Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Crisi: serve assunzione di responsabilità dell’intero corpo politico”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Crisi: serve assunzione di responsabilità dell’intero corpo politico”

La Bce ha approvato un aumento di 600 miliardi di euro per il programma di emergenze pandemiche raggiungendo la somma complessiva di un trilione e 350 miliardi. L’obiettivo è quello di contenere un calo del Pil dell’Eurozona. L’Italia saprà approfittarne?

Me lo auguro. Al momento però mi sembra che queste risorse siano considerate come una sorta di manna dal cielo con cui fare quello che ci pare, nel senso che si possono utilizzare un po’ qui e un po’ là. Invece si tratta di fondi destinati sì alle emergenze ma che vanno integrati con dei progetti; e in particolare con progetti che abbiano effetti strutturali sul sistema economico. Questo però richiede una politica di lungo respiro che francamente non vedo. Ancora una volta registro un problema di metodo: che io sappia nessuno – né da parte del governo né da parte dell’opposizione – indica priorità, mete, obbiettivi per realizzare un’idea di cosa deve diventare il nostro Paese nei prossimi anni. Ce lo siamo già detto altre volte e, ahimè, dobbiamo ripeterci: manca la prospettiva politica e ancora una volta si naviga a vista. Prenda il tema della sburocratizzazione. Tutti, ma proprio tutti, si dicono a favore. Il problema è che ne sento parlare da quando avevo i calzoni corti. E allora ecco apparire la soluzione: digitalizzare il più possibile. Anche qui tutti d’accordo, me compreso. Ma sono anni che si digitalizza e i risultati mi paiono molto deludenti. Il motivo è sempre lo stesso: non si progetta e non si programma. Con la pandemia il tema della digitalizzazione è tornato alla ribalta. Pensi allo smart working. In larga misura le persone si sono organizzate da sole perché nessuno è stato in grado di dare loro delle linee-guida e qualora siano state date rispondevano al principio che il lavoro che si fa in ufficio si può fare anche da casa. Ma ci vuole molto a capire che è un’equazione che non funziona? Altro tema all’ordine del giorno: le infrastrutture. Cosa salta di nuovo fuori? Il ponte sullo stretto di Messina. Ma il progetto strategico dov’è? Non c’è.

La prossima settimana si dovrebbero tenere gli Stati generali dell’economia. Un’iniziativa del presidente del Consiglio finalizzata a raccogliere le idee dei corpi intermedi per il rilancio economico del Paese e l’utilizzo delle risorse previste dal Fondo di recupero. Potrebbe essere questa l’occasione per mettere a punto la strategia politica di cui lei denuncia l’assenza?

Giustamente lei usa il condizionale perché non si sa se gli Stati generali dell’economia si terranno la prossima settimana visto l’altolà del Partito democratico. Ma posto pure che prima o poi si tengano spero non si trasformino in una parata dove ognuno partecipa, si lamenta, avanza le proprie richieste e se ne va. D’altra parte il governo non si presenta a quell’evento mettendo sul tavolo un progetto su cui confrontarsi. Si può apprezzare l’attivismo e in sé l’iniziativa di ascoltare i corpi intermedi è lodevole. Però non basta convocarli se non c’è una proposta. Pertanto il rischio è che l’iniziativa si risolva senza concludere nulla. Sarà che io sono legato a un certo modo di fare politica, ma oggi scontiamo il fatto che non c’è un punto di riferimento, ossia che il governo non ha un programma. E non ha un programma perché al suo interno collidono idee differenti, spesso molto differenti. Guardi la questione della giustizia. Parliamo di una questione che è di fondamentale importanza per attrarre capitali dall’estero. Si discute, i vari leader della maggioranza escono sui giornali con opinioni contrastanti e la riforma non si fa. Perché un’azienda straniera dovrebbe investire da noi se non c’è certezza del diritto? Guardi la questione dell’evasione fiscale. Da cinquant’anni tutti si dicono d’accordo ad affrontare il problema e ancora oggi non c’è un’indicazione. La prossima settimana si discuterà in Parlamento il Decreto di rilancio. Bene, anzi benissimo. Se non fosse che sono stati presentati circa ottomila emendamenti dei quali più o meno un terzo provenienti dai partiti della maggioranza. Tutto ciò ci dice che quest’alleanza di governo non ha obbiettivi comuni. O, peggio ancora, non ha obbiettivi.

Mattarella, Zingaretti e persino l’ex Cavaliere hanno recentemente lanciato appelli alla concordia nazionale per cercare di svelenire il clima politico. A sua volta il premier Conte lancia il “Patto per la Rinascita” aperto anche alle opposizioni. Sarà la volta buona?

Lo vorrei tanto, ma sono scettico. Vede, il problema non è solo la conflittualità tra maggioranza e opposizione. Il problema è che siamo dinanzi a una realtà che sembra votata all’autodistruzione. In questi mesi di pandemia abbiamo assistito a polemiche continue tra Stato nazionale, Regioni, Comuni e talvolta persino tra gli stessi enti territoriali. Una sorta di guerra di tutti contro tutti che ha disorientato il Paese. Il quadro che oggi si presenta è davvero preoccupante. Abbiamo una forte conflittualità tra le istituzioni, le disuguaglianze sociali sono in aumento, tramite lo smart working una parte di lavoratori ha conservato il posto mentre nell’industria e nel turismo tantissimi dipendenti si trovano nell’anticamera del licenziamento. D’accordo, la cassa integrazione può contenere la perdita del reddito e prolungare lo stallo. Ma quanto può durare? E soprattutto: come si rilancia l’economia? A Roma, la città in cui vivo, gli alberghi aperti sono pochissimi. Nei parcheggi dove prima era difficilissimo trovare posto ora sono aperti sì e no un paio di piani e gli altri restano chiusi perché non c’è richiesta. Dinanzi a questo dramma è come se l’intero corpo politico fosse miope. Gli esponenti del governo difficilmente sono d’accordo tra loro, mentre quelli dell’opposizione si fanno concorrenza in vista delle prossime elezioni e così come la maggioranza non hanno proposte sulle questioni più stringenti né un progetto per il Paese. Se il governo dice A loro dicono B, se il governo dice dieci, loro dicono quindici. Mi spiace dirlo, ma siamo combinati male. La speranza è che dinanzi all’acuirsi della crisi ci sia un sussulto di responsabilità da parte di tutti.

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