Le turbolenze di Pd e M5S rendono insicuro il governo. Ex renziani e Repubblica all’attacco di Zingaretti, lanciano Bonaccini, per minacciare Conte. 5Stelle divisi sul premier e sulla leadership

Le turbolenze di Pd e M5S rendono insicuro il governo. Ex renziani e Repubblica all’attacco di Zingaretti, lanciano Bonaccini, per minacciare Conte. 5Stelle divisi sul premier e sulla leadership

La maggioranza attraversa un nuovo periodo di turbolenze, anche per il riaccendersi del dibattito interno a M5S e Pd. In Senato i numeri sono precari e, come dimostra il caso del decreto elezioni, l’incidente resta sempre dietro l’angolo. Non tutti i nodi del decreto semplificazioni, atteso la prossima settimana in Cdm, sono sciolti. Al tavolo della modifica dei decreti sicurezza si consuma un braccio di ferro che difficilmente si chiuderà prima di luglio. Sulle missioni, la Libia in particolare, si annunciano turbolenze. Senza considerare l’atteso snodo cruciale del voto sul Mes. Insomma, una maggioranza con drammatici problemi di coesistenza, interna ed esterna, con all’orizzonte la difficile prova delle elezioni in sei Regioni chiave, per la sopravvivenza dei 5Stelle e per la tenuta del Pd. Si voterà in Liguria, Veneto, Toscana, Puglia, Campania e Marche, le prime due governate dal centrodestra e le altre quattro dal centrosinistra. E si eleggeranno i presidenti di Regione, non i governatori, carica che in Costituzione non è prevista e che invece sta assumendo nell’opinione pubblica e nel dibattito politico una pericolosa abitudine lessicale, sbagliata.

Nel Partito democratico, ci aveva provato in parte Matteo Renzi invocando anche il lanciafiamme, e tuttavia c’era riuscito in tempi recenti Nicola Zingaretti, ma ora dopo più di un anno e mezzo il timore è quello di un ritorno delle correnti, un fenomeno che in tanti momenti ha lacerato il partito creando divisioni. Ora che il sindaco di Bergamo Giorgio Gori – presidente del ‘forum dei sindaci’ e a tutti gli effetti tra i massimi dirigenti dem – ha invocato un cambio di leadership, il rischio è che al Nazareno si riapra una stagione che sembrava essere alle spalle. Non si esclude che all’orizzonte ci sia l’organizzazione di una assemblea, anche in vista delle prossime regionali, ma per adesso l’operazione che punta a piazzare Bonaccini in rampa di lancio per la segreteria – lanciata appunto da Gori – non decolla. Prematuri i tempi perché, anche se il congresso si farà, l’obiettivo dei ministri dem e dei vertici del partito è quello di cercare di guidare la fase d’emergenza economica che potrebbe essere ancora più drammatica di quella sanitaria. Ma il segnale arrivato ieri dall’esponente di Base riformista (la corrente che raccoglie gran parte degli ex renziani) che in qualche modo sta tentando di vestire i panni del Di Battista, portando le beghe M5s anche in casa dem, è l’indizio di un certo malessere che affiora sempre di più anche nei gruppi parlamentari. Non nei confronti del presidente della regione Lazio e non solo rispetto al governo (di cui per altro quasi nessuno mette in discussione il necessario sostegno), quanto invece per uno ‘schema’ che in diversi non considerano più attuale. Ovvero quello di un’alleanza strutturale con i pentastellati, con la suggestione – emersa in passato – di preparare una coalizione che preveda un asse con M5s con Conte premier. E’ vero che c’è una crescente insofferenza nel Pd perché sui tanti dossier – da Autostrade all’ex Ilva – si stenta a chiudere ma al Nazareno l’obiettivo è rafforzare il presidente del Consiglio, non indebolirlo. Certo, appare sospetto che a sostenere la candidatura Bonaccini ci sia anche Repubblica, che ha recentemente cambiato proprietà, avvicinandosi sempre più spesso alle posizioni espresse da certa Confindustria, che ha già espresso insofferenza verso Zingaretti e soprattutto verso Conte. Insomma, disarcionare Zingaretti per disarcionare Conte? Chissà, staremo a vedere.

