Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Gli Stati generali dell’economia rischiano di finire in un nulla di fatto”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Gli Stati generali dell’economia rischiano di finire in un nulla di fatto”

Il piano Colao per rilanciare l’Italia è stato applaudito dalla destra mentre ha incontrato forti critiche persino da esponenti e tecnici del governo. Lei come lo giudica?

Senza entrare nel merito sono molto scettico sulla sua fattibilità perché si tratta di un insieme di progetti che non è scaturito da un confronto diretto con i soggetti interessati, cioè con coloro che poi dovrebbero concretamente realizzare quei progetti. Vede, sul piano del metodo funzionano i piani che sono il risultato di precedenti scelte politiche. Ma quelli fatti a prescindere da tali scelte mi sembrano esercitazioni teoriche. Al di là del piano Colao mi pare che oggi ci si trovi in una situazione in cui tutti sono formidabili con le parole, con i piani, con i tavoli in cui si riuniscono le task force e poi nell’azione di governo si è pavidi, lentissimi se non fermi. Con tutto il rispetto per Colao ritengo francamente bizzarro che un gruppo di tecnici proponga un piano di rinascita del Paese senza tenere conto della complicata dialettica della realtà con cui invece sarebbe stato opportuno misurarsi prima. Se guardiamo altrove si è agito in modo diverso. Ad esempio in Germania per decidere cosa fare nella fase 3 la Merkel è andata in parlamento, ha avanzato delle proposte, indicato le soluzioni, si è discusso, si sono valutate le diverse opzioni, poi si sono fissate le priorità e si oggi sta procedendo con un piano molto preciso fatto di obiettivi e scadenze. Da noi invece si va avanti a tentoni. Intendo dire che ognuno elabora il suo progetto mentre il Paese si trova in uno stato di estrema sofferenza. Sia detto sempre con tutto il rispetto, ma la politica non può appaltare ai tecnici il proprio ruolo decisionale. Se i tecnici non hanno indicazioni politiche chiare vanno per conto loro così come ha fatto Colao. Ma in tal modo si perde tempo prezioso perché quel che dicono i tecnici indipendentemente dal governo non è il risultato di alcuna mediazione, compito che spetta alla politica quando deve affrontare un’emergenza come l’attuale.

Sabato 13 giugno si sono aperti gli Stati generali dell’economia. Il premier Conte assicura che non si tratta di una passerella e ha presentato una mappa di interventi su parecchi fronti il cui elenco è assai nutrito: sanità, scuola, digitale, politiche industriali, riconversione ecologica della società, welfare, efficienza della macchina burocratica, infrastrutture, riforma del fisco. Sarà quella la sede in cui ci sarà quel confronto con le forze sociali che lei auspica per poi arrivare a prendere delle decisioni politiche?

Ce lo auguriamo tutti, ma francamente quando vedo elenchi così lunghi il rischio di finire nella genericità è molto alto. Naturalmente ciò non toglie che l’iniziativa non sia armata di buone intenzioni. Però mi pare sia partita monca. Gli stati generali senza l’oppositore già non sono così generali. Ma a prescindere da questo aspetto il vulnus principale è l’assenza di un oggetto su cui chiamare le forze sociali a discutere. La condizione di questo governo mi ricorda il gioco dell’oca. Alla fine si torna sempre al punto di partenza, ossia alla mancanza di un programma. Di contro abbiamo la pletora di task force il cui lavoro non si sa bene che fine farà e il cosiddetto piano Colao, che come lei ha ricordato è contestato all’interno delle stesse forze di maggioranza. Dopodiché non c’è nulla. O meglio ci sono una serie di proposte tra loro contrastanti dei vari partiti che sostengono il governo. Dov’è la sintesi? Non c’è. E allora agli Stati generali dell’economia a nome di chi parla Conte? Di sé stesso, delle sue idee. Così anche lui ci dice quel che da decenni ci sentiamo ripetere, e cioè che occorre sburocratizzare la macchina pubblica. Benissimo. Ma il risultato è stato che nel corso del tempo la macchina pubblica è diventata ancor più burocratica. Non vorrei apparire irriverente ma questi elenchi in cui si infilano tutti i mali dell’Italia con la pretesa di risolverli in un colpo solo sono davvero avvilenti. Si tratta di problemi strutturali e in quanto tali all’ordine del giorno. Ma con quali priorità li si affronta? Con quali risorse? Con quale idea di società? Per essere ancora più precisi: non basta dire “faremo la riforma fiscale”. Bisogna anche dire come, quando e in che termini. E poi: come superano i partiti di maggioranza le differenti posizioni sulla riforma della giustizia, sulla sburocratizzazione, sulla riconversione ecologica? Se non si sciolgono prima questi nodi gli Stati generali dell’economia rischiano di finire in una perdita di tempo a dispetto del pur encomiabile attivismo di Conte. Non ho la sfera di cristallo ma è assai probabile che gli Stati generali dell’economia si risolveranno con l’accordo di tutti sulla lista delle cose da fare e all’unanimità non si faranno.

A causa della pandemia l’Istat regista negli ultimi due mesi un calo di 400mila occupati e un aumento di 746mila inattivi, ossia di persone che il lavoro non lo cercano più. Cosa può fare il sindacato per invertire queste tendenze?

Guardi, il sindacato deve chiudere con la fase difensiva nella quale ha cercato di limitare i danni. Pensi solo all’incredibile vicenda Arcelor Mittal che sta rischiando di farci uscire dal settore dell’acciaio dopo che a Taranto abbiamo messo in piedi la più grande acciaieria d’Europa. Dinanzi a questa vertenza, a centinaia di altre e alla crisi occupazionale innescata dalla pandemia il sindacato deve passare a una fase propositiva. Ciò significa fare in modo che il problema del lavoro sia affrontato per davvero. Così come per davvero vanno affrontati i problemi ad esso collegati: mi riferisco alla scuola e all’innovazione tecnologica. Settori in cui occorre investire con forza e subito. Il coronavirus ha causato un aumento della disoccupazione, ma da qui ai prossimi mesi e ai prossimi anni ci troveremo ad affrontare il medesimo problema a causa degli sviluppi dell’alta tecnologia. All’epidemia eravamo impreparati, ma di disoccupazione tecnologica si parla da anni. E il sindacato non può limitarsi a fare convegni. Deve agire, proporre, incalzare il governo, sollecitare l’opinione pubblica, tessere rapporti positivi con le imprese e i corpi intermedi. Vorrei aggiungere che la pandemia sta colpendo in particolare il lavoro femminile, che come è noto è maggiormente legato all’economia dei servizi. È un problema che va affrontato oggi, non domani. Il governo nicchia? E allora è il sindacato che deve prendere l’iniziativa. D’altra parte dei risultati li ha già ottenuti. Penso al settore dei metalmeccanici, particolarmente colpito dalla disoccupazione tecnologica. Lì il sindacato è stato attivo, ha avanzato proposte e chiuso con le imprese accordi molto avanzati sul piano contrattuale. Fatte le dovute differenze è con questo approccio che si deve intervenire negli altri settori produttivi affinché il lavoro diventi sul serio il tema all’ordine del giorno. Più che gli Stati generali bisogna portare avanti dei negoziati che portino a casa degli accordi tra governo e parti sociali. Non abbiamo bisogno del prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro, ma di tavoli in cui si discute e si decide come intervenire per rimettere in piedi il mondo della produzione e più in generale la nostra società.

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