Paolo Lucchesi. Riflessioni sulla Sanità (parte seconda)

Paolo Lucchesi. Riflessioni sulla Sanità (parte seconda)

Penso non vi siano dubbi sul fatto che l’emergere di tante ombre profonde sia conseguenza diretta di sciagurate scelte di politica economica e sanitaria degli ultimi 25-30 anni, che hanno portato ad un progressivo capovolgimento tra fini e mezzi, hanno cioè mutato l’economia da valore-mezzo a valore-fine, invertendo il rapporto dell’economia con la persona, declassata ad homo consumens.

Sono reperibili documenti di alcune grandi imprese di consulenza aziendale statunitensi che all’inizio del millennio indicavano come futuro business alcuni settori del welfare europeo.

Una di queste – con la quale mi è capitato di essere in diretto contatto – specificava che il settore più promettente era quello della sanità e il Paese ideale per  penetrarvi con buona probabilità di successo era l’Italia. Ne specificava anche i motivi: paese popoloso, con un sistema sanitario affermato benchè con diverse inefficienze e lacune, politicamente debole, corruttibile.

In sanità dalla metà degli anni ’90 tutti gli interventi, senza differenza di collocazione politica dei governi, hanno avuto come obiettivo invece del miglioramento qualitativo e funzionale del sistema, il blocco degli investimenti e la riduzione dei costi, quest’ultima realizzata con due criteri: l’anacronistico e inefficiente taglio lineare e una applicazione dei costi standard, assurda in quanto prescindeva dalle diverse condizioni di partenza delle singole realtà regionali.

Questa prassi è stata supportata da una campagna di comunicazione improntata su false informazioni. Un coro unanime di governi, economisti, politologi e mass media denunciava l’alto costo del nostro S.S.N. nascondendo dati reali inconfutabili. Non solo la percentuale di spesa sul PIL, ma soprattutto la spesa pro capite era nettamente inferiore agli altri Paesi europei più avanzati e addirittura quasi la metà del costo globale sostenuto negli USA per una sanità classista. Esistono al riguardo ampie fonti statistiche.

Il risultato, chiaro già da prima, con l’attuale situazione di stress è ora sotto gli occhi di tutti:

  • si sono accentuate le differenze tra i vari sistemi regionali, soprattutto tra nord e sud compromettendo di fatto l’universalità costituzionale del diritto alla salute;
  • sono stati ridotti in gran numero i letti, soprattutto quelli di terapia intensiva, e in modo definitivo, cioè non riattivabili all’occorrenza, portando l’attuale dotazione al livello più basso tra i principali paesi d’Europa;
  • è stata imposta una riduzione degli operatori sanitari, sia medici che infermieri, che ha comportato non solo l’odierna insufficienza numerica e un elevamento dell’età media, ma soprattutto una perdita di preziose competenze – molte delle quali sono passate al privato o sono emigrate all’estero. Tra queste, come vediamo in questi giorni, diverse ricoprono anche incarichi prestigiosi;
  • strutture in molti casi vecchie, quando non addirittura fatiscenti, sono state lasciate senza manutenzione e quindi impossibilitate ad operare in modo adeguato e perfino a garantire le indispensabili condizioni d’igiene;
  • molte strutture, comprese quelle ospedaliere, non sono state dotate dei presidi e delle strumentazioni necessarie, né ordinarie né specialistiche. In casi non rari sono state lasciate inutilizzate, sigillate, attrezzature innovative che avrebbero potuto riqualificare il servizio;
  • fatta eccezione per poli di eccellenza, per lo più universitari, si riscontra una diffusa inadeguatezza tecnologica, soprattutto sulla diagnostica, o nei casi in cui se ne dispone, una altrettanto grave sotto-utilizzazione;
  • quasi ovunque vengono imposti tempi assurdi di prenotazione anche per esami per i quali la tempestività è spesso condizione di sopravvivenza, con l’inevitabile ricorso al privato da parte di chi può;
  • aumento crescente della dipendenza dal privato, sia pure quello accreditato.

Questo quadro di smantellamento sistematico e progressivo della sanità pubblica ha creato le condizioni più favorevoli per una facile affermazione, diffusione e elevata redditività dell’investimento privatistico, che in pochi anni è arrivato a coprire quasi il 30% della spesa sanitaria globale.

Si aggiunga a questo l’incontrollata acquisizione di nostre qualificate strutture da parte di investitori stranieri e il ruolo ormai strabordante lasciato al mercato assicurativo nazionale e internazionale.

Solo ora, assistendo ad un privato che da integrativo si fa sempre più sostitutivo, si comincia a denunciare che ci stiamo avviando verso il modello americano. Ma vorrei aggiungere una precisazione. La sostituzione viene cercata e raggiunta nelle aree e nelle articolazioni più vantaggiose del sistema sanitario, mentre quelle più onerose e a maggior rischio – es. oncologia, emergenze, gravi contagi diffusi, malattie rare, ecc. – vengono lasciate a carico del pubblico.

Difficile non vedervi l’attuazione di una strategia. E se non desta meraviglia che sia stata perseguita dai governi di centro-destra, pare quasi incomprensibile che l’abbiano seguita anche quelli di centro-sinistra.

Tra le molte motivazioni individuabili almeno tre hanno avuto un peso decisivo: l’autoreferenzialità della politica con conseguente distacco dalle condizioni reali dei cittadini, la totale subalternità a una Europa sottomessa al modello neoliberista, il basso livello qualitativo dei politici a tempo pieno e più in generale della classe dirigente del paese.

Questo percorso di contro-riforma è cadenzato annualmente da precisi provvedimenti, alcuni dei quali sono quasi imbarazzanti per insipienza e incapacità di prevederne le inevitabili conseguenze. Mi limito a richiamarne due, di peso diverso, ma entrambi significativi.

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