Altro discorso, invece, è la strada da intraprendere in prospettiva. Ovvero il premier viene considerato sempre meno una ‘garanzia’ della tenuta del Movimento e come punto di equilibrio. Ecco perché c’è, sotto traccia, l’invito da parte di un’ala dem a Zingaretti a lavorare, da qui alla fine della legislatura, per una candidatura Pd (anche la sua) a palazzo Chigi. La convinzione nei gruppi parlamentari, in realtà, è che difficilmente a settembre potrà esserci un rimpasto, già gli equilibri tra Pd e M5s sono precari come testimonia la difficoltà nello stringere l’accordo nelle Marche e in Liguria (per quanto riguarda il voto in Puglia oggi il vice segretario del Pd Orlando ha invitato gli alleati a superare le divisioni). E che ci sono diversi fattori – non solo quello temporale e legato all’elezione del nuovo Capo dello Stato (l’auspicio di tanti è una riconferma di Sergio Mattarella) – ma in primis quello della legge elettorale da tenere in considerazione. Al di là del movimentismo del presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini, il congresso potrebbe tenersi proprio in concomitanza della ‘chiusura’ della partita sulla legge elettorale. Il partito del Nazareno insisterà sul proporzionale, consapevole che l’accordo sul taglio del numero dei parlamentari prevede anche un cambio di sistema. Solo dopo che il quadro politico sarà chiaro il Pd prenderà una posizione netta, deciderà sul tema delle primarie e l’identikit del segretario e del candidato premier. Fino ad allora restano sullo sfondo i mal di pancia di chi ritiene che il presidente del Consiglio non abbia cercato finora di costruire una vera e propria ‘piattaforma’ politica e un confronto maggiore con quel partito che, grazie a Sassoli, Gentiloni e Gualtieri, lo ha aiutato in Europa.

Fibrilla il gruppo M5s. Aumentano i timori sul Mes

“I cocci incrinati della mia fiducia a questo governo sono ormai tenuti assieme, più che dalla speranza di auspicati cambi di passo, dalla consapevolezza che una crisi ora sarebbe disastrosa e graverebbe principalmente sulle fasce sociali più deboli, già duramente colpite” dice il senatore M5s Crucioli. Portavoce in questo momento dell’area del malessere pentastellato che per ora è ridotto a qualche unità (fonti parlamentari M5s considerano ‘malpancisti’ lui, Mininno, Riccardi, Valerio Romano mentre ieri al momento del voto di fiducia a palazzo Madama erano assenti anche altri esponenti del gruppo) ma che, soprattutto in vista di un possibile voto sul Mes, potrebbe allargarsi. A palazzo Chigi al momento non c’è avvisaglia di tensioni particolari ma l’asticella rosso-gialla prevede sempre pochissimi voti di vantaggio con la Lega che ha ormai cambiato il passo, punta – anche con le ‘furbate’ di Calderoli – alla spallata, portando con sé anche quei moderati di FI che sono restii a seguire propositi di caduta del governo. Ecco quindi che il Movimento 5 stelle ha deciso di compattarsi al Senato. Alla riunione, però, coloro che vengono considerati ‘malpancisti’ non si sono presentati. Tuttavia in video conferenza è stato proprio Crucioli a spiegare i motivi del dissenso. La sua convinzione è che il governo sia “troppo moderato e troppo poco democratico rispetto all’utopia che mi ha spinto in Parlamento”. Le parole del senatore non sono state particolarmente apprezzate dai vertici M5S. C’è stato perfino qualcuno che ha azzardato il pericolo delle urne. Un’altra crepa poi si è aperta dopo le parole di Di Matteo in Antimafia. Una parte dei pentastellati continua a sollevare dubbi sull’operato del capo delegazione M5s Bonafede. Dubbi che alimentano la preoccupazione del Pd, con i dem che sospettano pure sull’atteggiamento da parte di Morra per aver acconsentito all’audizione di Di Matteo.

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