Alfonso Gianni. I “prenditori” di Confindustria

Alfonso Gianni. I “prenditori” di Confindustria

Lo so, la definizione ironica del titolo non è originale. Ma in questo caso appare più che mai appropriata. L’incontro tra Carlo Bonomi, il nuovo presidente di Confindustria e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ai cosiddetti “Stati generali” di Villa Dora Pamphilj, al di là delle iniziali cortesi formalità e le successive reciproche dichiarazioni di stima, ha accentuato ancora di più la polemica fra l’organizzazione imprenditoriale e l’Esecutivo. Confindustria si è presentata con una richiesta netta, posta come una condizione per ristabilire buoni rapporti. Quella della restituzione alle imprese di 3,4 miliardi di euro.

La pretesa si fonderebbe su una sentenza della Corte di cassazione di qualche mese fa che ha qualificato incompatibile con il diritto comunitario  l’addizionale provinciale dell’accisa sulla energia elettrica introdotta nel 1998 e abrogata nel 2012. Secondo Confindustria la sentenza darebbe diritto ad un rimborso per il versato nelle annualità per le quali non è scatta la prescrizione, vale a dire il 2010 e 2011. La richiesta, oltre che a porre tutto in salita il confronto con il governo, ha anche un’altra singolarità. A perderci – come annota giustamente Massimo Franchi su il manifesto del 18 giugno – sarebbero le aziende venditrici di energia, quindi le stesse associate alla Confindustria. Ma tant’è, essendo l’argomento buono per indispettire il governo viene usato. Infatti Gualtieri ha risposto chiaramente infastidito che Confindustria dovrebbe ben sapere che lo Stato farà la sua parte sulle accise una volta risolte le questioni tecniche ad esse collegate.

Il punto non sta tanto nella richiesta in sé, anche se 3,4 miliardi non sono bruscolini, quanto nel fatto che essa è la punta dell’iceberg di una crescita di conflittualità tra Confindustria  e governo  che costituisce il tratto caratteristico della Presidenza Bonomi. E poiché la elezione di quest’ultimo è stata unanime e i suoi intenti ben chiari già in precedenza, si ha ragione di concludere che tale atteggiamento aggressivo appartenga all’insieme dell’organizzazione padronale. Non è un elemento di poco conto, anzi è uno di quelli che meglio caratterizza l’attuale fase politica e sociale che il nostro paese sta attraversando. I tempi nei quali Gianni Agnelli poteva confidare a un giornalista che “Noi siamo governativi per definizione” appaiono decisamente, se non definitivamente, alle spalle.

Può essere utile fare qualche passo indietro per capire come è maturata questa svolta nei rapporti tra Confindustria e governo, la cui politica è stata definita da Bonomi più pericolosa del Covid-19. Riandiamo quindi ai tempi del governo Renzi ove accaddero cose apparentemente tra loro contraddittorie che hanno finito per movimentare il posizionamento dell’organizzazione padronale nei confronti del governo. Come si ricorderà l’obiettivo dichiarato di Renzi era la disintermediazione, ovvero l’eliminazione, o quantomeno la sensibile riduzione, del ruolo delle maggiori organizzazioni di rappresentanza sociale, a partire dai sindacati dei lavoratori.

Un pilastro concettuale  e fattuale del populismo dall’alto di Matteo Renzi era infatti la costruzione di un rapporto diretto, senza ulteriori mediazioni, fra il capo dell’esecutivo e il popolo. In quel modo la concertazione veniva posta in soffitta ed anche il tradizionale ruolo di Confindustria ne risultava scosso. Naturalmente durante il governo Renzi gli industriali portarono a casa provvedimenti importanti, come il Jobs Act e gli incentivi per Industria 4.0. Ma questo sommovimento nella tradizionale collocazione di Confindustria, non trovando una nuova e precisa dimensione portò il suo presidente di allora, Vincenzo Boccia ad impegnarsi su terreni non propri fino ad appiattire la sua organizzazione sul disastroso referendum costituzionale renziano dipingendo quadri tragici in caso di vittoria del no anche sul terreno economico.

La cosa non fu graditissima in diversi settori  imprenditoriali, anche perché avrebbe poi spiazzato Confindustria nei rapporti con il governo Conte 1, ovvero Salvini-Di Maio. Boccia cercò di recuperare definendo a un tratto lo stesso Di Maio, allora ministro dello sviluppo economico, come “uno di noi”, definizione fuori dalle regole e ritenuta eccessiva. Insomma la gestione Boccia ha fatto oscillare Confindustria da un polo all’altro rendendo necessaria una vigorosa ridefinizione di ruolo e posizione. Da qui nasce il successo di Carlo Bonomi. Brandendo la campagna contro un presunto antindustrialismo, Bonomi vuole trasformare la Confindustria stessa in un soggetto politico, visto che la scissione renziana, su cui molti contavano per avere una nuova rappresentanza politica in campo padronale, ha mietuto magri successi.

Quindi tocca a Bonomi riproporre la centralità politica e sociale di Confindustria e lo fa in due modi, sparando bordate contro il contratto collettivo di lavoro, sul fronte sindacale, e proponendo un programma ambizioso per il futuro, fino al 2050 (alla cinese si potrebbe dire) fondato sul ruolo salvifico dell’impresa, sul fronte della politica economia e della polemica con il governo. Lo fa alzando i toni e incassando anche dei successi tattici. Si pensi alla polemica con il presidente dell’Inps sui tempi di concessione della cassa integrazione. Pasquale Tridico ha dovuto far buon viso a cattivissimo gioco e dopo avere accusato gli imprenditori di “pigrizia e di opportunismo”, si è rimangiato le accuse con un penoso articolo nella prima pagina di Repubblica.

L’aggressività di Bonomi ringalluzzisce tutto il fronte imprenditoriale. Paolo Agnelli, presidente di Confimi che raccoglie 42mila imprese medio-piccole, dice che le tre cose urgenti da fare (di tutto il resto si parlerà a tempo dovuto) sono la riduzione della “tassazione sui profitti (!), del costo del lavoro, del costo dell’energia”. Tutte cose, a cominciare dalla controriforma fiscale, che ridisegnano il dopo pandemia assai peggio del prima, in senso squisitamente reazionario.

Se l’opposizione sociale, oltre a quella politica, a questo governo viene solo da destra la situazione è destinata a uno spaventoso arretramento. Per questo  il ruolo del sindacato, della Cgil in particolare, ridiventa centrale. Sia come soggetto contrattuale e conflittuale, sia come soggetto propositivo di una diversa idea di sviluppo sociale ed economico. E non si tratta solo di una battaglia entro i nostri confini. Visto il carattere mondiale della pandemia in corso e, pur nelle differenze date le pregresse condizioni, della recessione economica che ne consegue, mai come in questo momento il livello di lotta nazionale e legato a doppio filo a quello di livello internazionale, europeo in primo luogo. Non sembra né troppo né fuori luogo chiedere che le forme di organizzazione dei sindacati a livello europeo si  ristrutturino e si attivino anziché svolgere la mesta  funzione del convitato di pietra.

 

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