Antonio Faggioli. La medicina di base al tempo del Covid 19 (parte prima)

Antonio Faggioli. La medicina di base al tempo del Covid 19 (parte prima)

Trenta anni fa, quando si discuteva della Riforma Sanitaria poi realizzata nel 1978, fu presa in considerazione  la possibilità di avviare una medicina di base nei Distretti delle AUSL  integrata con quella ospedaliera. Tale obiettivo fu oggetto di ampie discussioni che si conclusero con risultati del tutto insoddisfacenti. In occasione della pandemia da Covid-19 l’ospedale non solo non è stato in grado di fare fronte a tale emergenza, ma anzi ha contribuito alla diffusione epidemica favorendo i contagi. Si é inoltre aggiunta la grave situazione degli anziani ricoverati nelle RSA, colpiti dal virus con il contagio che si è sommato alle patologie proprie dell’età determinando un’ampia letalità.

I cittadini contagiati hanno preso d’assalto gli ospedali, trascurando la cosiddetta “medicina di famiglia” svolta dai Medici di Medicina Generale (MMG) e dai Pediatri di libera scelta.

Da tale situazione è sorta la necessità di un approccio che valorizzasse tutte le competenze in campo tra loro interagenti: Presidi di prevenzione, Cure primarie territoriali e Assistenza ospedaliera.

Ospedali e terapie intensive sono fondamentali nella battaglia contro il coronavirus, che però si vince sul territorio con il fondamentale ruolo dei Medici e Pediatri di famiglia.

In alcune Regioni sono sorte iniziative con l’adozione di ordinanze che riattribuiscono al Medico di famiglia il fondamentale ruolo di occuparsi del paziente, di costituire la porta di accesso ai servizi sanitari regionali sia nella fase iniziale sia in quella terminale della malattia, soprattutto quando il cittadino intende essere libero di essere curato in casa. In certe situazioni è stato proposto di istituire “posti di cure intermedie”, tra quelle ospedaliere e quelle territoriali.

L’epidemia da Covid-19 ha messo in evidenza le criticità della attuale situazione e la conseguente necessità di disporre di tre sistemi: Presidi di prevenzione, Cure primarie territoriali ambulatoriali e domiciliari, Assistenza ospedaliera.

La trasmissione delle malattie infettive già da tempo ha richiesto non solo la necessità di prevenire o ridurre il rischio del contagio, ma pure quella di procedere alla diagnosi e al trattamento precoce delle malattie.

I Medici delle cure primarie hanno la preparazione professionale adeguata, oltre a una favorevole condizione per educare i cittadini sulla pertinenza ed efficacia delle misure di igiene anche ai fini della prevenzione del contagio, oltre a rilevare e segnalare stati epidemici da malattie batteriche e virali. Importante  è la loro potenzialità a integrarsi nei percorsi assistenziali, sia che riguardino la gestione delle malattie sia che richiedano stretti collegamenti tra i diversi livelli assistenziali.

Si dovrebbe disporre di protocolli che prevedano una rete di tutti gli operatori delle cure primarie e delle strutture ospedaliere, al fine di condividere i dati e rendere più efficaci gli interventi terapeutici.

Recenti esperienze hanno portato ad attivare anche in Italia “reti di medici sentinella” simili a quelle già presenti nel Regno Unito fin dal 1955; FNOMCEO e ISDE ITALIA stanno promuovendo l’avvio di una analoga rete (Rete  Italiana Medici Sentinella per l’Ambiente – RIMSA). E’ una esperienza che si sta sviluppando tramite la sorveglianza della diffusione dell’influenza, con il sistema definito Influnet in funzione dal 1999-2000; il sistema indaga anche la mortalità e la positività dei tamponi faringei, oltre ad avvertire tempestivamente dell’inizio delle epidemie influenzali e permettere la verifica della efficacia delle azioni preventive quali le vaccinazioni.

La tradizionale separazione tra Prevenzione, Assistenza dei Medici di famiglia e Assistenza ospedaliera é risultata nefasta, a partire proprio dalla prevenzione il cui compito dovrebbe essere non solo di fornire tempestive informazioni ai cittadini per la conoscenza dei rischi sanitari da prevenire, ma anche per trasmettere loro la conoscenza dei modi di protezione messi in atto dal Servizio Sanitario Nazionale, il quale nel 95% dei casi é  rappresentato nel territorio dai Medici di famiglia. Tale considerazione trova conferma nella attuale pandemia da Covid-19, durante la quale medici del territorio hanno cercato soluzioni tali da permettere di affrontare il problema assistenziale ed  epidemiologico.

A Brescia hanno collaborato dando indicazioni per il monitoraggio e la gestione dei casi a domicilio, soprattutto nei casi in cui il ricovero in ospedale si era dimostrato non attuabile.

A Modena hanno contribuito alla creazione di una “app” per tracciare i contatti.

In Puglia  e altre Regioni del sud Medici di MG, Pediatri di famiglia e Medici di Continuità Assistenziale  hanno effettuato il triage telefonico servendosi di app e piattaforme che consentivano il contatto video con i pazienti.

Le Aziende Sanitarie del Sud hanno chiesto ai MGG e PdF una reperibilità di 12 ore al giorno

nella settimana, in attesa dell’attivazione dei Servizi di Unità Speciali di Unità Assistenziale (USCA), al fine di fornire assistenza domiciliare ai pazienti.

Infine altamente positiva si é dimostrata la collaborazione dei Dipartimenti di Prevenzione delle AUSL con i Medici delle Cure Primarie per la segnalazione  agli stessi Dipartimenti dei pazienti a rischio.

Fatta eccezione per i pochi e singoli casi citati, nella pandemia in corso nefasta si è dimostrata la mancanza di reciproca e fattiva collaborazione tra Dipartimenti di Prevenzione, Medici di famiglia e Pediatri. E’ venuto a mancare il fondamentale supporto di quei Medici che, se formati, sensibilizzati e organizzati, avrebbero dovuto costituire un anello di congiunzione tra problemi sanitari globali, possibili soluzioni e azioni locali. Il loro coinvolgimento avrebbe consentito (come si auspica avvenga nel prossimo futuro) non solo di raccogliere informazioni tempestive e precise sulle condizioni di salute della popolazione, ma anche di trasmettere ai cittadini  un senso di protezione da parte del Servizio Sanitario Nazionale.

Antonio Faggioli. Già Direttore del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’AUSL di Bologna e Libero Docente della Università degli Studi di Bologna

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