima di veder deturpato il nostro Paese, prima di assistere al trionfo dell’egoismo e dell’individualismo, alla degenerazione della politica, alla messa in discussione del concetto stesso di democrazia. Se n’è andato convinto, comunque, di avere fatto il massimo,  e aveva ragione. Non lo consideriamo né uno sconfitto né, meno che mai, un illuso, anche se purtroppo, alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi quattro decenni, non possiamo che constatare che il pensiero amendoliano di una sinistra riformista, aperta e capace, quando necessario, di sfidare il senso comune, è stato disconosciuto anche da chi se n’è proclamato per anni, abusivamente, custode.
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